RESISTENZE IN CIRENAICA

“Resistenze in Cirenaica”

RESISTENZE IN CIRENAICA

Bologna, Senza Blackjack, 2016

pp. 110, € 10,00

[Licenza Creative Commons]

 

di Paulo Fernando Lévano

 

Tra Ilio Barontini e Massenzio Masia, c’è Oreste Regnoli.

 

Nel Dizionario biografico dei giuristi italiani (Il Mulino, 2013), troviamo una voce dedicatagli, dove veniamo a sapere che Regnoli è «avvocato, docente di Diritto civile e deputato, [che] può essere annoverato tra gli artefici del codice civile del 1865», il primo dell’Italia unita, altrimenti ricordato come “Codice Pisanelli”; «inizia l’attività politica in favore dell’emancipazione femminile (...) auspica che la donna sia ammessa a testimoniare, che alla vedova venga riconosciuta una [quota di] legittima e che le figlie femmine godano degli stessi diritti successori dei maschi», è diverse volte consigliere comunale a Bologna, è autore di Della riforma del sistema ipotecario (1850) e di Sulla formazione di un codice civile italiano e sulle convenienze di alcune leggi transitorie (1859), partecipò alla redazione del Progetto di revisione del codice civile albertino (1860); le sue lezioni vennero raccolte dagli allievi, assieme ai temi di esame, in “sunti” (1866-1885) che precedono di più di un secolo le nostre care “dispense” da acquistare presso le copisterie di fiducia. Solo quest’ultimo fatto è già un fiore all’occhiello, per capire perché l’on. Agostino Bignardi (1921-1983) incluse Regnoli nel suo Vecchio foro bolognese (“Bollettino del Consiglio dell'Ordine degli avvocati e procuratori di Bologna”, 1957), con gli avvocati più ricordati dalla memoria popolare di questa rossa e turrita città.

 

Oreste Regnoli collega i ricordi di un ragioniere, Massia, e di un operaio, Barontini, nella memoria di un rione molto speciale di Bologna: la Cirenaica. Oreste Regnoli appare a prima vista l’elemento estraneo in un insieme di nomi che rimanda a un momento ben preciso della storia italiana, diverso dal Risorgimento vissuto dal nostro giurista: la Resistenza (1943-1945), di cui ci siamo di recente occupati.

 

Di fatto, anche se il suo nome viene menzionato a p. 12 del volume recensito, Oreste Regnoli non compare fra i personaggi ricordati nell’affollato happening avvenuto il 27 settembre 2015, organizzato dal cantiere culturale “Resistenze in Cirenaica”. A Massenzio Masia ed Ilio Barontini invece vengono dedicati due dei racconti (rispettivamente di Wu Ming 2 e di Wu Ming 1) letti in pubblico durante la passeggiata per il rione, gremito di curiosi e nostalgici, vecchi e giovani, coppie e scapoli; in questo bellissimo libro, il cui disegno di copertina ricalca la collana I grandi narratori di Mondadori, i racconti vengono presentati assieme a illustrazioni e fotografie della menzionata giornata di urban storytelling, musica dal vivo e ricordi degli albori della Prima Repubblica.

 

L’ispirazione per passare un pomeriggio alternativo e resistente la trovate alla fine del libro, dopo i racconti relativi ai protagonisti della Resistenza, fra cui Masia e Barontini: la lettura di alcuni passi trascritti dalla seduta del consiglio comunale di Bologna nel 1949, in cui l’odonomastica della Cirenaica cambiò; nella fattispecie, dal ricordo dei fatti della guerra coloniale italiana in Africa, i nomi delle strade cambiarono senso. «La decisione di sostituire i nomi coloniali del rione Cirenaica con nomi di caduti partigiani fu senza dubbio coraggiosa. Non diciamo “pioneristica” perché i pionieri aprono la strada a comportamenti che saranno di tutti, mentre quell’esempio non fu seguito quasi da nessuno» (p. 93). Per fare un esempio, via Zuara divenne via Massenzio Masia; sempre di italiani in guerra si parla, anche se in due occasioni diverse: la prima volta erano le truppe del generale Rodolfo Graziani (1882-1955), la seconda volta era un ragioniere membro di “Giustizia e Libertà”, quindi del Pda (1942-1947).

 

Il coraggio di quel consiglio comunale fu quello di rimettere in discussione una questione che l’antifascismo più ortodosso non affronta mai, ovvero quella del passato coloniale italiano. Da questa discussione, infatti, emergono situazioni interessanti, come il fatto che via Libia mantiene quel nome dopo una decisione presa in unanimità, un “contentino” dei consiglieri a cui stava a cuore il passato storico italiano e i valori morali che ne vennero fuori (*). Va detto però che c’è sempre un grande malessere ogni volta che bisogna affrontare il tema del colonialismo in sede divulgativa. Se non per altro, perché stiamo parlando di fatti troppo recenti, di racconti che non sono ancora finiti o che comunque producono degli effetti tutt’ora rilevanti.

