Il mercato dell'arte e le sue dinamiche

Joachim Beuckelaer, Fish Market, 1568, MET 

 

di Bianca Bozzeda


PARTE PRIMA: IL CONTESTO

 

Il mercato dell’arte è un settore vasto e sempre più in crescita. Qualcuno fa, qualcuno compra, qualcuno vende e qualcuno trasporta. È un circuito che si gioca tra chi realizza le opere, le gallerie d’arte, i luoghi d’esposizione, i collezionisti, le (potentissime) fiere, la stampa, le società di assicurazione, le compagnie di trasporto, gli addetti alla sicurezza. Curatori, consulenti, giornalisti, corniciai, restauratori, fotografi, trasportatori, mediatori. Musei, centri d’arte, fondazioni, istituzioni, guardie di finanza, doganieri, appassionati, esperti, amatori, scettici.

 

Osservandolo da fuori, non si capisce perché alcune opere arrivino a costare cifre da capogiro (si scopre poi quanto questo capogiro sia non soltanto relativo, ma spesso inesistente), né perché qualcuno sia disposto a pagare somme simili. Non è chiaro chi compri le opere e cosa ne faccia. Non è chiaro chi paghi gli artefici delle opere, né chi poi le abbia fatte davvero. Questo perché le cosiddette leggi del mercato non sono per nulla definite, anzi; non sono leggi per nulla.


Capita che una sera, durante una cena in un hotel nel centro di New York, Londra o Parigi (ma meglio se in una casa privata a Città del Messico, a Seoul o a Zurigo), tra un convenevole e l’altro si fanno gli affari: si scoprono artisti straordinari e, con entusiasta inconsapevolezza per i nuovi arrivati e con un senso di meritata giustizia per chi la sua strada l’ha già fatta, si decide cosa funziona e cosa no. Il destino di un “artista” e delle sue opere dipende da chi ne comprerà i lavori: più grande è la collezione in cui entreranno a far parte, più alte saranno le probabilità che queste opere siano viste e magari prestate a un museo, spesso per ragioni fiscali (in diversi paesi il prestito di un’opera a un museo permette di pagare meno tasse; un sistema che convince molti collezionisti a fare uscire dai salotti e dai caveaux privati le opere acquistate e concederle allo sguardo pubblico). Non solo: spesso i collezionisti sono anche gli stessi mecenati di quei musei che accolgono le loro opere sotto forma di prestiti provvisori o di donazioni. Una realtà che, il più delle volte, ha un peso nella scelta curatoriale e che incide sul programma espositivo.

 

Eppure, nonostante le apparenze, il museo occupa ancora un posto dominante nel mercato dell’arte. Il collezionista spera che le sue opere siano esposte nei più grandi musei internazionali; chi fa opere spera che siano acquisite dai più grandi musei internazionali; il gallerista spera che gli artisti che rappresenta siano esposti nei più grandi musei internazionali. Vige ancora un certo fascino e un grande rispetto per il museo: la concezione dei nuovi complessi museali è ormai cosa riservata ai più grandi architetti (si pensi al Louvre Abou Dhabi, al Whitney Museum di New York o al Guggenheim Museum di Bilbao), i posti di direzione dei musei sono rari e ambitissimi, così come quelli curatoriali, tanto che sono spesso accessibili soltanto tramite concorso. Il museo organizza colazioni, visite, incontri, pranzi e cene esclusivamente riservati ai suoi mecenati e ai collezionisti privati, che accettano di prestare le proprie opere per le esposizioni personali o collettive organizzate dai musei. Non è un caso se il nuovo edificio del Kunstmuseum di Basilea, inaugurato l’anno scorso pochi mesi prima dell’inizio di Art Basel, la più grande fiera d’arte al mondo, abbia di fatto rubato l’attenzione alla fiera stessa, durante la quale si sono battuti record mondiali di vendita del mercato d’arte contemporanea (come accade ogni anno, rigorosamente). 

