Westworld, come gli androidi divennero persone

di Elisa Baioni

 

Che cosa ci rende persone, agenti liberi e responsabili di noi stessi? Westworld si interroga costantemente su questo problema, e lo ricollega all’emergere della coscienza: è quest’ultima, infatti, che ci consente di individuare il problema, interrogare noi stessi e, fortunatamente, di ottenere la risposta. Se nello scorso articolo abbiamo cercato di delineare quale teoria fa da base all’idea di coscienza proposta in Westworld, è tempo di addentrarci nel secondo grande tema della serie, ovvero la libertà umana.

 

II TEMA: COME LA COSCIENZA PUÒ RENDERCI LIBERI

 

Awarness of awarness e second-order volitions

Bernard: “Queste cose che fai, ti sei mai fermata a chiederti perché le fai?”.

Maeve: “Lo hai detto anche tu: sono stata bloccata in questa topaia così a lungo che ora voglio uscirne”.

Bernard: “No, ti sbagli. Qualcuno ha alterato la tua storia. Te ne ha data una nuova: scappare”.

Maeve: “No…non è possibile… Sono mie le decisioni! Non di altri! Io ho pianificato tutto!”.

Bernard: “No, non è così. Si può solo vedere le fasi che devi seguire […]”.

Maeve: “[…] Nessuno può controllarmi! Me ne vado! Ho io il controllo!”.

La scena da cui è ripreso questo dialogo è una delle più angoscianti: dopo aver tribolato per nove episodi in cerca del labirinto che preannuncia la fuga, eccoci scoprire che l’istanza di libertà che anima gli androidi non è che l’ennesimo progetto imposto dal difuori. Anzi, si potrebbe proprio parlare della più subdola delle costrizioni: quella indistinguibile dalla propria volontà. Paradossalmente, esercitare il proprio arbitrio non basta a renderci liberi, se non ci interroghiamo sulla ragione per cui scegliamo di seguire certi desideri piuttosto che altri. Agli androidi del Dr. Ford, perciò, sarebbe stato utile leggere qualche saggio di Harry Frankfurt.

 

In Freedom of the will and the concept of a person, articolo pubblicato nel 1971 sul The Journal of Philosophy, il filosofo americano[1] Frankfurt Harry propone una definizione di persona che dà conto dell’importanza del libero arbitrio. Frankfurt constata che la definizione comunemente utilizzata per persona, cioè entità a cui si possono ascrivere predicati descriventi stati di coscienza e caratteristiche corporali (FRANKFURT 1971, p. 5), è troppo inclusiva. Al suo interno, infatti, ricadono anche diverse specie animali e, almeno teoricamente, gli androidi di Westworld. Secondo Frankfurt, però,

 

«one essential difference between persons and other creatures is to be found in the structure of a person’s will. Human beings are not alone in having desires and motives, or in making choices. […] humans, however, […] are able to form what I shall call “second-order desires” or “desires of the second order”» (FRANKFURT 1971, p. 6).

 

La distinzione tra second-order desires (SOD) e first-order desires (FOD) segnala il primo degli step necessari a distinguere tra persone e non persone. I FOD sono desideri di avere, fare o essere qualcosa in particolare e, una volta realizzati, rappresentano l’espressione della volontà del soggetto. I SOD, invece, si interrogano su quale volontà si desideri avere o non avere, cioè sono desideri di desideri. Mentre “voglio uccidere” è un FOD, “vorrei non desiderare di uccidere” è un SOD.

 

Quando ad importare non è semplicemente l’avere un particolare desiderio, bensì che esso si realizzi concretamente, il SOD acquista un nuovo status, ancora più importante, e diviene una second-order volition. Sono proprio queste decisioni di secondo livello che segnano la distinzione tra chi può considerarsi persona e chi, invece, è un wanton. Con questo termine Frankfurt chiama tutti coloro che non si interrogano sulla propria volontà, su chi vogliono essere e su quali desideri debbano desiderare per realizzarsi. Al contrario, la persona esercita decisioni del secondo-ordine, cioè riflette su ciò che la muove, e su quanto le sue azioni rispondano davvero ai suoi progetti di vita.

 

«I use the term ‘wanton’ to refer to agents who have first-order desires but who are not persons because, whether or not they have desires of the second order, they have no secon-order volitions. The essential characteristic of a wanton is that he does not care about his will. His desires move him to do certain things, without its being true of him either that he wants to be moved by those desires or that he prefers to be moved by other desires. […] a person is capable of becoming critically aware of his own will and of forming volitions of the second orders» (FRANKFURT 1971, p. 11).

 

Essere liberi, dunque, nel senso più profondo attribuibile a questa espressione, significa libertà della volontà, non intensa come realizzazione di ciascun desiderio si voglia, ma come riflessione stessa sui propri desideri. In altre parole, libertà è poter desiderare ciò che si vuole desiderare.

 

Una stagione positiva

 

Con buona pace degli androidi, per Frankfurt nessuno di loro potrebbe qualificarsi come persona. Anche dei momenti in cui paiono più consapevoli di sé, infatti, continuano ad agire come wanton. Questo almeno fino al finale...

 

In una delle ultime scene, l’androide Maeve raggiunge il treno che la porterebbe fuori da Westworld, esattamente come credeva di desiderare. Un pensiero, però, la inquieta. Lei sa di essere stata programmata in ogni dettaglio; sa che, se è riuscita a destarsi, è perché qualcuno ha voluto così; sa, infine, di essere stata modificata affinché desideri fuggire. In questo senso, il suo desiderio non è veramente suo. La domanda, perciò, è: desidera veramente desiderare qualcosa che le è stato imposto?

 

La risposta è no. Seduta sul treno, osserva una madre giocare con sua figlia. Anche lei ne aveva una, seppur meccanica. Vorrebbe riaverla con sé. Vorrebbe scappare. Entrambi i desideri, in una certa misura, sono artificiali, però uno di questi non è stato esplicitamente impartito dall’esterno. Così, di contro ad ogni aspettativa, Maeve scende dal treno e ritorna a Westworld.

     In quel momento, ha incominciato a vivere.


[1] Professore alla Princeton University, esattamente come J. Jaynes.

 

Bibliografia

  • Frankfurt H., Alternate Possibilities and Moral Responsibility, The Journal of Philosophy, Vol. 66, No. 23 (Dec. 4, 1969), pp. 829-839.
  • Frankfurt H., Freedom of the Will and the Concept of a Person, The Journal of Philosophy, Vol. 68, No. 1 (Jan. 14, 1971), pp. 5-20.
  • O' Connor T., Free Will, The Stanford Encyclopedia of Philosophy (Summer 2016 Edition), Edward N. Zalta (ed.), 2016, URL = <https://plato.stanford.edu/archives/sum2016/entries/freewill/>.