STORIA DEL FOLKLORE IN EUROPA

Giuseppe Cocchiara

STORIA DEL FOKLORE IN EUROPA

Torino, Bollati Boringhieri, 2016

pp. 564, € 26,00

ISBN 9788833927404

 

di Paulo Fernando Lévano

 

«Il passato non è morto. Il passato vive in noi e con noi» (Giuseppe Pitrè, 1913).

 

Questa edizione della Storia del foklore in Europa (ed. or. 1952) comprende la Prefazione che vi aggiunse nel 1971 Giuseppe Bonomo (1923-2006), allievo ed erede intellettuale dell’autore. Anche se risale a quarantacinque anni fa, lo scritto di Bonomo (Pitrè, la Sicilia e i siciliani, Sellerio, 1989) ha ancora tanto da dire al lettore italiano; in questa recensione, suggeriremo che aver conservato il format “nuova nuova-edizione degli anni Settanta”, molto vintage, è forse l’aspetto più entusiasmante del ritorno di questo volume sugli scaffali.

Vediamo. Bonomo scrisse nel 1971: «non è possibile scrivere la storia del folklore isolandola dalla storia dei principali movimenti di idee e dalle correnti letterarie e scientifiche che hanno caratterizzato il progresso del pensiero europeo negli ultimi quattro secoli. (...) La storia del folklore non si presenta quindi come un susseguirsi meccanico di concezioni e di scuole, ma come un’intensa lotta ideologica» (p. 16). A sostegno di una simile asserzione, a questo punto della sua prefazione, Bonomo tracciava un passaggio del testimone: Giuseppe Cocchiara (1904-1965), degno continuatore dell’opera etnologica di Giuseppe Pitrè (1841-1916).

 

Riferendosi a Pitré, che stava a lui come il lumen naturale ai cartesiani, Cocchiara nel 1952 scrisse: «canti, novelle, proverbi, indovinelli rimangono organismi senza vita, pezzi filologici, rami stroncati dall’albero, se non vengono inseriti nel costume che tutti li armonizza e li vivifica (...). Questo fu il suo specifico metodo di lavoro: non considerare mai la letteratura popolare in se stessa» (pp. 356-357). Questo Pitrè è una variante, rispetto al Pitrè “precursore degli studi di cultura materiale” presentato da Fabio Dei e Pietro Meloni, nel loro manuale di antropologia; Cocchiara fece molta attenzione nel collocare “il Pitrè” nell’architettura di questa Storia del folklore, affiancando alla pratica dell’etnologia gli interessi storici dell’autore della Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane (1871-1913): compilandola, «il Pitrè aveva avuto dunque uno scopo: cercare la storia della Sicilia dove nessuno l‘aveva ancora cercata» (p. 349).

 

Forse è questo il motivo più importante per il quale il ritorno della Storia di Cocchiara dovrebbe almeno mettervi di buon umore*, in questi tempi di seria preoccupazione per l’identità degli europei. Come ben sanno gli appassionati di storia della scienza, nulla è più efficace di una buona monografia storica per adempire a qualsiasi ricerca identitaria, aspirina ideale per il mal di testa cagionato da crisi dell’Io. Soprattutto perché «il momento in cui la scienza del folklore comincia ad acquistare consapevolezza, critica e storica, di se stessa, non può però, a nostro avviso, farsi risalire né al movimento filosofico dei secoli XVII e XVIII, e tanto meno al Romanticismo, che da quel movimento trasse la linfa che in parte lo alimenta» (p. 25).

 

Prima degli estri illuministici e romantici, ci fu l’esplorazione del mondo, dalle spedizioni di Cristoforo Colombo (1492-1504) ai Saggi di naturali esperienze di Lorenzo Magalotti (1667). Prima che ci fosse una “scienza del folklore”, un senso del “folklorico” era già all’opera nel Vecchio Continente, grazie alla proliferazione della seconda invenzione più importante della modernità: la letteratura etnografica**.

 

Gli eruditi europei, rispetto alle “sapienze” indigene che precedettero il contatto con gli esploratori europei, si trovarono nell’insolita posizione di poter disporre di fonti relative ai popoli di altre parti del mondo, studi etnografici che potevano a loro volta variare dalle cronache degli esploratori alle voci enciclopediche di progetti intellettuamente più “curati”. Tutto questo, comunque, senza che la situazione inversa si  verificasse, ovvero, che i “sapienti” indigeni potessero, a casa loro, consultare una bibliografia etnografica sui diversi popoli europei, a loro indirizzata, tradotta nelle loro lingue, comunicata mediante riti conoscitivi altri rispetto alla “mattinata in biblioteca”. Ma è proprio questo tipo di situazioni asimmetriche che permette l’emergere delle identità fra gli uomini.

