L'ARTE DI COLLEZIONARE MOSCHE

Frederik Sjöberg

L’ARTE DI COLLEZIONARE MOSCHE 

Iperborea, 2016

ISBN 978-88-7091-542-6

 

di Giancarlo Cinini

 

Diceva un uomo – ne Il Racconto dell’Isola Sconosciuta di Saramago – che le isole, «anche quelle conosciute, sono sconosciute finché non vi si sbarca». Allora, tra le domande che ci si può fare sbarcando su un’isola, da turisti o esploratori, di certo c’è: quanto è grande l’isola? Misurare il perimetro dell’orizzonte sembra essere la prima azione dell’estraneo che tenta di delimitare l’entità dell’isola e di farsene l’immagine. La domanda sulla grandezza dell’isola è per l’estraneo sempre una domanda sulla comprensione dell’isola. Che le isole possano essere grandi quanto ettari ed ettari di terraferma è per un estraneo abbastanza stupefacente. Ma le isole possono crescere a dismisura: Atlantide, ad esempio, nella carta di Bory de Saint- Vincent è grande più dell’Europa Occidentale (*). Ce n’è invece una piccola al largo di Stoccolma, l’isola di Runmarö, che è l’isola sulla quale ha deciso di stabilirsi Frederik Sjöberg, scrittore ed entomologo. Il suo ultimo libro si intitola L’arte di collezionare mosche e gli ha meritato il premio IgNobel 2016 per la Letteratura «for his autobiographical work about the pleasures of collecting flies that are dead, and flies that are not yet dead». Il libro parla in effetti di mosche vive e morte, ma è anche un’interessante collezione di cose, dove si conservano e si sovrappongono l’autobiografia di un entomologo sedentario (lui), la biografia di un entomologo avventuroso (René Malaise), le storie di altri, la conversazione, la saggistica, il romanzo.

 

D’estate capita spesso di vedere sui fiori alcune api o vespe, a volte particolarmente piccole, che non pungono. Avvicinatevi. Non sono né api né vespe, ma Sirfidi. I Sirfidi sono infatti una famiglia di mosche ingannatrici che imita le api, le vespe, i bombi ecc. E Sjöberg dichiara di averne catturate 202 specie soltanto nei 15 km2 dell’isola. Indubbiamente «la cifra rivela qualcosa sull’isola» e – aggiunge - «forse anche qualcosa sulla profondità della trappola bottonologica» (p. 47). La bottonologia è un termine coniato da August Strindberg in un racconto che s’intitola, guarda caso, L’isola dei beati. Un collezionista di bottoni, colleziona e classifica così tanti bottoni da scrivere dissertazioni sui bottoni e ricevere una cattedra di Bottonologia. L’arte di catalogare e di collezionare mosche (o di collezionare e basta) fa parte della disciplina della bottonologia. L’uomo che amava le isole, di D.H. Lawrence, compilava cataloghi, cataloghi di fiori del suo isolotto. E di isole e di insetti (e di altri libri) parla un altro catalogo che Sjöberg conserva nella sua biblioteca, A Bibliography of the Entomology of the Smaller British Offshore Islands di Ken e Vera Smith: «una lunga lista, nient’altro» di tutti i libri e articoli scritti sugli insetti delle isole lungo le coste britanniche. «Cos’hanno cercato di afferrare questi due esseri umani? Di certo non solo insetti» (p. 18) dice Sjöberg.

 

I sirfidi sono veloci e a volte rari, per catturarli è necessario studiarne le relazioni con i salici o l’erba trinita, con la direzione del vento e, immobili, aspettare con una grande trappola, la Malaise trap. Alle domande degli estranei che gli chiedono cosa ci faccia lì o perché si occupi di mosche, Sjöberg risponde che studiare i Sirfidi serve a monitorarne le specie, dunque la qualità di un buon ambiente, e questo loro basta. Ma a noi dice di più. «Mi capita a volte di dover riposare i miei occhi di cacciatore di mosche, mi metto per un po’ a osservare le nuvole, o anche niente, (...) se in quell’assopimento estivo riconosco l’intenso e particolarissimo ronzio di una mosca dei narcisi di passaggio provo una bella sensazione» (p. 77). Viene in mente quanto il fisico Feynman diceva di un fiore: la sua bellezza non si limita alla percezione

immediata ma si approfondisce, immaginando la trama microscopica delle sue cellule e pensando alla relazione evolutiva dei suoi colori con gli insetti impollinatori. E da lì domandandosi quale possa essere il criterio estetico dell’insetto stesso. Magari proprio un sirfide. Dunque, la ragione per la quale Sjöberg studia e colleziona sirfidi è allora una «questione di comprensione, diciamo pure di comprensione linguistica» (p. 170).

