È solo la fine del 2016

di Edoardo D'Elia

 

È solo la fine del mondo, l’ultimo film di Xavier Dolan, racconta di un giovane scrittore (Louis) che va a trovare la sua famiglia, dopo dodici anni di assenza, per annunciare la propria morte. Succede che (allarme spoiler! ma tanto avete già detto tutti che non vi è piaciuto) non ci riesce, perché c’è troppa confusione per prendere la parola. Loro non sanno qual è il problema, e a stento si chiedono il motivo della visita, ma sembrano certi che non potrà mai essere così serio. Il rancore a grappoli che tutti riservano a Louis, dopo che se ne è andato a emanciparsi nella grande città, lasciando gli altri a sopravvivere in provincia, era da mettere in conto. Insomma, il protagonista ha bisogno di sostegno, ma non ha l’aspetto di uno che ha bisogno di sostegno. Quindi, che si metta in fila.

 

Dolan ha fatto un cinepanettone: questo film è la fedele trasposizione cinematografica dei pranzi di Natale di molte persone dell’età di Louis. Non che ogni Natale si vada a casa ad annunciare la propria morte — la si annuncia solo quando vi servono un tiramisù fatto coi Pavesini —, ma le difficoltà di comunicazione sono ricorrenti nei rapporti in cui le affinità sono genetiche, ma non elettive. E poi il Natale è il rito, per eccellenza, in cui l’anticonformismo è condannato all’unanimità. Se non fate niente a capodanno, qualcuno farà fatica a crederci davvero; se non festeggiate il compleanno, qualcuno vi prenderà in giro per il vostro sfacciato complesso di superiorità; ma se avete qualche critica per le socialità natalizie, meritate solo disprezzo. Perché a Natale si devono onorare, senza esitazioni, il padre, la madre, lo zio ubriaco e/quindi aggressivo, i cugini che conoscete meno del vostro lattaio, la nonna che ormai è così, eppure quando eravate piccoli ve la ricordavate simpatica, i parenti acquisiti, i parenti non registrati e i parenti acquisiti dei parenti non registrati (gli ultimi due casi si verificano soprattutto in Francia). E non venite ad annebbiare l’aria con i vostri discorsi sul consumismo, la superficialità, l’alienazione. Con tutti i problemi veri che ci sono, quelli pratici dei soldi di tutti i giorni che lasciami stare almeno oggi non ci voglio pensare!, il vostro patema da pseudo-intellettuale non è mica la fine del mondo.

dalla pagina facebook "Dinosauri onesti"
dalla pagina facebook "Dinosauri onesti"

Al di là di quello che diceva Bergonzoni, cioè che è meglio avere un ottimo lattaio che un pessimo padre, il che è verissimo anche se vostro zio dice di no, la questione è come affrontare i problemi del mondo o, meglio, la differenza nel modo in cui ognuno di noi mette in ordine i problemi del mondo. Il film è anche una buona metafora di come un individuo di media sensibilità si sia sentito travolto e inerme davanti agli avvenimenti di quest’ultimo anno gregoriano duemilasedici. Solo i più paradossali, in ordine sparso: attentati terroristici lontani, vicini e vicinissimi a chiunque abiti sulla terra; l’unica nazione in cui si parla la lingua ufficiale dell’Europa esce dall’Europa; terremoti in piccoli paesini, nel momento in cui sono presenti centinaia di persone che di solito vivono altrove; Donald Trump; il Portogallo vince il campionato europeo di calcio; Dario Fo muore nel giorno in cui viene conferito il Nobel per la Letteratura; la Corea del Nord fa esplodere una bomba all’idrogeno, per  provare; la squadra di calcio del Leicester vince il campionato inglese; pochi giorni dopo, Mark Selby, nato e cresciuto a Leicester, vince il campionato mondiale di Snooker; il Nobel per la Letteratura viene assegnato a un rocker; muore Fidel Castro, che aveva fatto credere a tutti che non sarebbe mai morto; muore Umberto Eco, che sapeva troppo per morire davvero; un incidente frontale (sic!) tra due treni in Puglia; l’autostrada Salerno-Reggio Calabria viene completata; Theresa May, seconda donna premier del Regno Unito, fa visita alla Regina vestita con una abito nero e giallo e una paio di scarpe leopardate; George Micheal muore di infarto nel giorno di Natale. Last Christmas I gave you my heart...

