Westworld, sull'origine della coscienza

 

di Elisa Baioni

 

Nel 2016, per la HBO, esce Westworld, serie tv di dieci episodi, scritta e diretta da Jonathan Nolan [1]. La storia è ambienta all’interno di un parco a tema popolato da androidi, e racconta il difficile percorso che alcuni di questi dovranno intraprendere per diventare coscienti e liberarsi dalla tirannia umana.

 

Ispirata a un omonimo film del 1973,[2] la prima stagione di Westworld ha come temi cardine l’origine della coscienza e il ruolo che essa gioca nel renderci agenti liberi. Rappresenta, perciò, non solo un piacevole intrattenimento, ma anche un spunto iniziale per approfondire due argomenti centrali al dibattito filosofico contemporaneo. Insomma, è un’ottima occasione per fare filosofia coi pop corn. E poiché allo staff di Deckard i pop corn piacciono molto, ai temi dibattuti da Westworld dedicheremo non uno, ma ben due articoli diversi.

 

I TEMA: L'ORIGINE DELLA COSCIENZA


Julian Jaynes e la Teoria della Mente Bicamerale
 

In uno degli ultimi episodi della serie, il Dr. Ford, creatore di Westworld e membro onorario della società che lo gestisce, cita quale base teorica dei suoi esperimenti la Mente Bicamerale dello psicologo Julian Jaynes. 
      Nato nel 1920, Jaynes studia psicologia in Canada e negli USA, consegue il dottorato a Yale e insegna alla Princeton University dal 1966 al 1990. Il suo lavoro più famoso è il saggio The Origin of Consciousness in the Break-down of the Bicameral Mind, pubblicato nel 1976, e oggi nuovamente al centro dell’attenzione grazie a Westworld.

      In The Origin of Consciousness, Jaynes sostiene che, non solo l’uomo non è sempre stato cosciente di sé ma, al contrario, ha trascorso gran parte della propria vita evolutiva in uno stato di inconsapevolezza, dove una parte del suo cervello elaborava i comandi e l’altra li percepiva come allucinazioni esterne. Ciò che oggi chiamiamo coscienza, perciò, non è che un’inaspettata e recentissima proprietà emergente, frutto della selezione naturale, della scrittura e dell’organizzazione umana in società sempre più complesse.

      Jaynes parte da due constatazioni fondamentali: la prima è che il nostro cervello compie molte operazioni senza che la coscienza ne sia consapevole o vi ricopra un qualche ruolo; la seconda, di carattere storico e linguistico, è che non esistono corrispettivi dell’attuale termine coscienza nel vocabolario usato dalle società pre-ellenistiche (sia medio orientali che americane).


«Consciousness […] It is not necessary for making judgments or in simple thinking. It is not the seat of reason, and indeed some of the most difficult instances of creative reasoning go on without any attending consciousness. […] consciousness does not make all that much difference to a lot of our activities» (JAYNES 2000, pp. 46-47).

 

Non è difficile, perciò, immaginare che, pur muovendosi in un ambiente pericoloso e arduo da comprendere, gli uomini siano potuti sopravvivere egregiamente anche se sprovvisti di coscienza. Jaynes constata, inoltre, che molti dei tratti che noi siamo soliti attribuire al famigliare dialogo interiore, in passato non venivano affatto descritti così. Jaynes trae i suoi esempi principali dall’Iliade; tuttavia, man mano che il ragionamento va snodandosi tra le pagine, le fonti a sostegno della teoria si fanno più numerose.

     Nel poema di Omero, gli eroi illustrano le loro scelte non come frutto di un ragionamento, ma come il risultato della possessione da parte degli dei:

 

«the beginning of actions are not in conscious plans, reasons, and motives; they are in the actions and speeches of gods. To another, a man seems to be the cause of his own behaviour. But not to the man himself. When, toward the end of the war, Achilles reminds Agamemnon of how he robbed him of his mistress, the king of men declares, “Not I was the cause of this act, but Zeus,[…]” (19: 86-90). And that this was no particular fiction of Agamemnon’s to evade responsibility is clear in that this explanation is fully accepted by Achilles, for Achilles also is obedient to his gods» (JAYNES 2000, p.73).