 

La comprensione linguistica permette di leggere meglio il paesaggio, ovvero riguarda «come la natura possa essere capita più o meno come la letteratura, o percepita allo stesso modo dell’arte» (p. 170). Lo scrittore-entomologo insiste: «quando dico che il paesaggio può trasmettere una specie di esperienza letteraria a diversi livelli di profondità, intendo proprio dire questo: prima di tutto bisogna conoscere la lingua» (p. 171). È esattamente a quei diversi livelli di profondità che si riferiva un altro bottonologo che dedicò metà della sua vita a collezioni di farfalle: Nabokov. Parlando di realtà e di un suo romanzo scriveva: «prendiamo un giglio, per esempio, o un qualsiasi altro oggetto naturale, un giglio è più reale per un naturalista che per una persona comune. Ma è ancora più reale per un botanico (...), ancora più (...) se il botanico è uno specialista di gigli. Possiamo, per così dire, avvicinarci sempre più alla realtà; ma mai a sufficienza»(***). Approfondire i livelli di conoscenza aumenta il piacere della lettura. Il paesaggio – quel «paesaggio in cui originariamente abbiamo imparato che cos’è una foresta, un prato o un fiume» scriveva Merlau-Ponty (****) – il paesaggio, dicevo, si dispiega allora non in quanto veduta superficiale, ma in quanto intrico di vocaboli noti o stranieri. Una fitta trama di esperienza e qui «l’esperienza non può più essere considerata come l’apparire delle cose stesse, ma la produzione di incontri (e di scontri) che devono essere pensati nella loro molteplicità e complicatezza»(*****).

 

Infine René Malaise. René Malaise era un tipo avventuroso: un entomologo che esplorava la Kamčatka e che come regalo alla moglie Ebba Söderhell dedicò un tentredinide birmano (a proposito di lingue sconosciute), chiamandolo Ebba soederhalli. Ah l’affetto degli entomologi. Malaise è proprio lui l’inventore della Malaise Trap, una grossa tenda dove si infilano gli insetti fino a un buco in cima dove li aspetta il veleno. Era naturalmente un bottonologo: comincia collezionando insetti, finisce collezionando quadri e, di mezzo, dagli anni Trenta colleziona argomenti in difesa dell’esistenza di un’isola, Atlantide. Nel 1973, a ottant’anni pubblica Atlantis: A Verified Myth. Cinque anni dopo, trasportato d’urgenza sull’elicottero, prima di affondare con la sua Atlantide, si racconta che «raggiante di gioia (...) parlasse di tutte le isole che scorrevano sotto di loro» (p. 191). Le isole hanno insomma a che fare con i bottonologi e con i biologi (i fringuelli, Darwin li scovò sulle Galapagos, il resto è storia). Nello spazio perimetrato di un’isola si possono incontrare 202 specie di strani caratteri, le cui tracce sono da decifrare e la cui lingua è inusuale come lo sono spesso le lingue delle isole: sull’isola di La Gomera, ad esempio, si parla, anzi si fischia el silbo gomero, il linguaggio che i pastori fischiano tra le profonde vallate vulcaniche. Questo libro parla di insetti, di solitudini, di isole, di intrecci teorici e biografici tra letteratura ed entomologia e comincia con un agnello in un teatro, dove il giovane Sjöberg lavorava. Ma allora quanto è grande l’isola? Non fa niente, appostatevi e leggete.

 

(*) Marco Ciardi, Le metamorfosi di Atlantide, Carocci.

 

(**) Grazie a Emanuele Penocchio per avermi segnalato la notizia.

 

(***) Nabokov, Intransigenze, Adelphi.

 

(****) Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione, il Saggiatore.

 

(*****) Paulo Fernando-Levano / Gianluca De Fazio, Ecologia epistemica: spunti per una riflessione ecosofica sulle pratiche scientifiche, Alphaville.