 

Quanto sia attuale l’impellenza di parlare di colonialismo e decolonizzazione, lo dimostra la seconda edizione de La quarta sponda di Sergio Romano (Longanesi, 2015, ed. or. 1977), recentemente presentata alla Sala dello Stabat Mater dell’Archiginnasio, in Piazza Galvani (**), qui a Bologna, la città più camminabile e che ha, fra l’altro, ricevuto la Medaglia al Valore Militare per il suo ruolo nella Resistenza. Comunque, prima di parlare di colonialismo e decolonizzazione, bisognerebbe ricordare il fatto che tra i cittadini onorari di questa coraggiosa città, vero e proprio teatro di guerra della Seconda Guerra Mondiale, possiamo anche trovare il senatore Ilio Barontini (Pci), il che è un motivo abbastanza contundente per capire come mai, tre anni dopo la seduta del consiglio comunale di cui parlavamo poco prima, via Savena divenne via Ilio Barontini, tornando il primo nome al suo corso originale, ad est di Bologna.

 

Ecco, episodi come il cambiamento dell’odonomastica della Cirenaica sono un buon esempio di ciò che potremmo chiamare “rivisitazione collettiva”, da parte di una collettività che vuole mettere in primo piano la propria sequenza di episodi storici. In buona sostanza, quello che “Resistenze in Cirenaica” ha offerto ai vicini del rione è stata l’opportunità di ricordare che cosa significarono quelle mutazioni odonomastiche: la possibilità, sempre disponibile ai collettivi, di riscrivere la propria storia. Nello specifico, la possibilità di concepire l’antifascismo non come semplice sostituzione di una retorica “più sbagliata” con una retorica “più giusta”, ma come un vero e proprio atto di ribellione contro le generazioni che ci precedono. Stiamo parlando di un atto veramente molesto, paragonabile a un prurito non grattabile in una parte determinata del corpo, ovvero, rimettere in discussione le narrative “ufficiali” che i “vecchi” tramandano.

 

Spesso si dimentica che le narrazioni ufficiali sono mitopoietiche in doppio senso: impongono una Storia con “S” maiuscola, ma aiutano a proliferare anche le dimenticanze, con “d” minuscole, poiché si ritiene che le cose che possono dimenticarsi sono infine piccolezze, dati che sovrabbondano rispetto all’informazione considerata “essenziale”. Perciò, si capisce il fastidio che prova una persona attaccata alla tradizione storiografica quando sente che il modo in cui amministra i propri “fatti essenziali” è soltanto un modo di guardare al passato, e non il solo modo: che legga Giampaolo Pansa oppure Valerio Evangelisti, egli penserà comunque che lo state importunando con piccolezze.

 

Il problema è che episodi come l’impiccagione di Omar al-Mukhtar (?-1931; cfr. p. 45) non sono affatto delle piccolezze, fanno invece parte di una fase storica che dura tutt’ora, e di cui parla pure Romano ne La quarta sponda: siamo ancora nell’epoca post-Impero Ottomano, siamo ancora nella lunga durata delle conseguenze della Prima Guerra Mondiale. E il passato coloniale dell’Italia fa parte di quest’epoca, ignorarlo non può aiutarci ad avere la prospettiva necessaria sul campo da battaglia, tanto da poter sopravvivere al prossimo dibattito “fascismo v. anti-fascismo”.

 

Su Deckard, pensiamo che il dibattito non si ponga nemmeno: senza generiche passioni, a meno che non siano quelle che si nutrono nei confronti dell’impresa divulgativa, ammettiamo che i crimini hanno sempre dietro un responsabile e, nel caso di crimini particolarmente abominevoli, ha assolutamente senso voler tracciare i confini fra chi non è interessato alla vicenda e chi non vuole in nessun modo rendersi complice, tramite l’oblio, della violenta guerra coloniale combattuta dall’Italia di Mussolini nella Libia post-“Sublime Porta”. Chi vuole smarcarsi dall’eredità del fascismo non lo fa necessariamente per un fatto di militanza: a volte basta il pretesto di una passeggiata. Passeggiando, si scopre che tra Ilio Barontini, operaio, e Massenzio Masia, ragioniere, entrambi guerriglieri, c’è Oreste Regnoli, professore universitario e politico impegnato nella costruzione di un moderno stato italiano (quello che, oggi è cosa assodata, il fascismo pervertì nel suo ventennale passaggio per il potere, lanciando bombe all’iprite sui ribelli libici e garantendo impunità ai responsabili dell’omicidio Matteotti).

 

 

(*) Resistenze in Cirenaica” decise di rinominare via Libia “via Vinka Kitarovic”, in onore di Vinka Kitarovic (1926-2012), un’altra protagonista della Resistenza in Emilia.

 

 

(**) Sarebbe una vergogna che, su Deckard, dovessimo spiegarvi chi fu Luigi Galvani.