Écue-yamba-Ó

Alejo Carpentier

ÉCUE-YAMBA-Ó

Torino, Lindau, 2015

pp. 230, € 21,00

ISBN 9788867083565

 

di Paulo Fernando Lévano

 

Lindau colpisce ancora. Questa volta, mettendo in circolazione questa traduzione dell’opera prima del maestro Alejo Carpentier (1904-1980) corredata di una breve ma efficace introduzione della prof.ssa Vittoria Martinetto (autrice di un’ottima traduzione di Un certo Lucas, ma non quella che abbiamo recensito noi di recente).

Come spunto per il suo commento introduttivo, la prof.ssa Martinetto prende un testo imprescindibile per capire la totalità della produzione carpentiana: il prologo del maestro al suo romanzo El reino de este mundo (1949, trad. it. a cura di Angelo Morino, Einaudi, 1990), uno scritto che potrebbe venir visto come il manifesto artistico del geniale scrittore franco-cubano. «È universalmente noto, prima e dopo Carpentier, come le categorie del meraviglioso abbiano accompagnato la visione del Nuovo Continente sin dal momento della sua scoperta, fino a diventarne stigma di quell’esotismo – talvolta vigente fino ai giorni nostri – attraverso cui si è valutata la produzione letteraria continentale soprattutto a partire da un grande ammiratore di Carpentier, quale fu [Gabriel] García Márquez» (p. 8).


Naturalmente, lo stigma esotico di cui si parla è il realismo magico, che in effetti è diventato, di questi tempi, moneta corrente qualora si voglia parlare di letteratura latinoamericana. Non è nemmeno troppo difficile ipotizzare un perché: il dogma della biografia manualistica per Cent’anni di solitudine (trad. it. a cura di Enrico Cicogna, Feltrinelli e Mondadori, 1968, 1973, 1974, 1978, 1979... 1998, 2000, 2002, 2005, 2007, 2011) dice “García Márquez, dunque realismo magico”; e poiché si tratta di un autore che gode della diffusione editoriale che spetta a ogni premio Nobel, si può tranquillamente supporre che l’etichetta possa coprire tutta la letteratura di quel posto esotico e così poco asiatico e/o africano che è l’America Latina.

 

La prof.ssa Martinetto prosegue: «la raffinata operazione del grande scrittore cubano aveva invece inteso contribuire, in tempi non sospetti, a sdoganare la cultura latinoamericana da un certo tipicismo che prima di lui aveva talvolta prodotto una narrativa provinciale che non attingeva quella trascendenza e quell’universalità che un piccolo gioiello narrativo come Écue-yamba-ó già annunciava» (ibid.). Trascendenza e universalità che arrivò effettivamente con il reale meraviglioso di Carpentier, con il realismo magico così come lo si coglie nella lettura di “Gabo”, con il neofantastico di Julio Cortázar e magari con il neoindigenismo di Manuel Scorza. Senza malanimo, possiamo però constatare che inserire un Nobel nell’equazione cambia le cose in modo più visibile di quanto non lo possano fare piccoli gioielli come questo volume che recensiamo.

 

Tipicismi e narrativa provinciale, le solite cose che si sfoderano davanti agli avventori di città non appena questi si avventurano oltre la zona d’influenza di autostrade e tangenziali. Prodotti tipici, profonde origini di provincia: tutto quello che rimanda a una descrizione impressionistica, esotica, talora misticheggiante, talora lussureggiante dello stile di vita non-cittadino, rendendolo più primitivo e dunque più genuino. Proprio quello che non interessava a Carpentier quando, in prigione, decise di iniziare a scrivere Écue-yamba-ó.

 

Ad una cultura letteraria notevole (soprattutto, romanzieri francesi), Carpentier non fece altro che accostare un dialogo con la tradizione afro-cubana, ma senza l’intenzione di esibire una cosa esotica. Ciò che egli aveva a cuore, presentando la storia di “Menegildo Cué”, era riflettere sulla presenza di coloro che stavano nella storia cubana senza starci veramente. Lungi dall’usare l’esotico per caratterizzare il mondo dei suoi personaggi, Carpentier normalizza il “meraviglioso” dentro la categoria del “reale”; accoglie nel suo registro linguistico le voci yoruba della santería caraibica, con lo scopo di enfatizzare la concretezza e non l’idealità della vita contadina nel Nuovo Mondo. E come abbiamo segnalato, questo è soltanto l’inizio di una carriera letteraria che porterà a traguardi come El reino de este mundo oppure El siglo de las luces .

