L'OCCULTISMO DI GIACOMO CASANOVA E ALTRI SAGGI

L’OCCULTISMO DI GIACOMO CASANOVA E ALTRI SAGGI

San Donato (MI), Edizioni PiZeta, 2014

pp. 247, € 15,00 

ISBN 978887625653

 

Di Edoardo Bassetti

 

C’è una premessa che dovrebbe essere sempre chiarita, prima di parlare di Giacomo Casanova. Una premessa quasi scontata, talmente scontata che spesso finisce per essere dimenticata. Una premessa così evidente da diventare sottile: Casanova, a differenza di un Don Giovanni o di altri libertini del nostro immaginario, è stato un uomo reale, storico, e non un personaggio di qualche commedia, film o romanzo. È questo un errore che è stato commesso anche da grandi uomini di lettere come Foscolo, che non poteva fare a meno di pensare a Casanova come ad un personaggio ideale; l’autore de le Ultime lettere di Jacopo Ortis è, però, solo uno dei più celebri di quel nutrito gruppo di critici che misero in dubbio la sua reale esistenza - poi dimostrata ampliamente. Da dove nasce questa sistematica e programmatica avversione nei suoi confronti, volta in qualche modo a sminuirne il valore letterario?

 

Che nelle Memorie ci sia qualcosa di quantomeno esagerato è una chiave di lettura superflua, per chi si intende giusto un po’ di autobiografia. Eppure è presente ancora oggi un pregiudizio dal sapore strutturalista, che vede nella veridicità storica di un evento narrato il suo valore letterario. Nonostante queste noiose – e inutili – premesse, entrando nel merito, ci accorgiamo che gli eventi descritti da Casanova trovano, paradossalmente, più riscontri di quelli riportati da altri autobiografi del suo tempo. In sostanza, ciò che rendeva Casanova - mi riferisco sia all’autobiografo che al protagonista - inattendibile e inconciliabile all’umano raziocinio, era più un pregiudizio a priori che un’analisi storico-letteraria.

 

Oltre che dell’uomo, del personaggio, si è arrivati a dubitare persino dello scrittore. Paolo Lacroix, conosciuto col nome di bibliofilo Iacob, ad esempio, affermava di avere la “certezza morale” che le Memorie fossero state scritte da Stendhal o Beyle – tali sono lo spirito, il carattere, le idee e lo stile di quelle pagine. E anche qui si giunge presto al paradosso: da quella che sarebbe dovuta essere una critica all’incompetenza letteraria di un fantomatico Casanova, si arriva forse all’elogio che più manca alla letteratura italiana del ‘700: l’esistenza di un romanzo degno di quelli francesi inglesi o tedeschi, e addirittura avvicinato ad un mostro sacro della narrativa come Stendhal. Avventure talmente romanzesche da non poter essere veritiere - poi puntualmente verificate; un uomo così avvincente da non poter essere esistito - che è però esistito; un talento narrativo talmente fine da non poter essere il suo - che è, però, proprio il suo: difficile, a ben vedere, fare una pubblicità migliore al protagonista delle Memorie, nonché uomo e scrittore Giacomo Casanova.

 

Proviamo ora a entrare nel merito di uno dei principali capi d’accusa incriminati al nostro avventuriero: ovvero la veridicità dell’arresto e della mitografica fuga dal carcere dei Piombi. Partiamo dall’arresto. Quale fu il vero motivo dell’incarceramento non ci è dato saperlo, dato che non sono rimasti documenti esaurienti - e Casanova stesso, nelle Memorie, afferma di non esserne a conoscenza. Di certo, egli offriva una vasta scelta a un rigido e reazionario governo come quello della Serenissima: ateismo, gioco d’azzardo, alchimia, libertinaggio, epicureismo, occultismo… insomma, di tutto un po’. Eppure, non a torto, si è spesso creduto che la vera ragione dell’arresto fu la sua partecipazione alla massoneria. Effettivamente, volendo contestualizzare storicamente questa possibile accusa, ci si accorge che, dalla metà del Settecento, «le autorità spirituali e temporali cominciarono a guardare la massoneria con occhio sospettoso» (*): primo allarme fu dato dal pontefice Clemente XII, nel 1738, con la bolla In eminenti, confermata poi da Benedetto XIV; proibizioni ed inquisizioni contro la setta, inoltre, furono fatte a Vienna, Costantinopoli, Spagna, Napoli, in quegli stessi anni.

