Folklore e letteratura in Hayao Miyazaki

 

di Chiara Davi

 

Sen to Chihiro no kamikakushi, conosciuto in Italia come La città incantata, è un capolavoro cinematografico del 2001, creato e diretto dal brillante maestro Hayao Miyazaki. Con le sue ambientazioni così caratteristiche ed i personaggi altrettanto peculiari, la storia trascina lo spettatore all’interno di un mondo incantato che suscita costantemente uno sguardo nostalgico verso l’infanzia (Mes 2002). Proprio per questo la toccante immedesimazione nella giovane protagonista Chihiro, capace di cogliere il lato magico in qualsiasi situazione, è uno dei fattori che ha inciso nella conquista del premio Oscar come miglior film d’animazione dell’anno 2003.

 

Ma questo magico mondo è totalmente frutto della genialità di Miyazaki?  Come si può evincere anche da una visione superficiale del film, esso è fortemente permeato da riferimenti alla tradizione nipponica, e ad uno sguardo più attento si nota come l’opera abbia le sue radici sia in fonti letterarie che in altri lungometraggi dello stesso Miyazaki precedenti La città incantata.

 

Analizzando il film nell’ottica degli elementi folkloristici, grande importanza va attribuita al titolo originale: Sen to Chihiro no kamikakushi, traducibile con “la misteriosa sparizione di Sen e Chihiro”. Il termine kamikakushi infatti letteralmente significa “nascondimento ad opera di un kami”, un’espressione che in passato attribuiva la colpa ad un kami qualora si verificassero sparizioni improvvise di bambini e donne all’interno dei villaggi. Tali figure sono divinità e spiriti di vario genere originariamente provenienti dalla fede shintoista e assorbiti nelle credenze più popolari, quindi rintracciabili in leggende perdurate fino ad oggi riguardanti misteriose scomparse di fanciulli (Noriko 2005, pp. 8-9).

 

Oltre a questo primo evidente riferimento, vi sono altre tracce dell’influenza culturale nei personaggi che abitano la città incantata, innanzitutto per quanto riguarda la strega Yubaba. La maga antagonista è spesso associata ad una figura ricorrente nelle fiabe giapponesi: la megera delle montagne yamauba, un personaggio dispotico che dimora nelle cime delle catene montuose divorando i poveri passanti. Ugualmente Yubaba, dalla cima del suo edificio, terrorizza gli impiegati grazie al potere di trasformare gli uomini in animali per poi mangiarli. In una versione della leggenda di yamauba, questa è madre di un bambino dalla forza erculea, contraddistinto da un harakake (abito tipico giapponese) rosso con l’ideogramma del suo nome. Lo stesso abbigliamento è vestito da Bō, il gigantesco figlio di Yubaba che potenzialmente potrebbe spezzare il braccio di Chihiro con una mano, se lo volesse (Noriko 2005, pp. 13-14). Personaggio antitetico è Kamaji: il vecchio uomo delle caldaie, apparentemente burbero ed austero, che rivela infine il suo lato gentile verso Chihiro e si mostra ribelle nei confronti del regime di Yubaba. Poiché diametralmente contrapposto alla strega per ideologia e per l’ubicazione all’interno dell’edificio (i due stanno ai vertici opposti della casa termale) egli è associabile alla figura storica del tsuchigumo, il sovversivo contro l’autorità imperiale. Nonostante il desiderio rivoluzionario, il tsuchigumo spesso lavorava al servizio del potere regnante per non destare sospetti, proprio come fa l’operoso Kamaji nella penombra della sua camera delle caldaie (Noriko 2005, p. 15).

 

Un aneddoto narrato nelle antiche cronache giapponesi vede protagonisti la divinità Nigihayahi ed il suo malvagio suocero. Quest’ultimo pone violentemente resistenza alla campagna dell’Imperatore Jimmu per difendere il suo clan di nativi. Al momento dello scontro Nigihayahi, invece che schierarsi con il suocero, lo tradisce combattendo al fianco di Jimmu e portandolo alla vittoria: in questa maniera il regno fu pacificato (Aston 1956, p. 128). La storia di Haku è molto simile poiché, da fedele apprendista di Yubaba qual era, diverrà un disertore dopo l’arrivo della forestiera Chihiro. In seguito alla loro vittoria riconquisterà la libertà ricordando il suo vero nome: Kohaku Nighihayami. La forte affinità tra i nomi e le azioni dei due personaggi è tutt’altro che casuale, ci troviamo nuovamente di fronte alla profonda conoscenza tradizionale che Miyazaki possiede e che inserisce nell’opera, in questo caso tramite la figura di Haku.

