Perché gli scrittori si suicidano? Su scrittura e depressione

Eugène Leroux, Le Suicide, 1846, MET

 

di Nicolò Rubbi

 

Perché gli scrittori si tolgono la vita? Sulle prime, la domanda sembra mal posta ed esige una formulazione più specifica: perché, a parità di malessere, è più comune sentire la notizia del suicidio di uno scrittore, invece di quella di uno scienziato? In fin dei conti, anche Einstein c’era andato a fondo, molto a fondo, alle cose, eppure non si è ammazzato.

 

Se avessi letto questa domanda qualche tempo fa, avrei potuto abbozzare una risposta semplice e semplicemente debolissima. Ora, dopo qualche riflessione più approfondita, ecco cosa sono riuscito a spremere da questo curioso quesito.

 

Se sfogliassimo La scopa del sistema di David Foster Wallace, ci imbatteremmo in passaggi come questo, suggestivi al punto da costringerci a rimasticare parole chiave come tristezza, narrativa, scrittura, gioventù: “Triste, però, anche questo. Lo sai da dove arrivano tutti i racconti tristi che leggo? Ho scoperto che arrivano sempre da gente giovane. Quasi esclusivamente studenti del college. Sto cominciando a sospettare che nella gioventù americana ci sia qualcosa che non va” [1]- dice Rick Vigorous, imprenditore capo di una casa editrice che non ha pubblicato nemmeno un libro, a Lenore Beadsman, sua amante e collaboratrice. Un sorriso amaro ci arriva alle labbra. Forse dovremmo chiederci una volta per tutte il perché di questa connessione oscura e intima tra lo strumento della scrittura e uno stato emotivo così difficoltoso. Ho pensato che David Wallace, la sua biografia, i suoi personaggi e la cornice narrativa nella quale egli li inserì, potessero essere utilizzati come spunti per affrontare gli snodi fondamentali di questo breve percorso anatomico in quella che egli stesso chiamò, in un celebre racconto[2], la Cosa Brutta, riferendosi alla sommatoria delle proprie nevrosi. Un Foster-pretesto, dunque, e niente di più.

 

David Foster Wallace soffriva di disturbi depressivi feroci. Sin da giovane, dal suo periodo di studio allo Amherst College, era ben “conscio dei pericoli che albergano in una mente che corre a briglia sciolta, in un pensiero che risponde solo e soltanto a se stesso” [3]. Anni dopo farà dare al narratore onnisciente del Pianeta Trillafon una definizione assai pertinente, anche se molto romanzata, del disturbo: “Uno della televisione con lo scilinguagnolo ha detto che secondo certi è come sott’acqua, sotto una massa d’acqua che non ha superficie, almeno per te, che qualunque direzione prendi trovi soltanto altra acqua, niente aria fresca né libertà di movimento, solo restrizioni e soffocamento, e niente luce” [4]. Sarebbe affascinante rovistare nella letteratura in cerca di altre formule che tentino di dare un volto al male del secolo; ma, se più saggiamente decidessimo di affidarci alla scienza, troveremmo una definizione bipartita in una componente biochimica e una psicologica. Già, poiché lo stato depressivo è l’esito dell’operazione congiunta e complementare di una carenza chimica e di una ruminazione mentale di pensieri assai poco simpatici, che conduce ad uno stato di spossatezza cronica e ad una perdita di interessa per la vita.

 

Riveleremmo senz’altro il segreto di Pulcinella se affermassimo che gli atteggiamenti mentali, siano essi positivi o negativi, condizionano la nostra condotta di vita quotidiana. Senza troppi sforzi si può qui riconoscere l’esistenza di un’inclinazione, diffusa e cerebralissima, che tenta di piegare, forzandolo, il reale sull’idea. Il risultato è un vicolo cieco, poiché l’idea tende, per sua natura, ad una realtà che non adegua mai. Hegel, nella Fenomenologia dello spirito aveva intuito come ciò portasse ad un’infelicità della coscienza, ad un disagio che, portato all’estremo, si fa patologia. È un platonismo disperante, disperato nel tentativo impossibile di colmare lo iato tra la cosa e il suo corrispettivo iperuranico. È la malattia del romanziere, la cui quotidianità - nel più sfortunato dei casi - viene contaminata dal suo lavoro d’immaginazione. Il giovane David Wallace, il talentuoso studente dalle guance butterate, sulle prime “non aveva idea di quali fossero le regole che governavano” [5] la realtà. “L’ambiguità della vita reale veniva rimpiazzata dall’intelligibilità” [6], egli finì così per rifugiarsi nel mondo della fiction, che trovava e non ritrovava all’intorno, secondo uno scarto ineluttabile che mai si sarebbe potuto eliminare. E ciò si riflette nei personaggi della Scopa, in Lenore almeno, che si sente “come priva di un’esistenza reale" [7], scollata da sensazioni che percepisce da sé come estranee.