 

Ci si interroga spesso sul valore di un’opera e su cosa lo giustifichi. Semplicemente o meno, tutto dipende dalla storia di quell'opera: dove è stata esposta, sui cataloghi di quali mostre collettive è stata pubblicata (da cui l’importanza di includere la riproduzione dell’opera nei cataloghi), tra le mani di quali collezionisti privati è passata, da quale galleria è stata venduta, chi ne ha scritto, cosa ne è stato scritto, da quale evento è nata. Nei migliori dei casi questa storia è riportata nel certificato di autenticità, anche noto come “l’autentica”: un documento che ritraccia il percorso dell’opera e ne espone i riferimenti bibliografici. 

 

Esiste anche un altro modo, ancora più autentico, per rintracciare la storia di un’opera. Nell’estate del 2016, mentre gran parte delle sale del museo erano occupate dai dipinti di Baselitz, una piccola ala dello Städel Museum di Francoforte esponeva opere europee di varie epoche mettendo l’accento sulle loro etichette. Etichette applicate sul retro dei quadri o sulle cornici, scritte a mano, battute a macchina su carta o scritte direttamente sul supporto. Le opere, quasi tutte su tela o su legno, erano appese con la superficie dipinta rivolta verso il muro; alcune erano montate su pannelli di vetro trasparente così che se ne potessero osservare entrambi i lati. Le etichette (le più antiche datavano del quattordicesimo secolo) riportavano il nome del mercante dell’opera, a volte quello dei successivi proprietari e, per le opere più recenti, quello delle gallerie da cui erano passate. Oltre a garantire l’autenticità dell’opera, le etichette testimoniano della sua storia: i luoghi in cui si è trovata, i proprietari che ha avuto. Nei casi più fortunati persino le somme di denaro per le quali è stata acquistata. Questa biografia è così importante che spesso, nel momento in cui si decide di rincorniciare l’opera per motivi di conservazione, la nuova cornice viene costruita intorno alla prima. Ecco perché a volte si vedono due cornici intorno a una stessa opera: la più grande e nuova incornicia il quadro con la sua cornice originaria. Per lo stesso motivo, spesso si lascia sul retro della cornice un rettangolo “aperto”, ricoperto di vetro o di plexiglas, dal quale si possano vedere le etichette o gli appunti dell’autore, del mercante o del collezionista. Un dettaglio prezioso e molto utile, soprattutto nel momento della vendita. 

 

C'è poi un altro aspetto interessante: malgrado la quantità di persone coinvolte e la spregiudicatezza delle modalità del compravendita, in fin dei conti (e dei bilanci) tutto ruota intorno a chi produce le opere. Questo però non significa che il mercato dell’arte segua una qualche giustizia morale né che finisca per riconoscere i meriti di chi ha realizzato le opere vendute: spesso gli “artisti” - la parola più amata nell’ambito, forse anche prima di “arte” - sono chiamati a produrre, produrre, produrre, a volte ad un ritmo incredibile, e tanto meglio se cose simili a quelle che si sono tanto vendute all’ultima tanto grande fiera. Il ruolo di chi fa le opere diventa emblematico di un sistema che si basa sul consumo di ciò che funziona, ovvero che vale denaro. Mi ricordo il commento sarcastico di una giovane scultrice britannica che si definiva una “schiava” della galleria che la rappresentava. L’espressione era chiaramente impropria, ancor più se considerata a distanza di tempo e fuori dal contesto in cui era nata, ma soprattutto pensando che quella schiavitù valeva intorno ai 200.000 euro l’anno. Eppure, parafrasando, quella frase significava non soltanto che il ritmo di lavoro era eccessivo, ma che le impediva di prendere le distanze da quegli oggetti che si vendevano così bene e di pensare a cosa fare di diverso, di nuovo, di proprio. Il risultato è che faceva da anni cose simili, senza che né il suo lavoro né l’idea che ne era all’origine evolvessero in alcun modo. Spesso chiedeva più tempo, più comprensione, più buon senso; e aveva ragione. Quanto in fretta può svanire la meraviglia di fare il mestiere che si è sempre sognato. Una volta la vidi piangere mentre raccontava di come il gallerista che la rappresentava l'avesse insultata davanti al pubblico per aver installato un’opera in una sala convenuta poco prima assieme a lui, ma d'improvviso diventata, magicamente, quella sbagliata.