Dunque nella mente bicamerale le decisioni del cervello non vengono percepite come frutto della propria persona, ma come comandi esterni. Gli dei, allora, lungi dall’essere un escamotage della volontà umana di spiegarsi l’inspiegabile, rappresentano la volontà stessa.

     Per Jaynes, le voci divine sono un effetto collaterale dell’evoluzione del linguaggio, e devono la loro forza al ruolo giocato dalla percezione uditiva nello stabilire le gerarchie di comando. La loro presenza non influisce semplicemente sul singolo individuo, ma anche sull’organizzazione sociale delle comunità umane. A una mente bicamerale corrisponde, infatti, una società bicamerale, raccolta attorno al tempio sacro del dio-re, cioè alla proiezione materiale dell’insieme di allucinazioni che regolavano la vita collettiva. Ma se le allucinazioni erano in grado di stabilire e conservare sufficientemente bene l’armonia interna a piccoli gruppi di uomini, mal si addattavano a contesti caotici e affollati, allorché comunità con codici e ordini diversi finivano per convivere assieme.

     Il collasso della mente bicamerale e l’insorgere della coscienza sono individuate da Jaynes proprio nell’aumento di complessità dovuto all’inurbamento, alle migrazioni, all’aumento di interazioni tra culture diverse, nonché alla nascita della scrittura, prima forma di documentalità[3] esterna:

 

«This loosening of the god-man partnership perhaps by trade and certainly by writing was the background of what happened. But the immediate and precipitate cause of the breakdown of the bicameral mind, of the wedge of consciousness between god and man, between hallucinated voice and automaton action, was that in social chaos the gods could not tell you what to do […]» (JAYNES 2000, pp. 208-209). [6]

 

Che cos’è la coscienza?

 

Per Jaynes la coscienza nasce quando la voce interiore degli individui si sostituisce a quella allucinatoria degli dei, ovvero quando l’uomo diviene consapevole della sua consapevolezza. Se l’uomo bicamerale «[…] obeyed these hallucinated voices because he could not ‘see’ what to do by himself» (JAYNES 2000, p.75), l’uomo contemporaneo è in grado di narrare e rielaborare da sé il mondo esterno.

     Jaynes associa la coscienza allo sviluppo del linguaggio e, in particolare, all’uso delle metafore e alla rete di rimandi di significati che da esse si generano. In questo senso,


«Consciousness becomes the metaphier full of our past experience, constantly and selectively operating on such unknowns as future actions, decisions, and partly remembered pasts, on what we are and yet may be. And it is by the generated structure of consciousness that we understand the world» (JAYNES 2000, p. 59).

 

Dunque  la coscienza è quella proprietà emergente che dà significato al mondo e che ci permette, in un certo grado, di non essere totalmente passivi nei confronti di noi stessi. Da golem ci trasforma in persone, rendendoci, almeno parzialmente, consapevoli e corresponsabili del procedimento decisionale con cui scegliamo chi essere e come agire.

     Quanto questa consapevolezza sia fondamentale per il possesso del libero arbitrio e l’acquisizione dello status di persona è il secondo grande tema affrontato da Westworld, che, però, noi tratteremo nel prossimo articolo, dopo esserci abbondamentemente riempiti la scodella di pop corn.

 

[1] In collaborazione con Lisa Joy.
[2] All’epoca diretto da Micheal Crichton, re del thriller fantascientifico.

[3] Il riferimento è a Maurizio Ferraris e al termine con cui identifica la necessità dell’uomo di registrare in documenti materiali i propri atti.

 

BIBLIOGRAFIA

  • Jaynes J., The Origin of Consciousness in the Break-down of the Bicameral Mind (1976), Boston-NewYork: Houghton Mifflin/ Mariner Books, 2000.
  • Van Gulick R., Consciousness, The Stanford Encyclopedia of Philosophy (Summer 2017 Edition), Edward N. Zalta (ed.), 2017, <https://plato.stanford.edu/archives/sum2017/entries/consciousness/>.
  • Sani A., Ciak, si pensa! Come scoprire la filosofia al cinema, Roma: Carocci editore, 2016.