Nello sciame

Alexandre-Louis Lenoir, 1860–84, MET

 

di Edoardo Bassetti 

 

Nonostante Nello sciame non sia un’opera voluminosa, offre comunque una molteplicità di spunti che sarebbero impossibili da trattare organicamente in questa sede. Abbiamo quindi deciso di fare una scelta, e di proporvi una chiave di lettura fra le varie possibili: indagare come il medium digitale abbia già cambiato profondamente, nel giro di pochi anni, la sfera privata e la vita quotidiana di ognuno di noi. 

 

«Il rispetto presuppone uno sguardo distaccato, un pathos della distanza. Oggi, questo sguardo cede a una visione priva di distanza, che è tipica dello spettacolo. Il verbo latino spectare, da cui deriva il termine “spettacolo”, indica un puntare lo sguardo voyeuristico, al quale manca il riguardo distaccato, il rispetto (spectare). La distanza è ciò che distingue il respectare dallo spectare. Una società senza rispetto, senza pathos della distanza sfocia in una società del sensazionalismo.» (pag.11)

 

La rivoluzione digitale ha ridotto sensibilmente – se non annullato del tutto - qualsiasi distanza spaziale, che inevitabilmente è anche una distanza mentale. L’esiguità o la totale assenza di questa distanza di salvaguardia porta ad una coincidenza sempre più evidente tra ciò che è pubblico e ciò che è privato: l’intimità diventa allora, inevitabilmente, esibizione - basta pensare, ad esempio, alle stories di Instagram o Snapchat.

 

Se prendiamo per buone le parole di Roland Barthes, che ne La chambre claire scrive che la sfera privata è “quella zona di spazio, di tempo, in cui io non sono un’immagine, un oggetto”, noi oggi non avremmo ormai alcuna sfera privata: non esiste più, infatti, una zona nella quale noi non siamo immagini, nella quale non ci sia un qualche obiettivo fotografico pronto ad immortalarci. Di pari passo all’annullamento di ogni distanza, la rivoluzione digitale ha cambiato nel profondo le nostre abitudini e i nostri atteggiamenti, portando conseguenze che avranno risvolti notevoli sin dal prossimo futuro.

 

«Il rispetto è vincolato al nome. Anonimato e rispetto si escludono a vicenda. La comunicazione anonima, incoraggiata dal medium digitale, riduce drasticamente il rispetto ed è corresponsabile della dilagante cultura dell’indiscrezione e della mancanza di rispetto.» (pag.13)

 

Capita spesso, appunto, di leggere commenti di rara brutalità da persone che, nella vita di tutti i giorni, mai ricorrerebbero a un tale registro. Oltre a questo Mr. Hyde virtuale che si nasconde in ognuno di noi, non è un caso se le shitstorms che pullulano nel web siano fondamentalmente anonime, provenienti magari da account fittizi creati ad hoc. Sovrano della nostra società diventa allora chi può disporre a proprio piacimento di queste shitstorms nella rete, e molte delle recenti campagne elettorali ce n’hanno dato conferma. Anche l’Iliade, l’opera sulla quale si è formato l’Occidente - potreste obiettare -, nasce proprio dall’ira. Si tratta, però, di un’ira cantabile, narrativa, prolifica; l’indignazione del web, invece, è spesso e volentieri sterile, incapace sia d’azione che di narrazione.

 

Fortemente collegata a queste ondate d’indignazione e violenza verbale è la crescente disaffezione verso qualsiasi forma di mediazione culturale e rappresentativa. La figura del giornalista e del politico, infatti, vivono un momento di profonda crisi: la loro professione è vista con estrema diffidenza, perché sinonimo di poca trasparenza, faziosità, e inutile perdita di tempo di fronte al flusso continuo di informazioni di cui il medium digitale ci inonda costantemente.

 

«Oggi non siamo più solo passivi recettori e consumatori di informazioni, ma siamo anche emittenti e produttori attivi. Non ci accontentiamo più di consumare passivamente le informazioni, ma vogliamo produrle e comunicarle in maniera attiva: siamo al tempo stesso consumatori e produttori [...]. Su questo punto, i media digitali si differenziano dai mass media come radio e televisione: media come blog, Twitter o Facebook de-medializzano la comunicazione.» (pag. 30)

 

In un contesto del genere, in cui vige l’obbligo della presenza, che senso hanno ormai tutti quei professionisti e studiosi che hanno innanzi tutto il compito di filtrare ed interpretare, commentare e divulgare nozioni che, altrimenti, resterebbero incomprensibili alla stragrande maggioranza del pubblico? Ci sono numerosi giornalisti che, per redigere notizie accertate, hanno pagato con la propria vita. Ora tutto questo non serve più: chiunque può scrivere di qualsiasi cosa, senza dover argomentare la propria tesi, e oltretutto con la pretesa che sia quella l’unica verità possibile.

 

In un tale far west della comunicazione, può verificarsi ciò che ha lucidamente osservato Han: «Non c’è alcuna sostanziale differenza tra il dire “il mio pubblico di lettori sono io” e “il mio pubblico di elettori sono io”» (pag. 32): e, perlomeno in Italia, Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo (piacciano o meno) l’hanno capito prima di ogni altro, ottenendo un risultato inimmaginabile solo qualche anno fa – a tal proposito potrei citare la battuta dell’ex sindaco di Torino Piero Fassino, ma non vorrei infierire ulteriormente.

 

Un altro aspetto che segna un profondo discrimine tra la comunicazione digitale e tutti i suoi antecedenti sta nella scomparsa di una controparte reale, nella mancanza di un corpo e di un volto: nella comunicazione umana, infatti, la componente verbale è assai limitata: corporeità e tattilità sono elementi indispensabili, e il nostro costante ricorso alla gestualità, alla mimica facciale o al linguaggio del corpo stanno a confermarcelo.

 

«Su Skype infatti non è possibile guardarsi a vicenda. Se si guarda negli occhi il volto nello schermo, l’altro crede che si stia guardando leggermente più in basso, perché l’obiettivo è istallato sul bordo superiore del computer [...]. Grazie a Skype possiamo essere vicini, ventiquattr’ore al giorno, ma continuiamo reciprocamente a perderci di vista.» (p.39)

 

E se iniziamo a perderci di vista iniziamo anche a non avere più fiducia l’uno nell’altro, è naturale. Ogni nostro click nel web è tracciabile, ed ecco che non riusciamo a resistere alla tentazione di controllarci l’un l’altro – senza entrare ora nel merito dei cookies, e delle strategie commerciali, che ci farebbero perdere il filo del discorso. Assistiamo insomma ad un equivoco: le nuove forme di comunicazione, formidabili, stanno in realtà incentivando più la solitudine che la vita comunitaria.

 

I Romani avevano proprio ragione, per mantenere saldo il potere occorre isolare fra loro i propri sudditi. I nuovi padroni del mondo, oggi, sono aziende come Facebook e Google, che semplificano le nostre vite per trarre profitto dalle informazioni e dalle tendenze commerciali che riescono a carpire dal nostro quotidiano: ci danno l’illusione di essere autosufficienti, diventando in realtà sempre più dipendenti dei nuovi media digitali.

 

Un grande paradosso caratterizza in ultima analisi la nostra epoca, un paradosso che farebbe mordere i gomiti ai totalitarismi del secolo scorso - e ai loro strumenti repressivi: «Il controllo totale è reso possibile non dall’isolamento spaziale e comunicativo, bensì dalla connessione in rete e dall’iper-comunicazione.» (pag.89)

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Byung-Chul Han

Nello sciame. Visioni del digitale

Roma, Nottetempo, 2015