LA GRAMMATICA E L'ERRORE

A cura di Nicola Grandi

LA GRAMMATICA E L’ERRORE

BUP, 2015

ISBN: 978-88-7395-982-3

 

di Giancarlo Cinini

 

Un altro articolo mi ha casualmente costretto a modificare l’inizio di questo articolo. La verità: non c’era un inizio e il mare magnum di Internet ha buttato a riva un messaggio interessante. Ora, il nuovo sistema operativo di Apple permette di aggiungere stickers alle conversazioni, qualcuno ha calcato la mano e così è uscita GrammarSnob. «Un set di sticker fatto apposta per rimediare gli strafalcioni altrui. La collezione di adesivi – destinata a un pubblico inglese, per ora – mette nelle condizioni di apporre correzioni a biro rossa sopra gli errori della persona con cui si sta chattando: se quel “your” doveva essere uno “you’re” della forma contratta del verbo essere, da oggi c’è la possibilità di intervenire in tempo reale».

 

Insomma, si dice (o si scrive) così. La grammatica è un blocco statico, di regole e alle volte di eccezioni, che nonostante qualche difficoltà riusciamo a imparare e a dire. Io a scuola odiavo la grammatica eppure senza quella non avrei imparato che si dice così, appunto. O forse no? A fondamento di questa concezione ‘normativa’ che abbiamo della lingua c’è la regola, che «viene percepita come la premessa per l’uso. Gli errori vanno sanzionati e corretti; alle eccezioni bisogna rassegnarsi» (p. 11). La grammatica e l’errore, a cura di Nicola Grandi, professore di Linguistica all’Università di Bologna, approfondisce la questione e, raccogliendo vari contributi disciplinari, prova a risolvere il triello, il mexican standout in cui i tre – regola, errore, eccezione – si puntano i fucili l’un contro l’altro. Io parteggio per l’errore perché ognuno in un western si sceglie il suo malandato eroe. Intendiamo, meglio, viviamo la nostra lingua come un sistema di norme fisse nel tempo. L’ortografia dell’italiano, però, conserva un caso curioso. La h del verbo avere ha havuto una storia alterna: «conviene attendere il tempo che dall’alfabeto se ne vadano tutti gli h in un tratto», bombardava Tommaseo nel 1861, e così suggeriva di toglierla il congresso della Società Ortografica Italiana del 1911. E l’acca, muta. Questo è solo un caso ortografico ma i casi della lingua viva abbondano: «a me mi» è sulle nostre bocche anche se non si dovrebbe e, mentre i nostri libri di grammatica delle elementari riportavano egli, noi siamo soliti dire «lui mi ha detto». E infatti, le regole non sono leggi, tutelate dai Grammar Nazi. Ribaltiamo dunque la nostra prospettiva ‘ingenua’: le regole catturano regolarità, anzitutto, «le regole presuppongono la regolarità» (p.14). Implicitamente da piccoli abbiamo costruito alcune regole sulla nostra lingua dalle regolarità che ascoltavamo, spesso estendendo quelle stesse regole a contesti di eccezione: io ando o io piangio. Si discute, infatti, se – al di là di alcuni guard-rail biologici – l’apprendimento di una lingua (lingua madre o altra) avvenga attraverso modelli statistici: «the cognitive processes used for language are identical ora at least very similar to those used for processing other form of sensory input (…) these processes are best formalized as probabilist processes» [*]. Riformuliamo il pensiero all’inizio di quest’articolo allora: «una grammatica è un modello delle regolarità di una lingua» (p. 87) e, di più, le regole di questa grammatica sono «rappresentate come generalizzazioni induttive che catturano regolarità statistiche presenti nell’uso linguistico» (p. 91). Oggi i modelli probabilistici sono i più diffusi quando si insegna a una macchina come trattare con il linguaggio umano.

Inciso: si dice normalmente che i dialetti d’Italia, rispetto alla lingua, non hanno una grammatica. Questo è falso: semplicemente non hanno una grammatica normativa e qualcuno che ve la insegni in una scuola. Ma se lo sapete, sapete perfettamente come parlare il vostro dialetto, ne conoscete implicitamente le strutture e le regole e vi insospettite facilmente sulla provenienza di un presunto Brambilla Fumagalli, vestito da conte Dracula, che dice di venire d’un canton di qua de parasg. Fategli l’inganno della cadrega.