 

Partire dall’esplorazione, prima che dalle prese di posizione degli eruditi, permette alla nostra ricerca storica di essere molto più comprensiva, in particolare ci permette di non dimenticare Anton van Dale e le sue dissertazioni De oraculis ethnicorum (1683), e l’impatto che queste ebbero sull’Histoire des oracles (1686) di Bernard Le Bovier de Fontenelle (1657-1757). Fontenelle e van Dale «si preoccupano di dimostrare che gli oracoli pagani non venivano resi dai demoni, ma erano effetto della volontà dei potenti e dell’impostura dei preti (...). Nelle Histoire, dove si assommano le sue migliori qualità di letterato e di volgarizzatore scientifico, il Fontenelle, come aveva già fatto il van Dale, non esita a trasferire il suo giudizio dal paganesimo al cristianesimo» (pp. 77-78). Ma Fontenelle fa un passo avanti in direzione della modernità, e distingue il sapere moderno dalla superstizione di vecchie idee che tornano sempre (cfr. p. 85), che altro non sarebbero che la tradizione.

 

Una ricerca storica (ben condotta) sulla superstizione porta sempre a Fontenelle, bell’esempio di erudito europeo, pronto ad individuare l’errore dello spirito umano nell’atteggiamento degli Altri (cioè, i gesuiti, i nativi americani, i musulmani, i sordomuti, i salentini, i bambini, gli extracomunitari e così via): dato che “lo spirito umano” (purtroppo) non può smettere di individuare “cose miracolose”, bisogna biasimare, conferendo l’etichetta di “primitivo”, tutti quei culti che non tengano conto dei soli “miracoli della ragione”. E la ragione riconosce i miracoli rappresentati dal funzionamento della pompa pneumatica, dal motore a combustione interna, dalle equazioni di Maxwell, dalle navi transoceaniche, dalla meccanica quantistica e così via. La storia del folklore, nei confronti dei miracoli della ragione, non è altro che la storia dei percorsi umani su strade alternative all’unica che porta verso il progresso tecnoscientifico.

 

Strade alternative che vanno ben oltre gli aspetti materiali della cultura popolare. In fondo, il panorama distopico ci è già chiaro: se la tradizione smette di essere una rivendicazione storica e diventa produzione di oggetti tipici e disincantati, allora il costume verrà ridotto ad artigianato (non che ci sia qualcosa di male nell’artigianato, per carità!) e la tradizione che distingue la Sardegna dal Friuli-Venezia Giulia diverrà esprimibile in quantità di caciotte e bottiglie di vino prodotte. Torneranno dunque le dinamiche di mercato, si deformerà il discorso sulla scarsità e la gara fra tradizioni diventerà competitiva, ovvero, sempre tesa in avanti: «la gara generosa intesa a salvare quanto di più intimo ha ciascun popolo e ciascuna nazione, è promossa, sì, da un sentimento nazionale; ma quel sentimento non era il prodotto stesso di una comune missione nazionale ed europea?» (p. 272). Essere per sempre gli unici “cosmopoliti”: ecco cosa sognavano coloro che pensavano di essere moderni.

 

Stanno le cose come vengono presentate da Dei e Meloni? Pitrè, dunque, è degno di venire ricordato esclusivamente per essere, oltre a uno dei maggiori studiosi di folklore del XIX secolo, uno dei primi a interessarsi degli aspetti materiali della cultura popolare? Sembra riduttivo, come se l’intento etnologico di Pitrè non fosse stato rivolto principalmente allo scopo di pensare prima alla Sicilia come un problema storico nel dibattito su un’identità nazionale italiana, senza dare quest’ultima come presupposta, come necessaria controparte dialettica a una “sicilianità”. Se dobbiamo parlare di una qualche sicilianità, dobbiamo evitare di parlare di atteggiamenti isolani oppure di riti reificati in paesaggi viscontiani: si tratta soltanto di vite umane che, come sempre, coesistono con una struttura di potere centralizzato***. D’altro canto, le biografie di Stanislao Cannizzaro ed Ettore Majorana non sono cultura materiale, non possono valorizzare altro all’infuori dei propri lettori.

 

A proposito di vita, e a mo’ di conclusione, vi segnaliamo che questa idea di una tradizione che è viva e futura di sicuro spiega la stima che Cocchiara nutre per la figura di Giambattista Vico: «di contro agli illuministi egli sente il valore della tradizione, che è da lui come un elemento vivo e fecondo della storia. Egli (...) rivendica alla storia i miti, le favole, i proverbi, gli aneddoti che non vengono da lui certo considerati come già li aveva considerato il Fontenelle, cioè errori dello spirito umano. Né egli ritiene che possano esistere delle religioni nate dall’impostura altrui. Se esse sono nate, lo sono per la stessa credulità degli uomini» (p. 114). Studiare il folklore, cioè le manifestazioni della credulità degli uomini, è il migliore modo di ritornare nel naturale.

 

 

* Qui in Redazione, si mangiano arancine fino allo svenimento.

** Naturalmente, la prima è la stampa a caratteri mobili.

*** Su questo argomento, potete consultare Gananath Obeyesekere, The apotheosis of captain Cook (1992). Buona fortuna, chiedendo quel cognome ai vostri bibliotecari di fiducia.