 

David promise a se stesso di cambiare, e promise che ciò avrebbe avuto dei riflessi nella qualità e nella natura delle cose che scriveva. Desiderava prendere implicitamente le distanze da quel senso di alienazione sperimentato dal suo Hal in Infinite Jest, da quel senso di straniamento che delimita uno spazio a lato del mondo reale [8]. Esiste un atteggiamento mentale inverso rispetto a quello “idealistico”, che gli fa come da controcanto. Accade laddove l’idea cessi la sua pretesa e abdichi all’egemonia del reale. Niente più dualità, né scollamento; e dove manca il doppio, manca la possibilità di divergenza o dissonanza; dove manca il doppio, c’è unità. Forse. L’atteggiamento mentale di chi si apre alla realtà, ignorando la ruminazione ideale iterata, non è privo di insidie. Il rischio è, in questo caso, “il senso di sopraffazione e sovraesposizione agli stimoli della vita” [9]. La realtà investe il soggetto tramite un flusso di dati che richiede d’essere elaborato e processato velocemente, a meno di un ingorgo, di un intasamento che porta, anche in questo caso, al panico patologico. In quest’ottica dobbiamo guardare ai primi racconti di Brevi interviste con uomini schifosi, e sempre in quest’ottica dobbiamo leggere i particolari su cui il nostro Foster-pretesto indugia nel descrivere il natante di Per sempre lassù o gli stessi uomini schifosi che rilasciano indiretta testimonianza del proprio schifo amplificato per tramite del potente medio descrittivo. Così è per i personaggi della raccolta Oblio, così è per la minuzia con cui viene esaminato il cancro (e la condizione sofferente) della moglie di Salomon Silverfish, che apre Questa è l’acqua[10]. Il Reale esonda, trasborda nella sua sovrabbondanza copiosa. Il soggetto soccombe, sommerso com’è dalla quantità di dettagli che richiedono un esame, che richiedono attenzione, e - in definitiva, una domanda di senso che si accompagni ad una risposta pertinente.

 

Emil Cioran credeva che la scrittura potesse salvare la vita. Esiste, dunque, una scrittura medicamentosa, una scrittura-phàrmakon. Può esistere. Ma certo è che non per tutti i suicidi della storia della letteratura le cose girarono in questo modo. Qualche tempo fa lessi un’intervista di Haruki Murakami nella quale diceva che scrivendo si mette ordine nei pensieri. Tante grazie, è una mezza verità. Scrivendo si riordinano i pezzi, sì, ma non possiamo previamente sapere nulla del disegno finale dell’arazzo che la trama delle parole va componendo. Il risultato può esser stupefacente o terrificante. È così che sorge la scrittura catalizzatrice o amplificativa: nel riordinare, è possibile che i tasselli si dispongano in combinazioni che altro non fanno che acuire il senso di disagio, accentuando il nitore e la nettezza con cui la proposta del reale s’impone.

 

Forse fu così per coloro che, di penna svelta, decisero di porre fine ai propri giorni. Per essi, ad un’eventuale carenza biochimica di serotonina si aggiunse la predisposizione verso un atteggiamento mentale negativo e pessimistico. La scrittura, infine, non seppe fare da àncora, finendo per amplificare esponenzialmente la patologia, reduplicando una sofferenza già forte, ma ancor più pietrificante nelle sue vesti composte di nero su bianco. Ma quanto detto fino adesso si affaccia su un’ulteriore aporia: tutto questo vuol dire che, comunque facciamo, sbagliamo? Che, comunque facciamo, il nostro destino è perire di depressione? Non esiste una terza via ai due atteggiamenti che ho indicato? Esiste. Non esiste. Non saprei, forse non in letteratura. Ci dovrei pensare ancora.

 

[1] David Foster Wallace, La scopa del sistema, Torino: Einaudi, 2014, pp. 126-127.

[2] Id., Il pianeta Trillafon e la Cosa Brutta, in Id., Questa è l’acqua, Torino: Einaudi, 2009, pp. 59-82.

[3] D. T. Max, Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi. Vita di David Foster Wallace, Torino: Einaudi, 2013, p. 23.

[4] David Foster Wallace, Il pianeta Trillafon e la Cosa Brutta, cit., p. 67.

[5] D. T. Max, Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi, cit., p. 24.

[6] Ivi, p. 38.

[7] David Foster Wallace, La scopa del sistema, cit., p. 81.

[8] Ci riferiamo qui all’intervista con Raffaello Palumbo Mosca, a cura di Alberto Comparini, uscita su LPLC in data 31 maggio 2016,

[9] D. T. Max, cit., p. 96.

[10] David Foster Wallace, Per sempre lassù, in Id., Brevi intervisti con uomini schifosi, Torino: Einaudi, 2016, pp. 8-19.