BREVE STORIA DEI DIRITTI UMANI

Alessandra Facchi
BREVE STORIA DEI DIRITTI UMANI. Dai diritti dell'uomo ai diritti delle donne
Bologna, il Mulino, 2013
pp. 167, € 14,00
ISBN 9788815238887


di Pietro Balestra


Scopo del breve saggio di Facchi è delineare un concetto attuale, concreto e complesso come quello di diritti umani, ripercorrendone la storia, dalla teorizzazione (collocabile tra Cinquecento e Seicento), fino al dibattito contemporaneo sulla moltiplicazione e l'attuazione di tali diritti, pretesi da sempre più individui, a voce sempre più alta. Tale percorso definisce i diritti umani sia sul piano teorico che su quello pratico; perciò nel libro s'intrecciano tre discipline sorelle: Storia, Filosofia e Giurisprudenza.

 

Questo è un progetto che l'autrice aveva, in realtà, già portato a termine nel 2007. Tuttavia la riedizione del 2013 ha lo scopo aggiuntivo di integrare, alla “breve storia dei diritti umani”, una “breve storia dei femminismi”, concentrandosi soprattutto sugli aspetti comuni e di divergenza tra la questione femminile e la difesa dei diritti dell'uomo. Sia ben inteso che quello di Alessandra Facchi non è un saggio di approfondimento, bensì un testo introduttivo ai diritti. In una nuova epoca di crisi economica e paura (del terrorismo, di una possibile guerra...), in cui sempre più persone compiono scelte istintive e avventate in nome della sicurezza, è importantissimo conoscere e difendere quelle conquiste umane che sono i diritti fondamentali. Ma affinché la difesa sia solida, è necessario conoscerne la storia, i limiti e le potenzialità.


Il primo capitolo è incentrato sulla teorizzazione dei diritti umani, ovvero sulla rivoluzione copernicana della concezione dell'essere umano: da suddito a detentore di libertà. È in questo periodo storico – tra Cinquecento e Seicento – che il termine latino ius, da insieme di norme e obblighi che il cittadino deve rispettare, muta in valori, possibilità e limiti di ciascun individuo. Tramite, per esempio, la Riforma protestante, è emerso il bisogno di ognuno di scegliere da sé la propria fede, piuttosto che riconoscersi obbligatoriamente in una imposta dall'alto: la fede è un sentimento, e i sentimenti sono soggettivi, non possono essere universalizzati, bensì solamente accettati e messi a valore nella loro pluralità. Presa coscienza di ciò, ecco entrare in scena i primi filosofi che si occupano di difendere le identità multiple ed eterogenee: da un lato Ugo Grozio, che elabora un progetto pacifista in chiave razionalista, ancor oggi elevato a modello cui ispirarsi; dall'altro Thomas Hobbes e John Locke, fondatori del Contrattualismo, concezione etico-politica secondo cui lo Stato non è padrone del suddito, bensì garante delle sue libertà individuali. Il bisogno dell'essere umano di sentirsi protetto e riconosciuto non è, però, una novità di questi secoli: è sempre stato percepito. Si ricordi, a tal proposito, che in Inghilterra, già nel 1215 era stata promulgata la Magna Carta, documento che garantiva l'habeas corpus (ovvero l'inviolabilità dell'integrità fisica del singolo) e il diritto a un giusto processo. Ovviamente questi non erano definiti diritti naturali e inviolabili di ognuno, bensì concessioni dall'alto, da parte del sovrano; inoltre erano pochi uomini (maschi) liberi a goderne. Tuttavia, il documento del 1215 rappresenta comunque una germe di quella che sarà, poi, l'espressione dell'umana necessità di sentire garantita la propria incolumità.

 

Alla teorizzazione dei diritti, segue la loro dichiarazione. Si sta parlando della Rivoluzione Americana (1775) e della Rivoluzione Francese (1789), cui seguono rispettivamente la Dichiarazione d'indipendenza degli Stati Uniti d'America e la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino. È l'Illuminismo settecentesco a farsi portavoce dei diritti naturali e inalienabili dell'uomo: vita, libertà, proprietà e sicurezza. Accanto alle opere di Voltaire e Jean-Jacques Russeau, è emblematico il breve Per la pace perpetua di Immanuel Kant – progetto filosofico proponente, sulla scia di Grozio, le istruzioni per fondare una comunità internazionale cosmopolita, nella quale regni la pace. Nel 1776, gli ideali dei rivoluzionari americani si traducono in termini giuridici nella Costituzione della Virginia; altrettanto accade in Francia nel 1793. Le costituzioni fanno diventare realtà quelli che prima erano soltanto ideali; ciò accade, però, per pochi uomini (di nuovo, maschi) liberi e borghesi: nonostante le teorie, le lotte e le dichiarazioni, i diritti sono ancora un privilegio per pochi. E, affianco di questo evidente limite, sorgono anche le prime teorie d'opposizione ai diritti. Edmund Burke, per esempio, sostiene che il governo non sia da cambiare tramite atti violenti come le rivoluzioni, bensì attraverso riforme, cioè attraverso le stesse istituzioni.  Jeremy Bentham, invece, alla nozione di diritto naturale (giusnaturalismo), oppone quella di giuspositivismo: i diritti sono tali perché riconosciuti validi da uno stato; non è a un (illusorio) criterio universale cui bisogna, quindi, far riferimento, ma a quello più relativo e utilitaristico del maggior bene per il maggior numero di persone.

