Che cos'è reale?

Giorgio Agamben

CHE COS’È REALE? La scomparsa di Majorana

Vicenza, Neri Pozza, 2016

pp.78, € 12,50

ISBN 97888545140

di Giusy Iorio

Il filosofo Giorgio Agamben parte dal caso della scomparsa di Ettore Majorana per riflettere sulla realtà e sul nostro modo di agire in essa. E mostra quanto le scelte che facciamo si muovano tra la sfera del probabile e quella del reale, ovvero tra le previsioni di ciò che potrebbe realizzarsi e la loro effettiva realizzazione.
 

Il 25 marzo 1938, il fisico Ettore Majorana parte da Napoli, dove da poco aveva iniziato a insegnare fisica teorica all’università, verso la Sicilia. In quei giorni, lascia alcune lettere contraddittorie: prima, annuncia la sua scomparsa definendola inevitabile; poi, parla del suo ritorno e della sua volontà di lasciare l’insegnamento. Il comportamento altalenante pare consapevole, per lo meno leggendo le parole dirette a un suo amico e collaboratore all’università: «non mi prendere per una ragazza ibseniana, perché il caso è differente». Nella lettera indirizzata ai genitori, invece, e trovata a Napoli nella sua camera d’albergo, Majorana scrive: «se volete inchinarvi all’uso, portate pure, ma per non più di tre giorni, qualche segno di lutto». L’idea del suicidio, però, non sarà accettata dalla famiglia, né mai accertata dagli inquirenti. Si moltiplicheranno così le ipotesi sui motivi della scomparsa di quest’uomo dalla mente brillante e dal carattere schivo, definito da Enrico Fermi un genio al pari di Galileo e Newton. L’ipotesi più celebre è quella di Leonardo Sciascia, racchiusa nella sua opera del 1975 (La scomparsa di Majorana), secondo la quale Majorana si sarebbe ritirato in un convento dopo aver intuito come arrivare alla scissione dell’atomo di uranio. Questo testo ha avuto un impatto notevole sull’opinione pubblica e ad esso Giorgio Agamben attribuisce il merito di aver richiamato l’attenzione «su un caso troppo singolare per poter essere dimenticato» (p.10). Tanto singolare che ancora oggi se ne parla. È del gennaio 2015 la sentenza della procura di Roma che ha attestato, sulla base di prove fotografiche, la presenza di Majorana in Venezuela tra il 1955 e il 1959. Questa notizia ha dato un nuovo slancio agli interpreti del caso Majorana. (Sia messo agli atti che noi abbiamo prodotto un cortometraggio su Majorana a ottobre del 2014. Eh sì, Deckard arriva sempre prima.)

 

Nelle tre lettere scritte da Majorana si mescolano elementi in contraddizione tra loro, per questo motivo la realtà dei fatti non si riesce a chiarire, le interpretazioni che daremo non saranno mai esaustive e non ricostruiranno mai quanto avvenuto in maniera precisa. Giorgio Agamben ci fa notare che l’unico dato in nostro possesso è la scomparsa stessa, ma è un dato improbabile, nel senso letterale del termine, cioè qualcosa che non si può provare sul piano dei fatti. In altre parole, Majorana è scomparso nella misura in cui nessuno lo ha mai ritrovato. Che la scomparsa sia stata intenzionale resta un dato probabile: un’ipotesi, ma non una certezza.

 

Giorgio Agamben decide di riprendere un saggio di Majorana pubblicato nel 1942 dal titolo “Il valore delle leggi statistiche nella Fisica e nelle Scienze sociali”; al suo interno troviamo una riflessione sulla trasformazione della fisica classica che abbandona il determinismo per fondarsi su una concezione probabilistica della realtà. La fisica classica utilizzava le leggi statistiche per stabilire la probabilità che una misurazione, in determinate condizioni, desse un certo risultato. Successivamente, Heisenberg, con il principio di indeterminazione, afferma l’impossibilità di determinare completamente un sistema atomico, e proprio da qui nasce la necessità di introdurre nella meccanica dei quanti le leggi statistiche; di queste leggi Majorana vuole capire il significato. Il risultato di una misura riguarda, come scrive Majorana, «lo stato in cui il sistema viene portato nel corso dell’esperimento», e non quello in cui si trova prima della rilevazione (p.75). Da qui, emerge il dato allarmante, che non è, secondo Majorana, l’indeterminatezza del sistema atomico, bensì la modificazione che subisce durante la misurazione. In ultima analisi, lo sperimentatore è legittimato a progettare una catena di fenomeni comandata dalla modifica che vuole si realizzi.

Agamben, con l’intenzione di chiarire alcuni aspetti in apparente contraddizione, ripercorre il ragionamento della filosofa francese Simone Weil sui concetti di caso, necessità e probabilità. Quando agiamo lo facciamo con la volontà di ottenere un risultato sperato. Questo risultato può essere raggiunto in maniera totalmente casuale oppure come frutto di un calcolo precedentemente effettuato che pilota il nostro agire. Dunque, un risultato si può sia prevedere, utilizzando un calcolo probabilistico, sia ottenere agendo in virtù di ciò che vorremmo si realizzi. Esiste qualcosa di potenzialmente reale, la nostra previsione, che si tramuta in realtà nel momento in cui si sceglie la strada che permette la sua realizzazione. Tutto dipende da come si agisce, da quale “comando” viene inserito nella catena di cause ed effetti, dalle scelte che si compiono considerando le possibili conseguenze. Secondo Simone Weil, accogliendo le leggi probabilistiche, come fa la fisica quantistica, si compie una rinuncia alla scienza. La quale si trova a cambiare i suoi obiettivi, non tenta più di descrivere la realtà ma di comandarla.

 

Bisogna fare attenzione, poiché la probabilità non è la realtà ma ciò che potrebbe diventare reale. Il passaggio dal probabile al reale è legato alle scelte che si compiono e alle nuove variabili che si incontrano. Agamben continua la sua analisi citando alcuni studi di Gerolamo Cardano e di Pascal. Di quest’ultimo viene ricordato il calcolo del rischio: si tratta di un esempio chiaro dell’influenza nella vita reale di un ragionamento basato sulla probabilità. Il calcolo del rischio viene, infatti, messo a punto per misurare il giusto valore di una partita non terminata, e dividersi così il compenso nel modo più corretto possibile o, potremmo dire, più vicino possibile a come l’avremmo suddiviso se la partita fosse stata giocata. Daremo sempre una direzione alla nostra azione nel reale dopo aver analizzato diverse catene probabilistiche o strade da percorrere. Majorana nel suo saggio sottolineava proprio questo aspetto: la probabilità non si realizza mai come tale ma permette di intervenire sulla realtà per governarla.

 

Agamben non tratta il caso di Majorana come un detective a caccia di prove ma, a partire dalle idee esposte dal fisico siciliano, ragiona su che cosa possa rappresentare la scomparsa. Qualunque nostra misurazione è provvisoria e basata su un’alterazione compiuta appositamente per permettere di effettuare la rilevazione stessa. Una volta presa consapevolezza di questo ci troveremo di fronte alla difficoltà di attestare dove risiede il reale. Per Agamben, la scomparsa in quanto atto di sottrazione alla misurazione rappresenta una traccia di realtà. Sarà inevitabile domandarsi, ancora una volta e con maggior vigore: Che cos’è reale? Una domanda che da sempre occupa le menti, la domanda intorno alla quale ruota il lavoro della scienza.