STORIA DELLA SACRA CORONA UNITA

Andrea Apollonio

STORIA DELLA SACRA CORONA UNITA. Ascesa e declino di una mafia anomala

Soveria Manelli, Rubbettino, 2016

pp. 344, € 16,00

ISBN 9788849846409

 

di Paulo Fernando Lévano

 

Giusto in tempo. Mentre l'inverno spazza via le sensazioni estive, a mo’ di consolazione per chi rimpiange ancora la fine delle seconde stagioni di Gomorra, la serie e di Narcos, vogliamo proporvi, cari amici lettori, questo gioiello, che percorre in senso inverso la Salerno-Reggio Calabria e arriva alle librerie delle afose metropoli settentrionali.

A voi l’opportunità di dedicare le ultime ore di nostalgia estiva a questa interessantissima ricostruzione delle vicende processuali collegate alla comparsa, allo sviluppo e alla dissoluzione della Sacra Corona Unita (Scu), la mitica “quarta mafia” italiana; giacché l’occhio vuole pure la sua parte, al numero di pagine che segnaliamo nella testa della recensione va aggiunto un Inserto fotografico, con materiale concesso dalla “Gazzetta del Mezzogiorno” e dal “Quotidiano di Puglia” per fornire al lettore l’opportunità di soddisfare anche la pretesa tomistica (nel senso di San Tommaso Apostolo) di “vedere per credere”.

 

Infatti, la storia della Scu è una storia di massacri (lo si capisce anche dalla copertina del volume recensito): la visibilità di questi ultimi aiuta a dare enfasi, in un racconto, sull’effettiva gravità della proliferazione della criminalità mafiosa nella società. Ma la cosa sorprendente di questa Storia del dott. Apollonio è l’economia espositiva: mentre al racconto dei “fatti” criminosi viene dedicata la Parte Seconda, intitolata molto significativamente Ascesa e declino (*), l’autore si occupa, nella Parte Prima e nella Parte Terza, di dare al lettore quello che Sollima di norma non elargisce nei suoi romanzi criminali: rispettivamente, un adeguato contesto storico e un’ipotesi di lavoro per approdare al complesso problema criminale, quello che si intende presentare sotto forma di racconto.

 

Quando diciamo “adeguato contesto storico” non facciamo comunque giustizia al lavoro svolto dal dott. Apollonio. Le origini e il paradigma mafioso è una vera e propria ricostruzione della compagine più ampia in cui la vicenda della Scu è inclusa: la malavita pugliese, descritta secondo una logica che non è soltanto cronistorica ma anche geografica ed ecosistemica: lungi dal presentare un racconto che privilegi il punto di vista dei protagonisti della vicenda “Scu”, l’autore presenta una costellazione di iniziative e attività illecite portate avanti da audaci imprenditori del crimine su tutto il territorio della Puglia. Questa presentazione organica della malavita pugliese permette al lettore di capire la tesi principale dell’autore: parlare della Scu significa parlare di una mafia anomala rispetto al paradigma mafioso più popolare, rappresentato da organizzazioni come Cosa Nostra, la Camorra e la ‘Ndrangheta.

 

Per quanto possano essere realistiche le sceneggiature pensate per le puntate delle fiction televisive, bisogna comunque ricordare che il massimo grado di realtà viene conferito dall’inserimento nella narrazione di direttrici esegetiche, che bilanciano l’auto-referenzialità dei fatti, delle res gestae dei sacristi. «I dati di fatto, i dati della realtà storica a volte non riescono a costituire direttrici esegetiche: non sono utili cioè a capire il fenomeno mafioso, e anzi, confondono e affastellano le possibili interpretazioni» (p. 183).

 

Non stupisce quindi che l’autore abbia scelto, come direttrice, il famoso discorso kuhniano di paradigmi e anomalie. Rispetto a cosa, la Scu è stata anomala? «La vicenda della Sacra corona unita non ha evidenziato l’esistenza di una “vera” mafia, sostanziando essa, piuttosto, forme di gangsterismo mafioso in un primo tempo; divenendo l’organizzazione, in seguito, una mafia anomala, senza però congedarsi del tutto dalla sua matrice gangsteristica» (p. 302). Il ché vuol dire che, in questo caso, vi perdete le cose più interessanti della vicenda se vi concentrate sui dati di fatto, ovvero, gli omicidi, lo stragismo, l’omertà (**), il pentitismo, gli arresti, i maxi-processi, le condanne: tutte queste cose sono caratteristiche del fenomeno mafioso e costituiscono un aspetto solo dell’agire di questo tipo di organizzazioni criminali, un aspetto che accomuna sotto il paradigma i diversi fenomeni verificatisi.

