ROGUE ONE

Rogue One - A Star Wars Story

 

di Elisa Baioni e Arianna Ricci

 

A volte le saghe procedono, altre tornano indietro con lunghi flashback, altre volte ancora, invece, spiegano se stesse. È questo il caso di Rogue One - A Star Wars Story, spin-off ambientato nel mondo ideato anni or sono da George Lucas, che cuce una maglia vacante nella trama più ampia della celebre saga.

 

 

L’ambientazione è quella della prima trilogia: il Lato Oscuro ha affermato il proprio potere e, attraverso le mani di figure come l’Imperatore Palpatine, Darth Vader e il governatore Tarkin (interpretato dal celebre attore Peter Cushing, in Rogue One ricostruito con l’animazione a computer), regna nella Galassia fingendo di instaurare ordine e pace. Tuttavia, il suo dominio non è incontrastato e la fazione ribelle lotta con tacita costanza per rovesciarlo. Si tratta di uno scenario che ancora oggi il pubblico può percepire come attuale.

 

Jyn Erso, giovane delinquente rinchiusa in un campo di lavoro imperiale, viene liberata e ingaggiata dalle forze ribelli per recuperare i piani di un’arma terribile, che l’Impero, di nascosto, sta progettando per consolidare definitivamente il proprio dominio. La missione consiste nel trovare un pilota imperiale che, dopo aver disertato, ha cercato rifugio presso Saw Guerrera, vecchio mentore della resistenza e amico di Jyn, con cui, però, la Ribellione non è più in buoni rapporti. Il disertore reca con sé un messaggio di Galen Erso, padre di Jyn nonché ingegnere spaziale al soldo dell’Impero. È lui ad aver progettato la terribile arma, il “pianeta killer” chiamato Morte Nera, ed è sempre lui ad avervi inserito un microscopico quanto decisivo punto debole.

 

La sua non è soltanto una vendetta per la vita a cui è stato costretto, costantemente sotto ricatto e al servizio di una potenza nella quale non crede, ma anche l’unico modo per rendere vulnerabile un’arma di sconfinata potenza, altrimenti inarrestabile. Jyn accetta di partecipare alla missione nella speranza di potersi ricongiungere con l’unico dei suoi genitori ancora in vita, ma la sorte non è dalla sua parte. A un passo dal liberare il padre, scoppia un conflitto a fuoco tra Ribelli e Imperiali, e Galen rimane ucciso. Jyn, allora, non ha altra scelta che ritrovare le informazioni da lui nascoste nella base di Scarif, far fallire il progetto di morte dell’Impero e riscattare così il nome suo e di suo padre.

 

Anello di congiunzione tra le du e trilogie principali, Rogue One racconta le peripezie necessarie ai ribelli per impossessarsi dei piani che nel IV episodio di Star Wars permetteranno la distruzione della Morte Nera. La pellicola è densa di contenuti importanti, che si sviluppano attraverso le azioni e le battute dei diversi personaggi: se il titolo del primo film di Lucas era Una nuova speranza, questa è la storia di come quella speranza è nata.

 

Speranza è di fatto la parola chiave della storia, perché è la sua assenza che regna sovrana in tutto il film, e che colora la pellicola di un’atmosfera molto distante da quella spirituale e nobile dei primi Star Wars. Non ci sono eroi in Rogue One, ma sopravvissuti: sabotatori, infiltrati, delinquenti e assassini, persone certo non avvezze alla diplomazia né alle buone maniere, e che della Ribellione rappresentano il volto crudo e spietato. La loro stessa esistenza è ribellione all’ordine tirannico e arrivista dell’Impero; un ordine che, fagocitando i pianeti, ha finito col divorare in primis il loro futuro. Così combattono perché non c’è altra scelta, perché devono vivere, aggrappati alle rovine del loro passato. Paiono scheggie di fronte all’assolutismo dell’Impero. Eppure sono proprio loro a conservare la forza necessaria a non subire né il fascino né l’angoscia emanati dall’Impero. E più questo pare innarrestabile, più la loro risposta si fa dura. Una delle figure che meglio esemplifica la cecità della guerra ed il conflitto interiore del soldato di fronte agli ordini ricevuti, pur non giusti, ma volti ad un fine considerato più alto è Cassian Andor, comandante dell’intelligence ribelle che racconta di aver cominciato a combattere quando ancora era soltanto un bambino. Il compito importante e segreto che gli viene affidato è quello di uccidere Galen Erso, in quanto ingegnere a capo del team scientifico della progettazione e costruzione della Morte Nera, tuttavia il prolungato contatto con Jyn fa vacillare le sue certezze.

