L'IMBECILLITÀ È UNA COSA SERIA

Maurizio Ferraris

L'IMBECILLITÀ È UNA COSA SERIA

Bologna: Il Mulino, 2016.

pp. 129, € 12

ISBN 9788815266361

 

di Stefano Scrima

 

«Perché mai l’uomo dovrebbe nascere libero? E come si spiega che alla nascita libera faccia sistematicamente seguito una esistenza incatenata? È chiaramente vero il contrario: l’uomo nasce schiavo, debole, insufficiente e dipendente, sottomesso e imperfetto: in una parola, nasce imbecille» (p. 32). Questa volta Maurizio Ferraris si addentra in quell’universo nero, l’imbecillità, per cui nessuno ha occhi, se non nel momento in cui diventa necessario insultare qualcuno che di solito ricambia allo stesso modo, con le stesse acritiche argomentazioni. L’imbecillità è un tabu della nostra società avanzata, e quindi sempre più intelligente, eppure a ben vedere rimane la sostanza di cui siamo fatti. Per questo, come recita il titolo, l’imbecillità è una cosa seria, e far finta che non sia poi così diffusa è proprio da imbecilli, quali siamo.

 

Con buona pace di Rousseau, non solo l’uomo nasce imbecille (da in-baculum, privo di bastone, che rappresenta i supporti tecnici, giuridici e sociali), cioè schiavo, incapace di sopravvivere nello stato di natura con le sue proprie forze (e per questo fattosi tecnico), ma soprattutto lo rimane. Un peccato originale al contrario, quello dell’imbecille, inteso come «cecità, indifferenza o ostilità ai valori cognitivi» (p. 10). Comunque una colpa. Ma si può parlare di colpa per un “difetto” di natura? Sì, ma solo nella misura in cui se ne può parlare per il peccato originale. A voi la scelta. Fatto sta che l’epoca moderna – e oggi più che mai – potrebbe essere chiamata anche la sagra dell’imbecillità, giacché offre all’uomo i mezzi per mostrarsi in tutta la sua dirompenza. La tecnica, che supplisce alle mancanze umane, non è responsabile del nostro rimbecillimento, ne è semplicemente il megafono. Non c’è da aspettarsi altro dall’epoca di Facebook: sbattendoci in faccia quanto l’essere umano possa essere imbecille, spinge i meno imbecilli tra noi a chiedersi se siamo davvero tutti così tanto imbecilli come viene tristemente testimoniato sulle bacheche dei social network. Per colpa o grazie al web, l’imbecillità è ora “iper-documentata”, senza per questo togliere il privilegio dell’imbecillità a coloro, se ce ne sono, che non ne fanno uso. È solo che se hai Facebook puoi ricordarci quanto sei imbecille a ogni selfie (preferibilmente con bocca a culo di gallina) che posti. Comodo. Invero questa manifestazione compulsiva dell’imbecillità scatena altre facoltà umane quali l’emulazione e la perdita dei freni inibitori. Difficile che quando l’imbecillità dilaghi e sia messa in bella mostra i potenziali imbecilli non ne approfittino per aprir bocca e soprattutto postare – spesso con un linguaggio traballante, specchio del loro pensiero – le loro sconclusionate opinioni. Insomma, l’uomo è imbecille, ma è anche l’occasione che fa l’uomo imbecille.

 

Il problema è bello grosso perché l’imbecillità non è solo di massa, non è solo l’imbecille a essere imbecille, ma anche l’intelligente sa esserlo. Lo si è detto, è una qualità consustanziale all’essere umano, e chi l’ha ben sviluppata di solito è immancabilmente convinto di essere più furbo degli altri (l’imbecille pretenzioso di Musil). Se poi ci apriamo al contesto politico, ci accorgiamo che l’imbecillità è l’unico vero instrumentum regni, di certo il più efficace, perché difficilmente fallibile. E anche il male della storia acquisisce più senso: l’uomo è cattivo, certo, ma non perché, come vorrebbe Socrate, non conosce il bene (intellettualismo etico), ma più prosaicamente perché è imbecille. Se la causa del male fosse solo l’ignoranza potremmo sperare in un futuro migliore. Così, invece, siamo spacciati.

 

Ferraris sa come prendere il lettore, gli strappa sorrisi pur insinuandogli il sospetto di essere un po’ imbecille, ma anche qui non c’è da stupirsi troppo, perché anche i più grandi pensatori e personaggi della storia hanno contribuito a questo libretto coi loro scivoloni imbecilli. Sembra esserci poco da fare, l’uomo si nasconde, fa finta di niente, per non sentirsi in colpa – una in più, la più grave. Ma quando tutto sembra esser ormai perduto arriva uno spiraglio di luce. Perché ha senso girare il dito nella piaga dell’imbecillità? Perché «proprio il tentativo di fuggire all’imbecillità che grava come un peccato originale sulla condizione umana è l’origine, sia pure fallibile e rischiosa, della intelligenza, della civiltà, di tutto ciò che di buono può aver fatto l’essere umano tanto nello spirito soggettivo (coscienza, autocoscienza e ragione [...]) quanto nello spirito oggettivo (famiglia, società civile e stato), e persino nello spirito assoluto (arte, religione e filosofia)» (p. 77).

 

L’apoteosi di questo aureo libretto viene però raggiunta a pagina 85 con le immagini (purtroppo) impossibili di un procione fashion victim e di un rottweiler vegano, in contrapposizione alla scimmia imbecille – l’uomo – l’unica che «può permettersi di essere dilettante, folle o futile o idealista». È proprio vero che l’imbecillità è «l’unica disgrazia di cui si può ridere» (p. 15).