SOCIOLOGIA DELLA SCIENZA

Andrea Cerroni e Zenia Simonella

SOCIOLOGIA DELLA SCIENZA. Capire la scienza per capire la società contemporanea

Roma, Carocci, 2014

pp. 134, € 12,00

ISBN 9788806215880

 

di Paulo Fernando Lévano

 

(*)

 

Avete un minuto di tempo nei vostri cuori per parlare degli aspetti sociali della conoscenza scientifica?

 

Il programma forte della sociologia della conoscenza scientifica fu inizialmente un’idea di David Bloor, che ne formulò i capisaldi teorici nelle pagine di Knowledge and social imagery (1976; trad. it. Cortina, 1994). Così, ebbe inizio la lunga stagione del costruttivismo che ha caratterizzato lo studio della dimensione sociale della conoscenza scientifica. Una costellazione di approcci si sono susseguiti nei quasi quarant’anni di programma forte, tutti indirizzati alla questione della “costruzione dei fatti scientifici”. Senza alcun timore di spararla grossa, affermiamo qui che l’origine di questa “fuga del pensiero verso le costruzioni sociali” può venire considerata un effetto della miseria (in senso popperiano) dell’epistemologia novecentesca d’ispirazione neopositivista e quiniana.

 

Così come si serve la palla a tennistavolo, siamo partiti con una nozione di conoscenza scientifica intesa come verdetto definitivo della Natura (con la N maiuscola) attraverso la sua giuria privilegiata, ovvero gli scienziati. Siamo rimbalzati nelle varie scienze assiomatizzate e unificate, nelle varie logiche della scoperta scientifica e nelle varie caratterizzazioni strutturali e ideali della conoscenza scientifica. Dopo, abbiamo fatto lo stesso viaggio ma in direzione (ostinata e) contraria, soltanto per venire ributtati dentro al dibattito dalla Società (con la S maiuscola)! Per fortuna, abbiamo iniziato a prendere sul serio la dimensione storica della conoscenza scientifica; ovviamente stiamo parlando di Stephen Toulmin, Foresight and Understanding (1961) e, più intuitivamente, dell’arci-conosciuto Thomas Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche (1962).

 

Proprio per il fatto di essersi presentato come impulsore di un programma che avrebbe reso “scientifica” la stessa sociologia della conoscenza scientifica stessa, non smetterà mai di destare sorpresa il tristemente celebre Anti-Latour (1999), in cui Bloor accusava Bruno Latour di essere la genesi di una versione contorta, quasi perversa, del cosiddetto programma forte. Chiamato in causa, Latour scrisse la replica For David Bloor and beyond (1999), accusando Bloor di riduzionismo sociologico. Questo botta-e-risposta è forse uno degli episodi più conflittivi di tutta la storia degli STS, poiché rispecchia molte cose della società contemporanea che, infatti, vanno capite (come recita il titolo del volume recensito): Bloor accusa Latour di impiegare una terminologia confusa ed imprecisa; Latour accusa Bloor di affermare che la conoscenza scientifica è, in ultima istanza, una costruzione sociale.


In questo pur completissimo manuale di Sociologia della scienza, Andrea Cerroni e Zenia Simonella sorvolano sul dibattito Bloor v. Latour per rendere più coeso l’approccio sociologico al tema della conoscenza scientifica nella società contemporanea. Giustamente, su Latour non possono che sorvolare, poiché l’approccio latouriano non è strettamente sociologico: spesso si dimentica che il sottotitolo di Non siamo mai stati moderni è Saggio di antropologia simmetrica. «Latour e Bloor non sono d’accordo su cosa fare con lo schema “soggetto-oggetto”. La sociologia latouriana semplicemente lo rifiuta. Bloor suggerisce che ci siano molti livelli e interpretazioni dello schema e che almeno uno di essi sia sociologicamente viabile» (Sal Restivo, Red, black and objective, 2011)**.

