Blade Runner 2049: chi può dirsi umano?

 

di Elisa Baioni

 

Nel 1982 usciva nelle sale cinematografiche Blade Runner, noir fantascientifico diretto da Ridley Scott e tratto da un romanzo di Philip K. Dick [1]. Il film ruotava attorno a un domanda precisa: che  cosa significa essere umani? 

 

Ovviamente, rispondere a un quesito simile non è mai semplice; in quegli anni, però, era particolarmente complicato. In fin dei conti, il Novecento [2] era il secolo inauguratosi con la morte di Dio e due guerre mondiali; era l’epoca del nazifascimo e dei lager, di Hiroshima e Nagasaki; era gli anni della decostruzione e dei “post” filosofici; dell’anarchismo metodologico e delle guerre della scienza; l’età dei diritti, ma anche del tecno-consumismo; della prima primavera silenziosa e dell’inverno nucleare; delle esplorazioni nello spazio e dei dust-bowl; dell’LSD, del DDT, dei CFC, per non parlare della televisione. In questo continuo alternarsi di euforia e depressione, di opulenza e carestia, ad essersi incrinato paurosamente era il paradigma umanista. Il mito dell’Uomo Vitruviano, unità di misura del mondo, essere indeterminato e incompleto per natura eppure dotato di ingegno, dunque capace di plasmarsi secondo i propri sogni prometeici, andava sciogliendosi al Sole, come le ali di Icaro. Da qui la domanda: che cosa significa essere umani? Nelle incertezze della risposta incominciavano a insinuarsi «razze strane e misteriose» [3] , chimere capaci di rimettere in discussione i confini tra normale e anormale, tra sintetico e organico, tra umano e non-umano. Philip K. Dick aveva captato questo brusio di sottofondo, e ne aveva trasposto l’angoscia nelle sue distopie esistenziali. Ridley Scott le trasformò in un film.

 

Per farsi carico di un’eredità così ingombrante, prima ancora che spirito imprenditoriale seriva coraggio; specialmente considerato che Blade Runner 2049, a differenza del primo film, non avrebbe potuto contare sull’orginalità dei temi trattati. Malgrado i pareri sulla qualità del risultato finale siano discordanti, al regista Denis Villeneuve e agli sceneggiatori Hampton Fancher e Micheal Green va riconosciuto il merito di non aver ignorato il tempo trascorso dalla pellicola di Scott. Blade Runner 2049 non è un film nostalgico, un reboot scontato di una pellicola già vista. È piuttosto un continuo giocare tra presente e passato, una serie infinita di richiami e capovolgimenti, di cui Denis Villeneuve e la sua troupe si sono rivelati veri maestri. Purtroppo, non tutti gli spettatori hanno capito questo bizzarro scambio tra film ed epoche diverse, confusi, probabilmente, dalla scelta di Villeneuve di recuperare non solo l’atmosfera del vecchio Blade Runner, ma anche alcune scelte di regia, quali i templi di narrazione biblici o la trama minimale i cui colpi di scena erano significativi più per i personaggi della storia che non per gli spettatori. Permane, invece, la fatidica domanda sull’umano, vera protagonista del film e di cui l’impressionate apparato di scenografie, dialoghi ed eventi non costituisce che un rivestimento sintetico.

 

 

Dunque gli androidi sognano ancora le pecore elettriche? Secondo i nuovi sceneggiatori la risposta è no. Il tempo ha eroso ogni barriera che gli umani, in nome dell’ordine pubblico, del dominio e della propria integrità d’animo, hanno provato ad innalzare. Essere empatici, amare, scegliere di morire per una giusta causa, l’avere un corpo di carne organico invece che virtuale, possedere memorie vivide, l’esser stati partoriti o il poter partorire: uno dopo l’altro, tutti questi criteri demarcatori decadono, e la distinzione tra uomini e androidi [4] scompare.

 

«Gli androidi non possono avere figli» disse infine [Rachael] [5]. «Ci perdiamo qualcosa?»

Lui [Rick Deckard] finì di spogliarla, mettendo a nudo i suoi lombi pallidi e freddi.

«Ci perdiamo qualche cosa» ripeté. «Non lo so; non ho termini di confronto. Che si sente ad avere un figlio? Anzi che si sente ad essere nati? Noi non nasciamo mica; non cresciamo; invece di morire di malattia o di vecchiaia, ci consumiamo come formiche. Sempre le formiche: ecco cosa siamo. […]». (Dick 1968, p. 216).

 

Blade Runner 2049 ruota a quel «Ci perdiamo qualcosa?», o meglio, a come recuperare quel qualcosa. Quindi che cosa significa essere umani? Il film sembra suggerire che, dopotutto, quale risposta venga data a questa domanda non è importante. A fare la differenza, nel bene come nel male, è invece il credere di aver risolto l’enigma.

 

[1] Philip. K. Dick, Do Androids dream of electric sheep?, 1968.

[2] So Bad, di Nina Hagen, è una canzone uscita nel 1994. Malgrado sia posteriore sia al romanzo di Dick che al film di Ridley Scott, l'abbiamo scelta perché estremamente evocativa delle contraddizioni implicite al XX secolo. Qui il testo.

[3]«Eppure, in ogni momento, il terreno può aprirsi sotto i nostri piedi e razze strane e misteriose possono riversarsi nel cuore del nostro mondo» (Philip K. Dick as Jack Isidore, Confessions of a Crap Artist).

[4] E proiezioni virtuali.

[5] Rachael, o Rachele, nella Bibbia è una delle mogli di Giacobbe. In ebraico, il suo nome significa «pecorella» o «pecorella di Dio». Inizialmente sterile, fu Dio a concederle di partorire due figlie.

Denis Villeneuve

Blade Runner 2049

USA, 2017