Game Of Thrones è un sogno di Bran Stark

 

di Paulo Fernando Lévano

 

Partendo dal presupposto che, se ci sono i soldi, le idee si materializzano in modo spettacolare, supponiamo ora che Il trono di spade (HBO, 2011-) sia una bellissima produzione televisiva. E si tenga pure conto che lo si dice ora, nel 2017, quando di televisione se n’è guardata tanta. Certo, la nostra supposizione non sembra affatto una supposizione ma una constatazione dei fatti così come sono, ma siamo allergici ai giudizi categorici e rispettiamo i lettori che giustamente la pensano diversamente.

 

Allora, Il trono di spade è una bellissima produzione televisiva. Possiamo dirlo ora, con strumenti più precisi e con misurazioni più accurate. Prima di ora, il criterio per giudicare non era perfettamente comprensibile: cosa faceva di una serie TV “la migliore” serie TV? Il fatto che durasse “tanto” quanto Beautiful? Il fatto che fosse “realistica” nel senso di C.S.I.? Impossibile a dirsi: un criterio sembra rivolto al pubblico, mentre l’altro alla sceneggiatura, e spettatori e sceneggiatori possono comunicare ma in nessun modo possono scambiarsi i ruoli. Da dove viene dunque il successo di una serie TV?

 

Il trono di spade fa a meno di questi due criteri, e li rende inattuali (ma non nel senso buono). In base a questa operazione, supponiamo con basso margine di errore che Il trono di spade sia una bellissima produzione televisiva, ma supponendo ciò di sicuro non ci stiamo sbilanciando, al punto di dire “Il trono di spade è la migliore serie TV”, poiché non ci interessa arrivare a istanze di tipo “la serialità televisiva è la nuova letteratura”, passando per istanze del tipo “per capire Il trono di spade bisogna guardare la serie e leggere il libro”. Niente affatto. Supponendo che Il trono di spade sia una bellissima produzione televisiva, stiamo semplicemente dicendo che essa deve tutto il suo successo alla combinazione di due elementi: lo storytelling di Lost (ABC, 2004-2011) e l’universo contenuto nella trilogia de Il signore degli anelli (Peter Jackson, 2001-2003).

 

Entrambi sono presenti nella trama che porta i telespettatori e i lettori fra bastardi, streghe, capitani di ventura e draghi (non quelli di Mario, ma quelli veri), tutti molto archetipici. I draghi, come gli uomini, si sa, sono creature legendarie che dall’inizio dei tempi contrappongono costantemente una loro natura indomita ai capricci del fan service. Cos’è il fantasy senza fan, altrimenti? Cosa sarebbe delle nostre storie preferite se gli sceneggiatori non accoppiassero personaggi, se non progettassero resurrezioni, se non includessero draghi e alchimia nei loro resoconti di donne forti? Insomma, a chi non piace un eroe nano?

 

E, a questo, ora bisogna aggiungere che ci sono visioni di spazi e tempi diversi da quelli presenti, scontati, noiosi, disincantati. Nel dosaggio intelligente del deus ex machina c’è l’opportunità di includere in un numero qualsiasi di puntate molto più universo fantastico di quante se ne possano effettivamente inserire nella trama effettivamente raccontata. Inoltre, è un ottimo modo per camuffare il fatto che gli attori giovani invecchiano prima degli attori adulti: ieri Bran era un bambino, oggi sarebbe abbastanza grande da affiancare Harry Potter nella sua passione per i cavalli, ma alla fine non importa! Con Bran possiamo vedere le vicende passate di cui costantemente si parla nella serie. A chi non piace un flashback?

 

Prima di chiudere però, sentiamo che per onestà intellettuale dobbiamo controbilanciare la supposizione iniziale di questo scritto: non importa quanto Lost  si inietti ne Il signore degli anelli, nulla sarà più brutto di una colonna sonora a tema “nani e flashbacks”.