 

Ma più che l’arresto in sé, ciò che sembrò altamente improbabile fu il mancato processo di cui si lamenta il nostro autore. Rimane difficile da credere, in effetti, che un’istituzione così vetusta fosse messa in discussione per un Casanova qualsiasi. Eppure, al contempo, molte sono le cose che non tornano: a pensarci, non ci sarebbe alcun motivo per cui egli, una volta evaso, non avesse scritto di un evento così importante. Perché non cogliere l’occasione di un tale momento, così drammatico e funzionale al carattere romanzesco delle Memorie? Perché evitare un racconto che avrebbe potuto fare di Giacomo Casanova un Julien Sorel ante litteram? Restano più dubbi che certezze, insomma, sul regolare corso del processo da parte degli Inquisitori.

 

Veniamo ora alla celebre episodio dei tristemente famosi Piombi. Molti accusarono Casanova di aver fatto passare una comoda evasione, figlia della corruzione dei sorveglianti, per una “miracolosa fuga pei tetti”. Se davvero fosse stata una prova così confortevole, però, che bisogno ci sarebbe stato di portare con sé il frate somasco Balbi – che stando al racconto risultò invece indispensabile per la fuga? Se furono i soldi del nobile protettore Bragadin, e non l’astuzia di Casanova, a permettere quell’evasione, perché non fuggire da solo? Sono questi interrogativi che non possono lasciarci indifferenti. Gli impervi luoghi e la dinamica, benché certamente spettacolare, sono in fin dei conti riscontrabili. C’è poi un documento che dà adito a questi interrogativi: le fatture di alcuni artigiani che, nel periodo appena successivo alla presunta rocambolesca evasione, testimoniano la ristrutturazione di parti del carcere. «Tre sono i guasti che Casanova ricorda: sul soffitto del camerotto, all’abbaìno, alla porta; e tre sono i risarcimenti notati nelle fatture» (**). Più o meno spettacolare, tutto porta a pensare l’evasione ci fu, e fu evasione a tutti gli effetti.

 

Fin qui ci siamo soffermati sull’inconsistenza delle accuse che furono mosse a Giacomo Casanova, figlie più di uno spiccato pregiudizio moralista – o invidia, che dir si voglia – che poco si confà alla critica scientifica. I saggi pubblicati da PiZeta non si fermano però a questo; rendono infatti omaggio a tutto quello che fu Casanova, oltre che un donnaiolo e un avventuriero: letterato (intraprese, per esempio, la traduzione dell’Iliade), filosofo epicureo, matematico (propose una propria soluzione al cosiddetto problema deliaco), poeta, scrittore, e molto altro ancora. C’è però un filo conduttore, all’interno di questi saggi, che lega i tasselli sparsi di quella complessa personalità: l’occultismo. Troviamo allora un Casanova alchimista, cabalista, massone, prezioso testimone “di quello straordinario secolo che fu il Settecento fra illuminismo e occultismo”.

 

A tal proposito vi invitiamo a leggere la prossima recensione relativa a Casanova che uscirà su Deckard: un approfondimento su La cabala di Casanova di Bernhard Marr, saggio che svela “il trucco” utilizzato dal nostro avventuriero per far colpo sui suoi interlocutori. Un testo che mette in luce l’impostore, ma anche il genio: un uomo irriducibile nella sua unicità, che vorremo cercare però di rendere – quasi psicanaliticamente – con quella che fu la sua ossessione; motore che lo portò a rivolgersi alle più grandi autorità d’Europa ripetendo sempre, in fin dei conti, questo suo pensiero fisso:

 

«Il mio amor proprio resterebbe ferito qualora sua Altezza non mi distinguesse dalla massa» (***).

 

 

(*) pag. 102.

(**) pag. 122.

(***) pag. 185.