 

Le fonti letterarie che ispirano La città incantata sono per lo più racconti destinati a bambini o adolescenti. Con l’esempio di Haku è già stata introdotta la tematica della libertà insita nel nome proprio di cose e persone, fortemente presente anche nel ciclo di racconti di Ursula Le Guin ambientati a Terramare: “Quando scoprì che, chiamandoli con il loro vero nome, i falchi selvatici scendevano in picchiata per andare a posarsi sul suo polso […] il ragazzino divenne avido di conoscere altri nomi” (Le Guin 2015, pp. 13-14). / “In quella monotona impresa di apprendere il vero nome di ogni luogo, oggetto ed essere era nascosto […] il potere che lui tanto desiderava. Poiché in questo consisteva la vera magia, nel conoscere il vero nome di ogni cosa” (Le Guin 2015, p. 63). Lo stesso potere viene padroneggiato da Yubaba, in grado di controllare totalmente i suoi dipendenti privandoli del loro vero nome, come nel caso di Chihiro ribattezzata dalla strega col nome di Sen, in totale accordo col precetto secondo cui “colui che conosce il vero nome di un uomo tiene la sua vita nelle proprie mani” (Le Guin 2015, p. 91).

 

L’opera letteraria che più tra tutte ha spinto Miyazaki a realizzare La città incantata è un libro per l’infanzia dell’autrice Sachiko Kashiwaba, pubblicato in Giappone nel 1987. In Italia fu originariamente stampato col titolo Il meraviglioso paese oltre la nebbia (2003), che nella seconda edizione venne cambiato in La città incantata al di là delle nebbie (2011) e nella terza nuovamente modificato, divenendo semplicemente La città incantata (2015). La ragione di tali mutamenti è dovuta proprio allo stretto legame che intercorre tra il libro ed il film, che pare quasi una trasposizione cinematografica del primo. Lo stesso Miyazaki ha dichiarato di essere un estimatore dell’opera di Kashiwaba e che in questa ha trovato la sua principale ispirazione: per lo svolgimento della trama in generale, ma soprattutto per la decisione di utilizzare come protagonista una sprovveduta ed inetta bambina di 10 anni (Miyazaki 2001).

 

Secondo l’interpretazione di Ando Satoshi, professore universitario in Giappone, altro testo di riferimento per la realizzazione del film è Alice’s Adventures in Wonderland (1865) di Lewis Carroll. I due lavori affrontano lo stesso topos, ossia il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, utilizzando come metafora pedagogica il viaggio della protagonista in una terra sconosciuta. Entrambe le eroine sono costrette ad imparare a sopravvivere in un mondo in cui sono ormai eccessivamente grandi per essere trattate come bambine, ma ancora troppo piccole per affrontare le situazioni con la maturità di due adulte. Durante il percorso ambedue subiscono una vera e propria perdita della loro identità di immature: Alice è spesso scorrettamente appellata come Mary Ann, proprio come Chihiro perde il suo nome divenendo Sen. Fortunatamente alla fine delle mille peripezie entrambe sono arricchite di una nuova sapienza, come se il loro viaggio si concludesse con una rinascita, un ritorno alla vita reale in qualità di adulte (Satoshi 2008, pp. 25-26).

 

Infine risulta impossibile non notare come alcune tematiche de La città incantata fossero già abbozzate in alcuni film precedenti dello stesso Miyazaki. Esaminandoli sommariamente si riscontra come l’iniziazione al mondo lavorativo adulto fosse una questione cardine anche in Kiki – consegne a domicilio (1989), mentre le difficoltà dell’approcciarsi al periodo preadolescenziale erano già state accennate in Il mio vicino Totoro (1988) anche se in maniera meno rimarcata (Satoshi 2008, p. 26). Inoltre il personaggio del Senza-Volto, sempre coperto dall’inespressiva maschera tipica del teatro Nō giapponese, potrebbe essere associato allo Spirito-Bestia che compare in Principessa Mononoke (1997) per via dell’attitudine comune a perseguitare il protagonista durante tutto il corso della trama (Noriko 2005, p. 20).

 

La sensibilità poetica con cui Miyazaki ha riadattato le sue numerose fonti d’ispirazione è ciò che rende La città incantata un film adatto a qualsiasi pubblico, in grado di emozionare gli adulti come bambini e di illustrare ai più giovani gli stessi valori che Chihiro comprenderà alla fine del suo viaggio: l’utilità della perseveranza, l’importanza dell’amicizia, la forza della gentilezza.

 

Bibliografia e sitografia: