CHI È DIO?

Jean Soler

CHI È DIO? Con una nota di Michel Onfray

Modena, Mucchi, 2016

pp. 110, € 13,00

ISBN 9788870006957

 

di Paulo Fernando Lévano

 

«What if God was one of us? Just a slob like one of us? Just a stranger on the bus trying to make his way home?» (Joan Osborne, 1995)

 

La più recente apparizione in pubblico di Dio che risulti a questa Redazione risale al 30 aprile 2006, a Lexington, nel Kentucky. Lì, alla “Rupp Arena”, davanti a quattordicimila anime, Dio fece squadra con il legendario Shawn Michaels per lottare contro Vince e Shane McMahon in un incontro in modalità No holds barred (in cui fondamentalmente si può assalire l’avversario con oggetti contundenti); per avere una maggiore comprensione su quanto accaduto, bisogna risalire alla ventiduesima edizione di Wrestlemania, quando il mitico Michaels batté, sempre nella modalità No holds barred, il capo dei capi del wrestling, avverando il sogno di ogni impiegato che odia il proprio datore di lavoro. La vittoria di Michaels si verificò nonostante gli insistenti tentativi di Shane McMahon di interrompere la lotta e metterlo in difficoltà; eppure, anche dopo esseri stati puntati da tutte le telecamere mentre si cercava di sbilanciare a suo favore un incontro “uno contro uno”, Vince McMahon e compagnia denunciarono un “intervento divino” nell’incontro precedente, dichiarandolo “non valido” e creando l’opportunità di convocare Dio per l’occasione menzionata all’esordio di questa recensione.

 

Questa stranissima vicenda, che progressivamente divenne un incontro in minoranza numerica, sette contro uno (Dio si chiamò fuori nel bel mezzo della lite, schernito da Mr. McMahon), è una gaia esemplificazione di quella che Bruno Latour chiamava, per la prima volta venticinque anni fa or sono, quarta garanzia della Costituzione moderna.

 

Il famigerato Dieu barré (letteralmente, “Dio barrato”) di Latour è il Dio convocato da Mr. McMahon: “presentabile”, indicabile (nel senso che Dio aveva una musica d’ingresso) e “convertibile”, compatibile con una narrativa (nel senso che Dio alla fine non era altro che un pretesto per sottomettere Shawn Michaels a un’esemplare batosta). Il bullismo di McMahon del resto è comprensibile, poiché il “capoccia” in questione può pemettersi di sbeffeggiare Dio nell’economia di un gesto solo: tanto tutti sanno, che Dio è da solo e, proprio come la canzone di Joan Osborne, sembra che nessuno voglia camminargli accanto, cioè, camminare “con Lui” (*). Se il capo della WWE lo invita a partecipare a uno degli eventi pay-per-view, siate sicuri che Dio non avrà nessun altro appuntamento in programma che gli permetta di rifiutare l’invito.

 

Quanto è solitario “Dio” in Una settimana da Dio (2003) di Tom Shadyac? (**) Conferire l’onnipotenza tipica di Dio a un personaggio, progressivamente lo spinge alla solitudine, al venire abbandonato. Già è difficile stare accanto a una persona che è abituata a stare da sola, figuriamoci se si tratta di un essere onnipotente. Anche per via indiretta dunque (cioè, attraverso la caratterizzazione di un personaggio come “divino”), bisogna accettare che il Divino è isolato e circondato dalla non-unicità, è solo come la solitudine stessa e, per ogni effetto pratico, il coro angelico non basta come compagnia.

 

D’altro canto, per tornare al wrestling (ma dopo facciamo i seri), chiamare un personaggio Dio e non attribuirgli nessun tipo di potentia divina, assoluta oppure ordinata (***), va a finire puntualmente nel ridicolo e nel patetico (anche se siamo noi gli unici a parlare di e a giudicare in base alla potentia), come è il caso della batosta che prese il bravissimo Shawn Michaels a Lexington (che all’occasione impersonava un wrestler cristiano credente) da un’orda di debolucci capeggiati dal loro capo bestemmiatore Mr. McMahon, oppure come il “Lucifero disoccupato” raccontato da Alexander Wat. Comunque, non va dimenticato che il “nostro” Dio, il Dio di De André, di Lennon e di Janis Joplin è l’unico ad essere “il solo Dio”. Chi è, dunque, Dio?

 

Onnipotente sì, onnipotente no, ma Dio è uno solo. Ci sono, eccome, le “persone”: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Ma le persone sono un dettaglio, una sorta di procedura d’ufficio della specifica fede cattolica. La cosa fondamentale è che un solo Dio, c’è solo un solo Dio. Considerare il monoteismo, tratto caratteristico delle cosiddette religioni abramiche permette a Jean Soler (La Loi de Moïse, 2003; La violence monothéiste, 2009) di esporre in maniera molto lucida un ragionamento coerente intorno alla fede in un unico Dio, il Dio di Giacobbe, il Dio di Maometto e il Dio di Papa Francesco. Anche se questo libro inizia con il metodico smontaggio della “visione ricevuta” del monoteismo (quello alla base del “Dio barrato”), già l’esposizione del primo concetto chiave stabilisce la domanda dell’autore: chi ha reso Dio uno?

