BANKSY A NEW YORK

Ray Mock

BANKSY A NEW YORK

Milano, L’Ippocampo, 2015

senza paginazione, € 19,90

ISBN 9788867221714

 

 

di Paulo Fernando Lévano

 

 

Dicembre, ancora un’altra volta. Bibliofili: avete già deciso come apparire perfettamente prevedibili ai vostri amici anche questo Natale, regalando loro dei bellissimi libri da esibire sui tavolini bassi da salotto? (*)

Gli scaffali vanno anche bene, soprattutto con l’esplosione contemporanea del design degli spazi interni, ma il prezzo particolarmente accessibile ci pone l’obbligo etico di segnalarvi questo affare: una bellissima collezione di scatti fotografici di Ray Mock, fatti durante l’incursione a sorpresa di Banksy a New York, iniziata il 1 ottobre 2013 e durata un mese (di treuntun giorni, giustamente). Insieme alle immagini (e i rispettivi ingrandimenti di particolari), l’autore include la narrazione della sua caccia agli interventi del celeberrimo street artist, in cui confronta le certezze del suo mestiere con le domande devastanti che Banksy pone agli abitanti degli spazi urbani.

 

Diversamente dalle pretese di certa critica d’arte, questo invito al confronto con esperienze estetiche non parte certo da nessuna impalcatura teorica, fortemente autoreferenziale. Invece, Mock mostra la sua routine della residenza mensile d’artista newyorkese di Banksy, raccontandola però come «un pretesto per uscire di casa», «un modo per fotografare le opere in cui mi imbattevo» (Introduzione). “Imbattersi”, “uscire” sono parole che non sembrano appartenere (almeno intuitivamente) all’universo concettuale dell’estetica incentrata sulla fruizione: uno non s’imbatte in un museo, così come non cerca di uscire dal museo; piuttosto, andate al museo e cercate di starci il più a lungo possibile (siate un po’ meno guastafeste, è Natale) poichè la fruizione estetica sta tutta là dentro e fuori nessuno si cura parimenti dello spazio.

 

“Prepararsi”, “entrare”: ecco un lessico più consono alla fruizione. Non tutti sanno fruire, non tutti possono entrare. Così, l’opera d’arte, destinata a permettere che degli spettatori fruiscano, «non solo è aumentata di valore, ma ha anche acquisito nuovi significati: adesso è un’autentica opera d’arte, qualcosa da contemplare in modo disinteressato, una fonte di conoscenza di sé nel contesto del proprio sapere sull’arte contemporanea», perché in fin dei conti, di questo si tratta l’arte, di trovare il senso nelle provocazioni dell’artista: «in quanto tale [l’opera d’arte è] un ottimo modo per soddisfare il proprio ego» (Greenpoint), e ciò non sorprende poiché per parlare di fruizione occorre parlare di ego.

 

Né preparazioni particolarmente edificanti né specifici riti iniziatici richiede invece l’opera di Banksy: non servono a un “pittore” che non punta al museo ma allo spazio urbano aperto. «Non è la street art a essere una moda passeggera: forse invece il fenomeno temporaneo sono gli ultimi mille anni di storia dell’arte, quei mille anni in cui l’arte si è chiusa tra quattro mura, al servizio della chiesa e delle istituzioni», dice lo street artist, a discapito di coloro che credono che “fama” e “vanità di pensiero” si implicano a vicenda; «invece il luogo che spetta all’arte sono le pareti delle caverne delle nostre comunità, dove può fungere da servizio pubblico, provocare discussioni, dare voce a preoccupazioni, forgiare identità» (Maspeth).

 

Queste caverne, noi sappiamo bene cosa siano, e anche voi; lasciamolo dunque nel non-detto. Basta, per gli scopi di questa recensione, sottolineare che di queste mura di caverna non si fruisce come si fruisce invece di un’opera d’arte al museo: l’ego non conta più di tanto, no. Dovete farvi venire in mente una partita di Geocaching© o un flashmob per rivivere esperienze come quella di Mock che va alla ricerca degli objets trouvés di Banksy; se proprio volete includere un ego, lo potete fare nella misura in cui esso si diluisce sotto forma di anonimo spettatore (cosa che non accade al museo) oppure di potenziale deturpatore (tanto, siamo fuori dal museo).

 

(*) Uscite presto senza salutare. Andate nella vostra libreria di fiducia. Comprate i saggi di Montaigne. Rientrate a casa senza passare dal soggiorno. Strappate le pagine del saggio III, 5: Su alcuni versi di Virgilio. Pinzatele e mettetele in una busta di H&M. Chiudete la busta con un fiocco e mettetela sotto l’albero. “Ma sei uscito?”, vi chiederà lei facendo il caffè. “No”, bacio sul collo, “era il vento”. Buon Natale.