 

Illustrazione di Giancarlo Cinini

 

John Searle distingueva regole regolanti e regole costitutive: le prime ci dicono come comportarci, le seconde creano nuove forme di comportamento, definiscono il campo da gioco. Noi impariamo della lingua regole regolanti, ma ci muoviamo nel nostro ambiente sociale e, nel tempo, nuove regole prendono forma e danno nuove forme al nostro comportamento linguistico. Language is an object possessing orderly heterogeneity, ordinata eterogeneità, e anche la variazione si ordina secondo alcune regole. Uno, co-variazione: ci sono regole che variano al variare delle variabili sociali. Al Nord si preferisce il passato prossimo, al Sud il remoto e questi due sono pattern di variazione. Due, co-occorrenza: regole che capitano assieme in una varietà di lingua. Dire te ci vai e assieme non gli scrivo a lei, sono tratti di una varietà sub-standard di italiano. Tre, inter-relazione: sono regole di relazione tra le varietà di lingua, per esempio tra la nostra lingua colloquiale e quella che usiamo col professore («nessuno è un parlante nativo delle varietà formali» p. 109). Si dice così ma si può anche dire così. La lingua, la grammatica di una lingua si mostra allora come un oggetto ben più complesso, frastagliato, non un pezzo di granito ma un diasistema, «un insieme di sistemi presenti alla competenza dei parlanti che in parte si sovrappongono e in parte divergono» (p. 120). Noi stiamo in mezzo, con le nostre relazioni e la nostra lingua, e creativamente diamo forma a nuove regole attraverso l’uso e la frequenza. Così accadeva alle scuole medie quando su alcuni nostri amici si concentravano una nebulosa di nomignoli e soprannomi; ne ha vinto uno e il nostro amico lo chiamiamo ancora così. Le regole mutano e le eccezioni sono cristallizzazioni di mutazioni non avvenute o di vecchie regole sopravvissute.

 

No, no, non si dice così. Ma da dove vengono gli errori? Sono esterni alla lingua? A Deckard abbiamo già parlato con Andrea Moro di errori possibili e di errori impossibili, ma quello è un altro capitolo: qui ci importano proprio gli errori possibili, errori che la biologia del nostro cervello ci permette di fare. Dicevo, da dove vengono gli errori? Ci sono errori che sono sviste, lapsus che noi stessi riconosciamo. Sono errori di esecuzione e una volta fatto l’errore, capiamo subito e ci correggiamo. Se li sappiamo correggere, in un certo senso, sono allora esterni alla mia o alla tua personale competenza linguistica. Esistono però errori interni alla lingua, errori fatti da qualcuno che non si rende conto di farli. È l’errore di apprendimento e di acquisizione, che, «inconsapevole, ma del tutto intenzionale (…), corrisponde all’applicazione volontaria – seppure inconscia – di una ‘regola’» (p. 22). La regola in questione è una regola dedotta, ad esempio da un processo di astrazione – come voi, i bambini di prima, che dicevate io ando sulla base di andiamo, andate, andavo, oppure figlia di un processo di contatto con la vostra lingua d’origine o di arrivo. Come può allora essere interno alla propria lingua, un errore di cui non si ha coscienza? Come può essere errore qualcosa che non è percepito come errore? Non lo è. «In realtà il concetto di errore presuppone un parlante che parli una lingua non sua: nella propria lingua il parlante non può, per definizione, fare errori» [**]. Questo ci riporta ancora al potere creativo del singolo nella lingua: il diasistema si muove anche con noi.

 

Ma io ando è riconosciuto come errore da chi sta attorno. La regola cozza con la regola della comunità linguistica; con il tempo e l’apprendimento, il bambino o lo straniero impareranno. Tuttavia la sola correzione nasconde un aspetto cruciale: «gli errori che un bambino può compiere nell’apprendere la propria lingua non sono altro che forme possibili in altre lingue» [***]. Questo ci porta repentinamente vicini al mutamento linguistico. Infatti, là dove la lingua sfugge a un capillare controllo normativo (ad esempio, uno sviluppato sistema di istruzione) l’errore, se condiviso, può affermarsi come regola. Parafrasando Wittgenstein, la lingua si cura da sé. Possiamo ritornare un’altra volta all’Appendix Probi, la tavoletta su cui un romano, maestro di grammatica, annotava gli errori dei suoi studenti e le sue correzioni: ragazzi, si dice columna non colomna, si dice calida non calda, si scrive aqua non acqua

 

Nel tempo dunque le lingue mutano: il tempo è il piano inclinato della deriva linguistica, dove nuove regole prendono forma e vecchi errori nuove strade, e una lingua si disperde in nuove lingue; il tempo è anche il luogo in cui le lingue (i popoli o minuscole parti di essi) si scontrano e lingue passate e lingue nuove alla nostra si accumulano, come nel rilievo stratigrafico di un’indagine geologica. A pochi però, quando calpestano, viene in mente di essere a bordo di un pezzo di terra che si sposta di millimetri in un anno e si scontra con altri pezzi e che è un cumulo di mari e montagne dimenticate. Noi, a voler esagerare, non parliamo nient’altro che un cumulo di errori. Si dice così, dicevano.

 

 

[*] Manning/ Schütze, Foundation of Statistical Natural Language Processing, 1999.

 

[**]Cardona, Dizionario di linguistica, 1988.

 

[***] Yang, Knowledge and learning in natural language, 2003.