INTERVISTA A ANDREA MORO

INTERVISTA A ANDREA MORO

 

 a cura di Giancarlo Cinini

 

«Il linguaggio è un labirinto di strade. Vieni da una parte e ti sai orientare; giungi allo stesso punto da un’altra parte, e non ti raccapezzi più»

L. Wittgenstein

 

Andrea Moro è professore di linguistica generale, direttore del NeTS, IUSS Center for Neurolinguistics and Theoretical Syntax e scrittore. Ha risposto alle nostre cinque domande sul linguaggio e noi lo ringraziamo per la grande disponibilità. Con le sue ricerche si è occupato di sintassi e cervello, con il suo libro, I confini di Babele, ci ha appassionato all’esplorazione di questi labirinti di strade.

 

Buongiorno professore. Lei è laureato in Lettere. I suoi studi recenti hanno coinvolto il lavoro di neurobiologi e tecniche come il neuroimaging. Che cosa c’è scritto sulla carta d’identità di Andrea Moro?

La carta d’identità dice che non ho segni particolari ed ha ragione; semmai è il libretto universitario che parla di più. Ci sono timbri di quattro diverse facoltà, inclusa l’ultima in lettere classiche. Se si esclude una delle quattro, che aveva l’effetto di tener tranquilla la parte di me che mi voleva impiegato con un posto fisso, le altre tre erano il segno concreto che le mie due passioni – il cervello e la struttura logica delle lingue umane – non trovavano un luogo ufficiale dove essere coltivate. Il problema permane tutt’ora: interessante è anche il fatto che quando presi la borsa di studio Fulbright per MIT trovai invece nel dipartimento di Linguistics and Philosophy proprio i corsi che in modo artificiale e un po’ anarchico mi ero costruito in Italia saltando tra le facoltà.

 

Entriamo nel vivo, ma lateralmente: un recente studio, apparso su Nature, ha osservato che le cince giapponesi producono un richiamo che sembra dipendere dalla struttura prerogativa, si dice, del linguaggio umano. La cincia usa di norma due richiami: una combinazione della sequenza abc per mettere in allerta il compagno, e un richiamo di note ribattute d per farlo avvicinare. Quando le cince combinano i due, abc+d, la risposta è un comportamento complesso controlla-e-avvicinati. La sequenza inversa d+abc non ottiene nessun comportamento in risposta [*]. Che ne pensa?

 

La dipendenza dalla struttura è un’etichetta troppo vasta per essere utilizzata in modo non ambiguo. Ad esempio se si tratta di ordine lineare – come nel caso in questione – mi pare non aggiunga niente di sostanziale a quanto immaginiamo possa accadere se un cane sentisse abbaiare all’incontrario. Certo che l’ordine conta: la cosa interessante sarebbe semmai trovare un sistema di comunicazione che si basi sulla struttura gerarchica generata da un'operazione ricorsiva. Ad esempio, per un essere umano la frase è in questo giardino che le donne che cantano stanno ballando può solo essere interpretata ammettendo che il ballo avvenga in giardino non il canto, malgrado la parola giardino sia più vicina a cantano che ballano. Non risulta che alcun animale possa eseguire operazioni di questo tipo.

 

E il linguaggio umano come emerge allora?

 

La domanda è complessa, perché dipende da cosa intendiamo per “come”: dal punto di vista strutturale può solo emergere da una mutazione genetica che nel corso dell’evoluzione è capitata solo alla nostra specie, a meno di non immaginare animali che sappiano parlare ma non vogliano farlo. Se ci sono – e forse non avrebbero tutti i torti nel farlo – sarebbero come gabbiani con le ali che decidessero solo di zampettare sulla terra. Se si intende come sia emerso nel tempo, allora il discorso è diverso. Certamente il lessico deve essere nato a poco a poco ma la sintassi no. È come l’aritmetica: il nucleo dell’aritmetica sta nella nozione di successore (come aveva capito Peano). Una volta che si ha un’operazione che funziona per – diciamo – i numeri fino a 1722, non si capisce perché non possa funzionare per tutti gli infiniti numeri. Nessuno ammetterebbe una protoaritmetica che valga fino a un certo numero. Così la sintassi: come non esiste il numero più grande, così non esiste la frase più lunga; dunque, almeno per la sintassi, possiamo dire che il linguaggio umano è nato “in blocco”

 

Che interazione può esserci stata nell’evoluzione dell’uomo tra linguaggio e abilità cognitive?

 

Un’interazione enorme. In un mio libro, per far capire l’effetto del linguaggio ho utilizzato il paragone con l’attività di un ragno; la ragnatela è un oggetto di ingegneria raffinata ma un ragno la farà sempre uguale al ragno che l’ha preceduto e quello che lo seguirà. Non c’è progresso: ogni ragno ricapitola la storia dei ragni dall’inizio. Gli esseri umani, normalmente, progrediscono – a meno che la stupidità e la violenza non gli facciano fare passi indietro: un bambino non riscopre fuoco e ruota e poi rifà la storia della scienza. Un bambino prosegue da dove gli adulti gli permettono di proseguire. Questa differenza non può che essere imputata alla quantità di informazione che può passare da un essere umano ad un altro e dunque al linguaggio.

 

Ha scritto: "Viviamo nel 1491 dell’era della scoperta del cervello”. Nel 1491 nessuno sapeva cosa stava per succedere. Voi cosa non sapete? Quali rotte state tracciando?

 

Non sappiamo quasi nulla ma in quel “quasi” sta la differenza: ora, ad esempio, sappiamo che la struttura delle lingue naturali, la sintassi in particolare, dipende dall’architettura del cervello e non è una convenzione culturale di natura arbitraria – come aveva già capito per i risultati clinici Lenneberg. Non sappiamo però né se capiremo di più ne se arriveremo a capire la nascita di aspetti intuitivamente evidenti – come la coscienza – ma sperimentalmente sfuggenti. Dipenderà in larga parte da quanto siamo in grado di metterci in discussione e di mettere in discussione la visione imperante delle neuroscienze dove l’aspetto quantitativo in molti casi nasconde il problema filosofico che sta alle spalle, senza risolvere il quale nessuna scienza ha mai fatto passi avanti degni di nota.

 

 

Grazie professore.

 

[*] Trovate l’articolo su Nature, 8 marzo 2016.