È in questo clima che nasce il Femminismo. In Francia, Olympe de Gouges pubblica, nel 1791, la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina. In Inghilterra, invece, dopo la Rivendicazione dei diritti dell'uomo (1791), Mary Wollstonecraft pubblica la Rivendicazione dei diritti della donna, dove insiste per impartire a maschi e femmine un'uguale educazione, al fine di raggiungere la parità tra i sessi.


L'Ottocento prosegue l'opera di positivizzazione dei diritti cominciata durante il secolo precedente: è adesso che i diritti vengono codificati e, con ciò, resi attivi – in Francia, si ricordi, dapprima, il varo del Code Napoléon, nel 1804; fino alla conquista del suffragio universale (maschile) nel 1848. Nel frattempo, gli ideali di Wollstonecraft (meno quelli di de Gouges) si estendono a macchia d'olio, approdano oltre oceano, negli Stati Uniti, dove un modesto gruppo di donne bianche, borghesi e istruite si riunisce a Seneca Falls, nel New England, per scrivere il proprio manifesto femminista: la Dichiarazione dei sentimenti. I diritti divengono, in questo secolo, scenario di aspre battaglie. Nuovi oppositori sono, da un lato, i comunisti (Marx ed Engels), che nei diritti vedevano un'arma nelle mani della borghesia per accentuare il divario sociale; dall'altro, la sociologia positivista, tramite cui Auguste Comte auspica a superare la debole forma del diritto e fondare nuovi stati, invece, sul dovere.

 

Le due guerre mondiali, che segnano profondamente la prima metà del Novecento (e tutta la storia dell'umanità), mostrano come i diritti umani siano sì necessari, ma anche fragili. Il mondo ha assistito agli orrori compiuti dal Nazismo: milioni di persone private dei propri diritti, dignità e umanità, in nome di una morale, di un'idea distorta di giustizia e, cosa ancor più grave, nella più assoluta legalità. Conclusasi la guerra, è palese che, affinché i diritti umani siano garantiti e gli individui si sentano protetti, le società postbelliche devono cominciare a lavorare insieme per definire e salvaguardare la dignità umana: è il 10 dicembre del 1948 che l'ONU promuove la Dichiarazione Internazionale dei Diritti Umani; sarà poi nel 1966 che saranno firmati il Patto internazionale sui diritti civili e politici e il Patto internazionale sui diritti sociali. Anche le donne agiscono in questa direzione: alla IV Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulle donne (Pechino, 1995) è ribadito che è illecito violare l'integrità psicofisica di un individuo in nome di norme culturali relative – in tal occasione, il focus è sulla politica del figlio unico in Cina. Le donne della seconda metà del Novecento godono infatti di diritto di voto in quasi tutto l'emisfero occidentale, ma si sono accorte che sono altri i loro problemi: la femministe di inizio secolo avevano rivendicato diritti in quanto mogli e madri, in quanto speculari degli uomini, non in quanto persone capaci di decidere da sé del proprio futuro. Perciò comincia, negli anni Sessanta, una seconda ondata di battaglie femministe il cui scopo è affermare il valore di ogni donna, a prescindere dalle scelte famigliari e lavorative; ciò, combattendo, per esempio, per il diritto all'aborto e al divorzio. I diritti umani sono, quindi, messi in discussione dagli eventi storici e, conseguentemente, dalla filosofia – Norberto Bobbio, per esempio, relativista, scrive che i diritti non possono essere giustificati, poiché non universali; bensì protetti. Ma è sempre più forte il bisogno di dare credibilità fattuale (giuridica) alla dignità umana; perciò, accanto alle convenzioni dell'ONU, ci sono i nuovi filosofi del diritti: da un lato Jacques Maritain, francese, spiega l'importanza di tornare al Giusnaturalismo, convincersi, quindi, che è evidente come i diritti siano una verità divina; dall'altro, Jürgen Habermas e Ronald Dworkin giustificano i diritti su un piano razionale, storico, che è sì relativo, ma è anche molto reale.

Quattro capitoli, un capitolo per secolo; a ogni secolo, un titolo che riassume in che fase storica i diritti umani sono; a ogni fase, le sue dichiarazioni e convenzioni, i suoi autori e le sue parole chiave. In tutto ciò viene dato ampio spazio alla storia del Femminismo, perché le donne non cominciano a combattere per i propri diritti dal 1948, ma dalla Rivoluzione francese cui anch'esse hanno preso parte. Breve storia dei diritti umani è un saggio breve, essenziale, estremamente agevole, che offre una prospettiva storica del concetto di diritti umani in modo scientifico e oggettivo: l'autrice, nell'introduzione, espone chiaramente i suoi intenti; ma, nel testo, si limita a riportare i fatti, lasciando il lettore libero di approfondire e farsi una propria opinione sull'argomento. Una volta letto questo libro, una volta quindi coscienti del quando sono nati i diritti umani, come e perché si sono pensati e istituzionalizzati, e anche chi e in che modo si è a questi opposto, i lettori possono più abilmente affrontare testi di diritto internazionale o saggi più critici – come I diritti umani oggi di Antonio Cassese, caldamente raccomandato – e addentrarsi in un dibattito quanto mai attuale e importante, con un'opinione più fondata e consapevole.