CONGO INC.

In Koli Jean Bofane

CONGO INC. Il testamento di Bismarck

Roma, 66thand2nd, 2015

pp. 229, € 17,00

9788898970254

 

di Paulo Fernando Lévano

 

«C’era gente che non sapeva guardare oltre la punta del proprio naso. Tra quelli suo nipote, Isookanga. Quel ragazzo non capiva un accidenti. La modernità, la modernità. Per caso si mangia, la modernità?» (“Vecchio zio Lomama”, p. 156).

 

Questo è il giudizio dell’anziano capo degli ekonda, gruppo etnico appartenente al popolo mongo (cfr. p. 10 n. 2), gli abitanti meridionali dell’Equatore congolese, riguardo al ventiseienne protagonista di questa storia, Isookanga Lolango Djokisa.

 

 

«“Io sono un mondialista. Tutto ciò che riguarda il petrolio, le miniere, mi interessa. Già al villaggio avevo un portatile. È là che ho imparato. È micidiale. Siamo in tanti a giocare, in tutto il mondo, e per il momento ho la situazione sotto controllo, o quasi”» (p. 139).

 

Queste sono le parole di un gamer della foresta pluviale congolese, che ha imparato tutto quello che c’è da sapere sul mondo globalizzato attraverso un gioco installato nel portatile che era riuscito a scippare da una distratta “Aude Martin”, un altro personaggio ricorrente di questa storia; il gioco in questione è Raging Trade e il nome di guerra di Isookanga è “Congo Bololo”.

 

«Raging Trade era il gioco indicato per qualsiasi mondialista che volesse prendere un po’ di confidenza con il campo degli affari. Era semplice. Attraverso gruppi armati e compagnie militari private alcune multinazionali si disputavano un territorio chiamato Gondavanaland. (...) Nella vita reale, per accaparrarselo [lo sfruttamento delle risorse minerarie] bisognava in primo luogo sondare il terreno, quindi ottenere le licenze dal governo, pagare le tasse, la mano d’opera, costruire infrastrutture.. Il gioco se ne infischiava di tutto questo. Per raggiungere gli obiettivi raccomandava la guerra e i suoi corollari: bombardamenti a tappeto, pulizia etnica, trasferimenti in massa della popolazione, schiavitù...» (p. 14-15).

 

Nel suo espediente narrativo, In Koli Jean Bofane mette in risalto il continuo contrasto “nel gioco – nella vita reale”, attraverso quei personaggi che vengono considerati come “mondialisti” nel racconto; questi personaggi fondamentalmente non hanno una nozione chiara di dove stia il confine fra il gioco e la realtà. Veri e propri gamers, alla ricerca del buon gioco.

 

Il lettore lo potrà notare nel racconto della carriera di “Kiro Bizimungu”, vecchio signore della guerra “in pensione” e direttore generale del parco nazionale di Salonga; tale racconto infatti arriva verso la fine della storia (cfr. pp. 206-211), in un episodio che giustamente non vi descriviamo perché tutti gli spoilers vanno evitati. L’unica cosa che possiamo qui anticiparvi è che la violenza si riconferma in questa storia come l’unica discriminante efficace per tenere separati gioco e realtà. Nella realtà, Kiro Bizimungu, già “comandante Kobra Zulu”, ha trovato la violenza alla fine di percorsi che egli stesso aveva fatto partire, con la violenza, nel Kivu congolese (per la storia di Kiro e la sua consorte, Adeïto Kalisayi, cfr. pp. 105-110).

 

Nel gioco, invece, Kiro «l’avrebbe fatta finita con tutti quegli alberi (*). In fondo era lui il padrone di quegli spazi. Che se ne faceva delle piante, con tutto il petrolio che pullulava sottoterra? Per non parlare dei diamanti e degli altri prodotti dal valore inestimabile. Kiro sognava un Congo pacificato con il napalm, dove non ci sarebbe stato altro da fare che sfruttare le risorse del sottosuolo. La manodopera era lì, mancava solo la volontà politica» (p. 65-66). Il parallelismo con Isookanga giocatore di Raging Trade è eclatante: il Kivu per Kiro è violenza, ma violenta è la vita nella foresta pluviale; il Kivu è anche ricchezza senza limiti (cfr. 143) e i ricchi sono i pochi.