 

Oltre a tutte le cose tipiche del gangsterismo mafioso, altri indicatori mostrano invece la peculiarità della presenza della “galassia sacrista” nella Puglia meridionale. «Talvolta una mafia, pur di perpetuare la propria presenza e il proprio potere, produce capitale sociale, instaurando legami corrispettivi con soggetti esterni all’organizzazione» (p. 276). Per “capitale sociale”, il dott. Apollonio intende l’accumulazione, da parte dei dirigenti della Scu, di segni di consenso e di eventuale tolleranza della società civile nei confronti della loro attività criminale; importante, in questo senso, il ruolo dei “colletti bianchi”(***) nella miriade di operazioni che compongono quel pilastro dell’economia contemporanea che è il riciclaggio di denaro.

 

Il fatto che la Scu non sia stata una mafia paradigmatica, passata da una fase stile Il capo dei capi (2007) a una fase di “mafia imprenditoriale”, ma sia invece tardivamente partita (o costantemente ripartita) dalla fase imprenditoriale, comunque non deve far dimenticare che le auto-bomba e i sabotaggi alle ferrovie hanno anche avuto una stagione di splendore, destando la coscienza antimafia dei pugliesi (cfr. p. 192) ma aumentando la portata delle manovre giornalistiche, che (inesattamente) hanno contribuito alla divulgazione del mito della quarta mafia. Ma non si tratta della stessa follia violenta che si nasconde nella natura umana, né del raptus proverbiale di un boss, neppure dell’eterno gioco del potere: la mafia è un fenomeno umano, non è l’undicesima piaga.

 

«Per combattere un fenomeno criminale bisogna anzitutto comprenderne la reale portata, inforcando gli occhiali dalla giusta gradazione e dotandosi di una buona scorta di realismo» (p. 312). Per parlare di Scu, bisogna parlare di contrabbando di sigarette, di traffico di donne per la prostituzione, di scafi blu, di Antivari e di Valona: bisogna insomma cogliere l’opportunità di poter conoscere la storia di una mafia anomala, per smettere di accostare la nostra scorta di realismo ai conflitti emotivi di personaggi fittizi, comunque altamente realistici. Bisogna smettere di cercare di identificare le loro caratteristiche e andare invece dietro al loro capitale sociale: capire fino a che punto i “mafiosi” sono compenetrati con noi, fino a che punto essi costruiscono per se stessi spazi all’interno delle nostre definizioni di “civico” e “legale”.

 

La lettura di Kuhn ha fornito all’autore di questa Storia un’ottima chiave di lettura per capire il fenomeno mafioso: come il dibattito scientifico nella concezione kuhniana, la lotta dello Stato Italiano contro la mafia nelle intenzioni dell’autore non avrà mai fine; non perché la mafia sia chissà quale mostro quasi incontenibile (come il mostro dell’isola di Lost), ma perché le nostre risposte non saranno altro che la riproposizione costante di problemi nuovi. Seguire la traccia è possibile ora grazie alla monografia del dott. Apollonio. Noi concludiamo rammentando che il problema non è se la Scu è mafia oppure no: il problema è che lo è stata in modo anomalo, il che rimanda già a una molteplicità all’interno della monolitica categoria “mafioso”. Capire questo ci aiuterà a scegliere il realismo giusto e continuare a guardare Narcos e Gomorra con la coscienza a posto.

 

 

(*) Cosa curiosa: questo è anche il titolo della Storia economica d’Italia di Emanuele Felice (Il Mulino, 2015).

 

(**) Particolarmente interessanti sono le trascrizioni delle testimonianze proferite (in quel miscuglio di italiano e salentino caratteristico di quasi tutti gli abitanti del leccese) davanti ai giudici, in cui non si può altro che concordare con le tesi del prof. Starace sulla sussistenza di un’ideologia del killer composta di regole non scritte: un’ideologia che permette di capire perché il testimone di un omicidio, subito dopo essersi trovato davanti una scena del genere, si rivolge al collega che camminava con lui e propone: sciamu e ni piamu na cosa allu bar, whisky o latte di mandorla, che tutto fanno dimenticare (cfr. p. 187).

 

(***) Inglese, “white collar”. Napoletano, “cullett janc”. Per ulteriori informazioni, rimandiamo a M. Benson e S. Simpson, White collar crime, an opportunity perspective, Routledge, 2009.