INTERVISTA A NICOLA GRANDI

INTERVISTA A NICOLA GRANDI

 

a cura di Giancarlo Cinini

 

Nicola Grandi è professore di linguistica generale all’Università di Bologna e ha curato il libro La grammatica e l’errore, una raccolta di saggi sulle regole, gli errori e le eccezioni nel linguaggio. A lui abbiamo chiesto di parlarci di errori, come sempre in cinque domande.

 

Buongiorno professore. Lei è un linguista quindi quante lingue sa?

 

Ne parlo una e neppure particolarmente bene. Però ne conosco qualcuna in più: so come funzionano, so che suoni usano, come costruiscono le parole o le frasi, ecc. Non sono mai stato molto portato per le lingue straniere, ho una pigrizia di fondo che mi rende difficile studiarle. Non sono neppure un gran viaggiatore, quindi viene meno una delle principali motivazioni allo studio delle lingue. Però sono sempre stato attratto dai meccanismi che stanno dietro al funzionamento delle lingue: di quelli mi occupo e quelli studio.

 

Cardona scrive «nessun parlante può fare errori nelle propria lingua». Cosa significa? 

 

Significa più o meno che tutte le produzioni linguistiche spontanee sono frutto di regole che stanno nella competenza di ogni parlante, “nella sua testa”. L’idea che noi parliamo in un certo modo (e non in un altro) perché ci sono delle regole che ci impongono di fare così è sbagliata. Le regole descrivono dei comportamenti linguistici che esistono prima di esse e indipendentemente da esse. Le regole che troviamo in un libro di grammatica non creano delle regolarità, ma le presuppongono. Qui sotto, in un bagno, uno ignoto ha vergato una dichiarazione d’amore che dice, più o meno: «sei l’unica cosa al mondo che non possa fare a meno». Se l’avessi fatta io avrei scritto: «di cui non possa fare a meno». Dobbiamo osservare due cose. La prima è che l’uso di ‘che’ in luogo di ‘di cui’ (per altro ormai diffusissimo in italiano) non ha particolari conseguenze comunicative: non pregiudica il senso della frase. La seconda è che non c’è ragione di pensare che l’anonimo estensore di questa frase sapesse che in realtà si dice ‘di cui’ e che, per qualche ragione, egli abbia scelto deliberatamente di usare ‘che’. Semplicemente, nella sua testa, nella sua competenza la forma ‘di cui’ non c’è. C’è la forma ‘che’. Per lui la regola è questa: la frase relativa si fa con un pronome invariabile. Lui sta applicando questa regola, che avrà ricavato analizzando, inconsapevolmente, le produzioni linguistiche a cui è stato esposto. In questo senso, parlando la lingua ‘sua’, non sta facendo un errore. L’errore lo vedo io, perché nella mia testa, nella mia competenza c’è un’altra regola, quella che mi suggerisce di usare ‘di cui’. L’errore è tale solo dal punto di vista del ricevente, in questo caso il lettore. Non da parte del mittente, in questo caso lo scrivente. L’innamorato di cui sopra non sta facendo un errore, sta semplicemente applicando un’altra regola. La mia e la sua sono coerenti allo stesso modo. Il fatto che la mia è percepita come giusta e la sua come sbagliata dipende dal fatto che qualcuno ha deciso così. E lo ha fatto per ragioni che non sono linguistiche.

 

Dunque tra il professore e l’anonimo innamorato la lingua è un po’ cambiata. Ma è possibile che l’errore sia soltanto probabilità, cioè che, quando da bambini impariamo la nostra lingua, inevitabilmente ci perdiamo qualcosa, si producono errori che si accumulano nell’arco di generazioni?

 

Sì, perché gli errori (che errori non sono, in realtà) obbediscono a logiche naturali e sono il prodotto di principi molto generali. Quindi tante persone, indipendentemente le une dalle altre, faranno gli stessi “errori” (e sottolineo le virgolette) perché le leggi che agiscono sullo sfondo sono le stesse. Questo ovviamente determina una sorta di spinta inerziale che trasporta queste forme devianti e, a volte, le impone, per così dire, a furor di popolo. Quasi tutti i bimbi che imparano l’italiano diranno almeno una volta “io ando” al posto di “io vado”. È l’analogia, che sta alla base di moltissimi cambiamenti linguistici. La stessa analogia che ci consente di dire, oggi, “io cantavo” anziché “io cantava” (come dovrebbe invece essere se seguissimo le leggi del cambiamento linguistico), “suonare” al posto di “sonare”, ecc. Il fatto che ci sia questa convergenza determina un effetto di rinforzo, che si fa tanto più forte quanto minore è la pressione normativa sulle lingue. Non è casuale che le lingue cambino prepotentemente nelle situazioni di forte instabilità sociale e politica.

 

Ma la grammaticalizzazione di questi errori in quanto tempo può avvenire? Quando gli errori di oggi diventano le regole di domani? 

 

Come dicevo sopra, è impossibile fare previsioni. Alcuni “errori” (virgolette!) si impongono in fretta, altri impiegano secoli a farsi strada nella varietà standard delle lingue. Altri non si impongono mai per davvero e attraversano come meteore la storia della lingua. L’unica cosa che conta è l’accettazione sociale. E questa dipende da tutto tranne che dalla lingua. È la situazione politica, sociale, economica di una comunità che detta i tempi del cambiamento linguistico. O, almeno, che determina la sua fuoriuscita dalle varietà informali, parlate, familiari nelle quali esso quasi sempre ha origine.

 

E i grammar nazi che ne pensano? In Italia quanta consapevolezza linguistica abbiamo?

 

Non tanta direi. E quando l’abbiamo è spesso controproducente. Chi ritiene di averla assume un ruolo militante, quasi da Catone il Censore. Da fustigatore. Non ha senso perdere tempo a stigmatizzare ogni devianza. È molto più utile cercare di cogliere, negli errori, le linee di tendenza della nostra lingua, cercare di intuire dove stia andando. È proprio per questo che il linguista trova molto più accattivante un errore rispetto a un testo scritto perfettamente ed in modo impeccabile. Io quando sento un errore non cerco di correggerlo, ma mi chiedo quale meccanismo abbia indotto quel parlante a commetterlo.

 

Grazie professore.