 

Questa citazione di Restivo, un’eminenza nel campo, aiuta a capire la scelta degli autori del volume recensito, di parlare, in riferimento al robusto corpus latouriano, di svolta semiotica. Affermano gli autori che tutti quanti ci troviamo in una knowledge society, ovvero, in una società dove la conoscenza scientifica del mondo (a.k.a. “i saperi”) è una sorta di bene prodotto da alcuni e disponibile per tutti, il che configura tutti noi come dei citizens*** responsabili della governance del knowledge attuale, nah mean? In una siffatta società, è necessario che le discipline abbiano una denominazione stabile, devono essere qualcosologie, qualcosimetrìe o qualcòsiche ben distinguibili fra di loro, riconoscibili, in quanto fonti certe, che legittimizzano le pratiche alla base di una qualsivoglia dimensione sociale della conoscenza.


Perché inchiodare il programma dell’antropologia simmetrica nella definizione “svolta semiotica”? Perché è efficiente allo scopo di asserire con certezza che Latour fa “semiotica” e non “sociologia”. In questa sede, purtroppo, non è sufficiente: con l’antropologia simmetrica, il problema non è tanto distinguere un trasfondo disciplinare stabile, quanto lo sia invece mettere in discussione la vera e propria attività ossessiva di distinguere stabilmente fra discipline specifiche.


Rifiutare lo schema “soggetto-oggetto” implica negare ai citizens la possibilità di parlare di una dimensione sociale dove gli esperti mettono a disposizione le loro conoscenze, dove possono “scambiare” i loro beni, i loro knowledges. Rifiutare lo schema “soggetto-oggetto” implica ammettere che non c’è qualcosa come una “dimensione sociale della conoscenza”, esterna sia al soggetto che all’oggetto****: poco male. 

 

È proprio la conoscenza (che sia scientifica o meno, cambia poco) quella che permette che ci sia una “dimensione sociale” di anything-at-all. Finché ci sarà bisogno di distinguere tra un “sostrato” oggettivo e silente fatto di Natura e una “struttura” soggettiva fatta di Cultura creata dalle convenzioni della società (o dal putiferio, a seconda del caso), ci sarà il bisogno di esperti che parlino per le cose, e la simmetria e riflessività saranno un problema, non una soluzione.

 

Il campo di studi della sociologia della scienza è chiamato ad essere inter-disciplinare, e questa nozione viene più volte esplicitata in questo volume recensito. Eppure, a mo’ di conclusione e avvertenza, si ricordi che persistere nello schema soggetto-oggetto permetterà al programma forte di asservire ancora la filosofia, la storia della tecnologia e l’antropologia al riduzionismo sociologico per “dimostrare” che, in ultima istanza, il più ampio milieu sociale può assorbire tutte le spiegazioni naturalistiche del mondo che ci circonda. Così facendo, scoprirete che i sociologi Cerroni e Simonella sperano in una concezione relativistica della conoscenza, invariante come la tecnica di costruire e navigare le barche che portarono la scienza galileiana a tutti gli angoli del mondo (cfr. volume recensito, p. 212).

 

Curiosamente però, “relatività” è il termine che lo stesso Restivo, che sicuramente non è un latouriano, usa per caratterizzare non la sociologia della scienza di stampo blooriano, ma proprio l’intento filosofico-non-sociologico di Latour. Se calibrare il nostro relativismo sociologico significa scendere in campo con le armi della filosofia (che, ricordiamolo, non è conoscenza ma amore per la conoscenza), allora bisogna ammettere che la conoscenza (anche quella scientifica) non è un bene come qualunque altro, non circola, non si configura affatto come una transazione. Che cosa sarà mai la knowledge society allora, se non l’ennesimo tentativo di concretizzare il programma forte?

 

* Ai professori Anna Guagnini e Giuliano Pancaldi.

 

** Questa molteplicità di “livelli ed interpretazioni” dello schema è lo spazio in cui si inseriscono i due concetti più fortunati usciti dalla mente di Bloor: la simmetria del vero/falso delle teorie scientifiche e la riflessività delle teorie sociologiche davanti al sociologo della conoscenza scientifica che aderisce al programma forte.

 

*** Bernadette Bensaude Vincent direbbe “consumers of science”.

 

**** Cfr. Steven Yearley, Making sense of science, 2005, cap. 2, in merito a un interessante paragone fra le idee di Bloor e la filosofia di Gottlob Frege.