 

“Le ribellioni si fondano sulla speranza”, viene ricordato in tutto il film, perché sopravvivono solo dove chi combatte non si lascia opprimere dal Golia che ha scelto di affrontare. Il motto pervade l’intera narrazione e cresce con la protagonista, Jyn, la quale si trova coinvolta in una lotta che non sente più sua. All’inizio sembra quasi che per lei tra Lato Oscuro e Ribelli non ci sia differenza, la sua unica preoccupazione è quella di sopravvivere in un mondo ostile, tuttavia nel corso della trama cresce diventando la vera generatrice di speranza al di là di ogni logica. In questo, si può vedere una particolare rappresentazione delle nuove generazioni, sfiduciate dalla società contemporanea, le quali, tuttavia, possiedono la chiave per dare una spinta al cambiamento. Infatti è proprio quel non guardare in alto che Saw Guerrera le rinfaccia che, per un bizzarro paradosso, le permetterà di seguire i suoi progetti e affrontare il nemico ostacolo dopo ostacolo. È quella “non-speranza” a rendere lei e i suoi compagni dei combattenti ostinati. E, alla fine, sarà sempre su quella “non-speranza”, che una speranza vera andrà nascendo. E questo, forse, è il messaggio più importante del film: la speranza non si ha, si costruisce.

 

A contrapporsi a questo mondo disperato ma autentico, c’è un Impero che, finalmente, emana tutta la sua forza corrotta e despota. La vicenda si concentra, in particolare, attorno alla figura di Orson Krennik, un uomo furbo ma dalle grandi ambizioni, che rappresenta quello stuolo di uomini disposti a vendere l’anima per la gloria. Il potere di Vader e dell’Imperatore si fonda proprio su questo arrivismo, su questa vanagloria. Nell’Impero non ci sono soldati, solo schiavi; la differenza sta soltanto nel quanto facilmente sono riconoscibili le loro catene. Nemmeno tra

le fila del Lato Oscuro vi sono eroi. Ma c’è una differenza fondamentale tra i due gruppi: nessuna speranza, nemmeno quella più perversa, è destinata ad avere spazio nell’Impero. Vader e il generale Tarkin non sono disposti a concedere nulla a nessun altro che non sia loro stessi. Sono come buchi neri, destinati a divorare ogni uomo che abbia avuto la malaugurata idea di affidare ad essi il proprio futuro. La fine di Krennik ne è l’esempio più fulgido: schiacciato come una mosca dai suoi stessi superiori; quelli agli occhi di cui si era speso con tanta fatica ed energia.

 

Una delle sorprese che Rogue One riserva al pubblico è la totale assenza dei Jedi. D’altronde, secondo la trama, così deve essere, almeno fino a Luke Skywalker. Tuttavia, la Forza è presente sotto forma di vecchia religione ormai dimenticata, praticata soltanto da pochi come Chirrut Îmwe, che ricorda un po’ un monaco tibetano, e, come tale, continua a ripetere a sé stesso ed agli altri, come un mantra: “io sono tutt’uno con la Forza, la Forza è con me.”

 

Rogue One è un film d’azione, con effetti speciali spettacolari ed una colonna sonora curata nel dettaglio ed adatta ad ogni scena, i colori sono cupi, l’atmosfera costringe lo spettatore a rimanere con il fiato sospeso ma, soprattutto, si tratta di un film profondamente tragico, influenzato dagli eventi che devastano numerosi paesi nel mondo. Il suo punto focale è la rappresentazione della “speranza del disperato” e si serve dell’ambientazione fantascientifica per mettere in scena l’idea che anche nell’oscurità più totale debba esserci una scintilla di Forza e che perfino un baluardo come la Morte Nera non è inespugnabile, c’è sempre un punto debole, per microscopico che sia.