 

Dal 1949 al 1967, anno di pubblicazione di Cent’anni, il panorama editoriale in quelle parti calientes del mondo era mutato, e si iniziava già a parlare di boom latinoamericano, di un vero e proprio successo editoriale di autori che si erano fatti le ossa leggendo non soltanto Carpentier, ma anche Miguel Angel Asturias, Jorge Luis Borges, Ciro Alegría,  Pablo Neruda: qualcuno forse era riuscito a trarre ispirazione anche da Tirano Banderas (1926) dello spagnolo Ramón Del Valle Inclán.

 

Col boom, il lettore europeo degli anni Settanta sicuramente ebbe davanti a sé una letteratura differente da quella che solitamente viene chiamata “fantastica”. Da questa parte dell’Atlantico, la letteratura aveva dialogato con la problematica del logos e del pathos, con Ippocrate e con Aristotele, con San Tommaso e con Galileo; perciò, il vostro “buon gusto” per il fantastico oscilla fra la psichedelia e la fantascienza, passando da lontano o da vicino per lo splatter: meraviglioso per un tipico lettore europeo può significare “psichedelia brutta”, “psichedelia bella”, “fantascienza brutta”, “fantascienza bella”.

 

Questa quadrangolazione è una semplice operazione: dopo diverse iterazioni può fare in modo che il fantastico diventi scontato, nella misura in cui l’autore, libro dopo libro, vuole delineare il proprio “estro”, affinché riconoscerlo diventi un’abitudine. Un Nobel nell’equazione significa che tutti gli scrittori cercheranno di riprodurre la formula vincente, riducendo l’intera faccenda del realismo magico a una sorta di stile tipico (geograficamente parlando), a sapore provinciale, a rimando verso qualcosa di esotico ed esuberante, come in fondo è anche il reggaeton: eccovi di conseguenza scrittori come Isabel Allende, Laura Esquivel e Paulo Coelho, correndo nella direzione opposta a Carpentier.

 

Se la letteratura europea dialogava con la scienza, costringendo i suoi dissidenti surrealisti a puntare verso l’irrazionalità del rapporto tra logos e pathos, la letteratura latinoamericana, con Carpentier e compagnia bella, cerca di appiattire questo rapporto su ciò che non può precisamente venire scritto: la musicalità di manifestazioni culturali agrafe e subalterne* che permettono allo scrittore di scandire la storia di Menegildo Cué sulle note di una musica che nessuna voce umana può cantare da sola.

 

Il reale meraviglioso che colorisce appena le vicende dello zuccherificio San Lucio, nei romanzi della fase carpentiana più matura, diventerà l’aiuto che lo scrittore presta al lettore novello, estraneo alla pluralità di voci che contribuiscono alla costruzione di un racconto storico del continente latinoamericano. Carpentier fa letteratura in base a un progetto che nell’Europa di quell’epoca sembrava più riconducibile allo studio del folklore; di conseguenza, i suoi emuli del boom proseguiranno su quell’intento letterario, finendo di tracciare le distanze e le vicinanze fra le supersitizioni primitive del tropico pieno di pathos e la parola scritta del Vecchio Continente, portatrice di logos. Il realismo magico non è un’aggiunta stilistica, ma l’unico mezzo che ci permette di capire quanto ci possa essere di reale nelle particolari vicende storiche dei personaggi di Capernetier e di García Márquez.

 

Ciò che è proprio della letteratura latinoamericana, ciò che i drogati di realismo magico non colgono è che la caratteristica più rilevante dell’incrocio fra culture diverse non è la capacità di conservare aspetti genuini, ma la fecondità di creare nuove possibili combinazioni**. La possibilità di approdare all’opera di Carpentier, partendo dal suo primo romanzo, permette ora al lettore italiano di cogliere questa nozione cruciale per il godimento più proficuo della letteratura latinoamericana, da Juana Inés de la Cruz a Mario Vargas Llosa.

* Sulla subalternità due autori molto seri sono Gayatri C. Spivak e Ranajit Guha.

** Potete leggere qualcosa di molto interessante a riguardo nel quinto capitolo di una raccolta di Édouard Glissant, Poetica del diverso (Meltemi, 1998); fatelo una mattina che vi sentite particolarmente deleuziani.