 

Menzionato solo in esergo e a p. 211, il cosiddetto “testamento di Bismarck” risulta, dalla lettura di questo bellissimo romanzo, una testimonanzia di questo disordine, di non sapere dove finisce il “nostro” gioco e dove emergono gli stati di cose. Isookanga e Kiro sono vite offerte alla persistenza di questa eredità, nonostante i loro rispettivi discorsi di “mondialismo”: di fatto, nel mondo che entrambi sognano, il Congo ha semplicemente due scopi: estrarre risorse minerarie e permettere a entrambi di esercitare la loro vocazione ad essere signori della guerra (**).

 

Più o meno così la pensavano individui come il “Cancelliere di Ferro” Otto von Bismarck, oppure il “Re Costruttore” Leopoldo II del Belgio. Il colonialismo, la Conferenza di Berlino (1884-1885), la spartizione dell’Africa, addirittura fino all’arrivo massivo di investimenti cinesi, tutto ciò è partito da una posta in gioco: incivilire i nativi africani. E ora, facciamo fatica a pensare alla storia del continente africano come qualcosa di diverso da una partita di Risiko©, come se fossimo dei bambini: il gioco ci precede, ci obbliga a ripensare la serietà con cui pensiamo alla faccenda, in modo tale da poter includere nelle nostre considerazione gli antagonismi generazionali che caratterizzano oggi la realtà congolese, e sui quali Bofane delinea la contrapposizione tra Isookanga e il vecchio zio Lomama, dando un nuovo spessore al vecchio tema della contrapposizione “tradizione/modernità”.

 

La modernità non si mangia. Il vecchio zio Lomama è ancora un uomo quando circola nella foresta, cercando alimento, interagendo con le divinità zoomorfe che vi abitano (***). Isookanga e i ragazzi di strada, l’unica comunità urbana in cui riesce a inserirsi, si comportano alla stregua di una fauna che si contende il dominio della città. «Ce n’erano nei tunnel, sui marciapiedi, in ogni anfratto, nelle discariche, appollaiati sui muretti, ai piedi della gradinate degli edifici amministrativi, allo svincolo di Limete, nella foresta di Yamaka. Pullulavano come i ratti nelle fogne di New York, Parigi o Mumbai, risultato delle diverse pestilenze indotte dallo Stato, come la povertà, l’emarginazione, il malgoverno, la guerra. Si agitavano per la città, invisibili come microbi su un vecchio tessuto imputridito» (p. 81).

 

Per risolvere questa situazione di paradossale inversione, in cui i selvaggi camminano su due piedi e i moderni, per quanto mondialisti, camminano a quattro zampe, suggeriamo infine di iniziare da questo romanzo di Bofane. Forse è giunto, poco più di centrotrent’anni dopo il testamento di Bismarck, il momento di cambiare gioco. Per molto tempo, con la nostra scienza e la nostra tecnologia, abbiamo preso per buona l’equivalenza fra “civiltà” e “progresso”, facendone derivare un vero e proprio credo secondo cui la tradizione è immobile e la modernità è velocissima: le vicende di Congo Inc. gettano una luce diversa sul ruolo attuale giocato dalle nazioni africane nell’economia del mondo globalizzato.

 

Forse è giunto il momento di capire che l’Africa non è il serbatoio infinito di contenuti etnici che la globalizzazione ci insegna, forse bisogna dare ascolto a racconti diversi, che non parlino di progresso tecnologico e di società dei consumi, che parlino invece del nostro passato e quanto di esso siamo condannati a ripetere: oltre alla lettura de Il testamento di Bismarck, riportiamo l’esempio della Storia dello stupido leone con la scimmia, contenuta nel bellissimo libro di Gabriella Ghermandi, Regina di fiori e di perle, Donzelli, 2007. La modernità non si mangia, si racconta.

 

(*) Tanto l’Equatore come il Kivu, da dove vengono rispettivamente Isookanga e Kiro sono regioni che si trovano nella foresta pluviale, nascondendo molte bontà minerali nel sottosuolo.

 

(**) Un po’ come i killer dell’inchiesta di Starace.

 

(***) Del più alto valore letterario, e molto più efficace di qualsiasi manuale di ecologia, il racconto dell’incontro tra lo zio Lomama e Nkoi Mobali, il leopardo maschio, signore della foresta (cfr. 155-160).