 

Negli ultimi anni sembra che la densità degli eventi sia aumentata, ma ciò che aumenta rapidamente è solo la quantità delle informazioni che ci raggiungono. Ad ogni modo, i nostri problemi personali sono messi all’angolo, noi stessi ci vergogneremmo di guadagnare il centro del ring, perché c’è ben altro che deve succedere e ha bisogno di spazio. E così sia: mettiamo in prospettiva le nostre idiosincrasie e cerchiamo di capire e assistere chi sta peggio. Ma così come è impossibile scoprire qualcosa della personalità di tuo cugino, che non vedi mai, nel breve tempo di un pranzo, è altresì impossibile riuscire a comprendere e approfondire un avvenimento nel brevissimo tempo che abbiamo tra un’informazione e quella successiva. Il flusso è martellante e asfissiante. Perciò si dovrà fare una selezione, e si sceglierà per interesse o per prossimità geografica. Via il cugino, tanto non c’è speranza di costruire qualcosa; via lo zio, tanto non mi sopporta; via la nonna, tanto non sente; eccetera. Tutte le energie per genitori, fratelli e sorelle. È il miglior piano, perché è l’unico.

 

Un fatto grave che succede lontano ci fa un effetto simile a un parente che ci guarda sprezzante, ci sentiamo colpevolizzati, anche se sappiamo di non aver fatto niente. La madre sprona Louis a sforzarsi di rassicurare il fratello maggiore, radicalmente insoddisfatto e con una moglie balbuziente che tratta come fosse la sua badante. Louis dice che non gli deve niente, perché sono i fratelli maggiori a dover rassicurare i più giovani. No, dice la madre, non c’entra l’età: Louis è l’unico in grado di fare un passo verso il fratello e deve farlo. Da grandi poteri, e da grandi fortune, derivano grandi responsabilità. Louis ha bisogno di sostegno, ma di un sostegno che non possono dargli loro. Loro hanno bisogno di un sostegno, e proprio di quel sostegno che può dare lui.

 

La canzone Last Christmas di George Micheal dice: “Last Christmas I gave you my heart / but the very next day, you gave it away / this year, to save me from tears / I’ll give it to someone special”. Oltre che essere una fedele trasposizione della morte dell’autore, e dello scambio dei regali natalizi* di molti di noi, questa canzone è una buona metafora di come un individuo di media sensibilità vorrebbe rivolgersi a chi ha deciso il destino del duemilasedici — che sia dio, Dio, un gruppo di dèi, il Caso o la lobby degli psicofarmaci. Bisogna attrezzarsi per affrontare meglio un altro anno e un altro Natale, per non finire come Louis, che muore senza essere riuscito a parlare con la sua famiglia. E, considerando il nuovo corso della storia recente, non è così scontato che moriremo di vecchiaia. Allora facciamo come dice sua madre, nella battuta più bella del film, l’ultima. 

 

In un frastuono di sofferenza e nevrosi, davanti alla porta da cui Louis sta per andarsene per sempre, il fratello urla e lo strattona per trascinarlo via, la sorella urla e piange perché non capisce, la cognata urla e strattona il marito per farlo smettere. La madre apparentemente tranquilla, dice: “La prossima volta saremo più preparati”. 

 

Non è stata la fine del mondo, è solo la fine del duemilasedici. Il duemiladiciassette non promette niente di meglio. Meglio arrivare preparati. 

Buon anno.

 

 

 

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* Solo due case studies. 1) Il libro. Non smetterò di regalare libri, perché regalare oggetti è come scrivere poesie, dopo i diciott’anni o sei tu stesso un oggetto o sei un cretino (Benedetto Croce). Ma il mio serbatoio degli sguardi delusi ha scarsa capienza, quindi quest’anno ho trovato una soluzione, banale e soddisfacente: visto che i libri incartati sembrano libri, incarterò i libri in scatole di oggetti. Metterò La versione di Barney in una busta di HeM e le Massime di La Rochefoucauld in un scatola di scarpe della Nike. Così i riceventi saranno delusi solo dopo averlo scartato. 2) L’anello. Se proprio siete a corto di idee, regalatele tutto, ma non un anello. L’anello si regala per chiederle di sposarvi, quando vi sposate e quando siete sposati da 25, 50 o 75 anni. Giammai a Natale o altre ricorrenze pubbliche. E non venite a dirmi che i gusti son gusti e che ognuno fa poi quello che vuole, perché altrimenti uno potrebbe decidere se presenziare o meno ai pranzi di Natale, e questa opzione, a quanto pare, non è contemplata. Se rispettiamo le tradizioni, le rispettiamo tutte.