 

Leggiamo un po’. «Appare un’idea e ciò senza che possa essere identificato un individuo o un gruppo che l’abbia concepita per primo, come accade spesso con le invenzioni scientifiche, un’idea che si è fatta progressivamente strada fino ad imporsi come un’evidenza, capace di spiegare il passato e il presente: non vi è che un unico Dio» (pp. 67-68, cfr. p. 44). Soler suggerisce che il termine più corretto per parlare di ciò che precede il monoteismo delle religioni abramiche è monolatria: la scelta di una divinità fra tante altre, per onorarla come “il proprio Dio”. Ora, a chi spetti questa scelta, evidentemente è una risposta che non viene automatica, quindi procediamo per parti. 

 

Innanzitutto, è appropriato parlare, in termini soleriani, di invenzione del monoteismo, cioè, che l’evidenza (è un modo di dire) dell’esistenza di un solo Dio si sia progressivamente imposta alla possibilità che gli dèi siano molti e non uno solo. Per quanto riguarda la “visione ricevuta”, si può affermare che essa sia la diretta conseguenza dell’invenzione del monoteismo. Lo spazio disponibile non concede un’ampia disamina dell’attenzione millimetrica con cui Soler ha studiato i testi ebraici, alla ricerca di conferme o smentite per questa visione ricevuta. Vediamo di accennare almeno i risvolti più critici.

 

a) “La Bibbia [cioè, l’Antico Testamento] è lo scritto più antico di tutti gli scritti antichi”. Falso.

 

b) “Il Dio di cui si parla nell’Antico Testamento è il vero Dio”. Falso.

 

c) “La morale ivi insegnata ha un valore universale”. Falso. 

 

d) “Il Dio che parlava ai profeti dell’Antico Testamento richiedeva un culto più spirituale e meno idolatrico”. Falso. 

 

e) “Il Cantico dei cantici è un canto all’amore che il Dio dell’Antico Testamento prova per il suo popolo eletto”. Falso. 

 

f) “Il Dio dell’Antico Testamento ha un popolo eletto affinché quest’ultimo porti avanti una missione umanitaria, cioè, rivolta all’intera specie umana”. Falso.

 

g) “Il messaggio dell’Antico Testamento è comunque universalista e umanitario laddove l’amore per lo straniero va incoraggiato”. Falso. In più, questa linea di argomentazione ha portato alla felice coincidenza del lavoro di Soler con le avventure del filosofo francese Michel Onfray.

 

Comunque, tutti questi equivoci provengono senza dubbio dall’interno del “popolo eletto”, che ha il ruolo storico di tradurre ogni volta in fatti umani (nel senso di res gestae) la volontà del Dio, subendo le pene e cantando le gioie. Finché restiamo nel territorio della monolatria, la questione non sembra affatto problematica: alcuni adorano Maradona e altri adorano Pelé, poi ci sono i culti messianici e cristiani (non avete sentito parlare del maradonismo?). I guai arrivano con l’invenzione del monoteismo: non c’è che un Maradona, non c’è che un Pelé e così via. Tutto il calcio diventerà sempre più piccolo e concentrato, un crogiolo di sentimenti di nostalgia, per i tempi in cui giocava Maradona, e di risentimento verso le giovani promesse, che possono o diventare epigoni della divinità oppure fallire miseramente.

 

«Nella storia dell’umanità niente sarà stato più deleterio del concetto di popolo eletto» (p. 101), perché eccovi un gruppo di gente che semplicemente non potrà fare a meno di riscoprire il sovranaturale (la specialità di Dio) ogni volta, ricostruendolo. Ogni volta che si troverà con dei pagani, ovvero con altri monolatri che ancora non hanno scoperto come barrare Dio, oppure che hanno deciso di sbarrarlo mediante uno stile di vita rituale, il popolo eletto isolerà i dèi pagani, così come hanno già isolato Dio, e dopo averli purificati per bene in quanto semplici “prodotti” della cultura/civiltà a cui appartengono, li rimetteranno in gioco come le famigerate ruote del carro (****) che porta tutta l’umanità verso l’Era dell’Aquario. Tutto questo e di più può fare un popolo eletto, qualora questo sia eletto dall’unico Dio e qualora si trovi a combinare la propria “storia sacra” con la “storia profana” (in senso vichiano).

 

«Il cristianesimo ha trionfato perché esso ha denazionalizzato la religione degli Ebrei, il che lo ha aiutato a diventare col tempo la religione dell’insieme plurietnico e pluriculturare che era l’Impero Romano» (p. 70). Opportunamente, dunque, è disponibile ai lettori un libro interessante, scritto con molta attenzione e corredato dallo scritto di Onfray, la cui lettura vi abbiamo suggerito più volte su questa piattaforma. Quale altra sfida intellettuale interessante può proporre allo studioso di humanities il variopinto panorama di un mondo globalizzato, in cui l’etnocentrismo dei monoteisti che vi abitano non è più saldamente garantito?

 

* Un po’ come faceva Heidegger nel bosco e nei suoi seminari con i filosofi dell’Antica Grecia.

 

** Per rigore storiografico, e perché Morgan Freeman ci piace, dobbiamo menzionare Un’impresa da Dio (2007), dello stesso Shadyac.

 

*** Battuta per filosofi, altrimenti, cfr. Eugenio Randi, Il sovrano e l’orologiaio (1987).

 

**** Cfr. Arnold J. Toynbee, A study of history IV e VI (1939).