MICHEL SERRES

Gaspare Polizzi e Mario Porro (a cura di)

MICHEL SERRES

Milano, Marcos y Marcos, 2015

pp. 434, € 25,00

ISBN 9788871686967

 

 di Paulo Fernando Lévano

 

«La filosofia è antropologia in quanto continuo ridimensionamento dell’antropomorfismo» (Enzo Melandri, La linea e il circolo, par. 87)

 

«Sono profondamente convinto che da quando il modello universitario è diventato così importante, la separazione tra le discipline ha assunto un valore filosofico, mentre non è nient’altro che un artefatto sociale» (volume recensito, p. 180).

 

In quell’annus horribilis dell’età contemporanea che fu il 1968, vennero pubblicati due libri di filosofia dalla portata epocale, quelli di cui uno normalmente, per spiegarsi la loro scarsa diffusione negli odierni corsi universitari, dice: “va bene, erano troppo avanti per il loro tempo”; uno in italiano e l’altro in francese. Stiamo parlando de La linea e il circolo di Enzo Melandri e de Il sistema di Leibniz e i suoi modelli matematici di Michel Serres, autore al quale è dedicato questo trentacinquesimo numero della collana Riga.

 

Giusto quando l’ennesima conferenza di storia politica a Bologna sta per mandarvi in tilt nervoso, al punto di farvi sentire in colpa di non essere stati ventenni durante il cosiddetto “autunno caldo”, Deckard vi restituisce dei motivi per restare ancora un po’ ancorati al Sessantotto. Senza facoltà occupate, senza pretese di un mondo più giusto per tutti, senza stragismo impunito: noi vogliamo parlarvi di alternative teoretiche, perché anche la teoresi poteva contarsi nel presidio di coloro che, nel Sessantotto, protestavano contro l’ordine stabilito. L’ordine stabilitosi in un secolo che, nella sua prima metà trascorsa, era riuscito a farsi scappare dalle mani ben due conflitti mondiali, uno più tecnoscientifico dell’altro.

 

Si può parlare quanto si vuole di vere e proprie rivoluzioni concettuali nella scienza del XX secolo, ma si finirebbe pericolosamente prossimi alla meschinità, se non si tenesse conto delle svolte pratiche che tali rivoluzioni comportarono per la modernità. Abbiamo inventato la guerra chimica, il caccia, il bombardiere, il radar, il razzo e la bomba atomica, ma abbiamo anche sviluppato medicinali più potenti, nuove modalità per spostarci a piccola e grande scala, nuovi modi di mantenere reti funzionanti di tele-comunicazioni; non sembra dunque un’ipotesi pellegrina che, parlando della separazione tra discipline universitarie specialistiche, si possa parlare di un artefatto sociale, iscritto nella logica a fondamento di questa mega-macchina industriale che produce pallottole che feriscono più profondamente e, allo stesso tempo, medicinali che permettono una guarigione da ferite profonde sempre più efficace.

 

Da bravi figli e nipoti di Sessantottini, proviamo a farci la domanda che i nostri genitori e nonni hanno trasmesso a noi rampolli di questa generazione touch: a cosa di preciso serve questo artefatto sociale? Se non hanno di per sé un valore intrinseco, tutte le dichiarazioni di specifica competenza dei professori titolari delle materie specialisticamente separate tra di loro, allora a cosa servirebbe mai un simile artefatto? A cosa giova avere una cartografia stabile (e percorribile in tre più due anni) dei nostri saperi?

 

La risposta è molto semplice, quasi intuitiva: allo stesso modo in cui di notte bisogna riempire la calza con i regali della “Befana”, affinché i bambini conservino l’illusione, la sociologia della scienza riempie gli scaffali delle librerie con volumi la cui lettura rinforzerà la vostra credenza nell’esistenza della “knowledge society”, della “terza missione dell’università” e del “modello a tripla elica”, affinché voi non perdiate di vista l’utilità dell’istruzione superiore e della ricerca: più concretamente, il “buon rendere” di destinare finanziamenti dello Stato o di privati allo scopo di migliorare qualitativamente la ricerca nelle università e nell’industria, con il conseguente transito di esperti da un settore all’altro.

 

Ecco che fa capolino la nozione di interdisciplinarietà, così moderna, così chic: le discipline, dopo l’opportuna compartimentazione, dialogano fra di loro nell’ambito di un convegno, di un programma di collaborazione, condividono temi e prospettive e pubblicano un libro con gli interventi. La possibilità di concepire una mappatura così schematizzata del sapere umano permette di pianificare i tempestivi finanziamenti per arricchire ed espandere la mappatura della conoscenza scientifica, sociale e naturale, del mondo; allocati i finanziamenti dovuti, l’università può intraprendere la sua terza missione: oltre a quella formativa e a quella di ricerca, l’università deve assumere un ruolo imprenditoriale, deve cioè concepire la propria attività come quella di produzioni di beni per il pubblico.

 

Purtroppo, e a discapito di Henry Etzkowitz e Loet Leydesdorff*, l’interdisciplinarietà non è un invenzione moderna. Oppure, lo è nella misura in cui venga assunta una certa posizione rispetto al sapere. A proposito di ciò, Serres sostiene che ogni forma di fruizione di un bene è fondamentalmente un parassitismo: «se il parassitismo in generale suppone che l’ospite è mezzo, o che le produzioni dell’ospite costituiscono l’ambiente, la nicchia necessaria alla sopravvivenza di chi vi si fissa o vi si sposta, siamo tutti parassiti delle nostre lingue. Comprendo solo oggi la mia lingua materna, perché la mia lingua è mia madre in termini di software» (p. 169). Né una grammatica universale innata, né una grammatica trasformazionalista, non bisogna nemmeno esagerare e pensare subito alla programmazione orientata agli oggetti: comunicare non è implementare la lingua come se fosse un naturale vantaggio evolutivo, strumentale rispetto ai “nostri” scopi umani.

 

La cultura si riceve in eredità tramite la lingua; quest’ultima costituisce l’ambiente in cui vegetiamo, lo spazio in cui dispieghiamo la nostra vita sociale. Ha perfettamente senso, dunque, pensare che noi parassitiamo nella nostra lingua, ovvero, che sfruttiamo la sua straordinaria capacità di mutare con il tempo, senza parteciparvi in un modo diverso da quello di riprodurre lo stesso parassitismo con altri parassiti, parlando e scrivendo e parlando e scrivendo (e magari anche cantando). Ricordatevelo bene: sarà sempre possibile che parliate a vanvera, non sarete mai in grado di azzerare quella percentuale di rischio.

 

Non è un bene quello che circola, ma la stessa cosa presa in prestito ogni volta: non si può quindi tracciare la cartografia di una circolazione, si possono soltanto raccontare, rivendicandoli, i prestiti mai restituiti. La storia della scienza che occorre per mettere in evidenza l’artefatto sociale delle discipline specialistiche è un racconto: non è una storia che risale a noi che siamo nel presente, ma è una discesa verso l’origine del movimento per cogliervi il senso. «Né la terra né la pianta corrono o scorrono nel senso dell’acqua. La lingua non padroneggia facilmente l’imbarazzo di questa doppia metafora secondo la quale la risalita di un fiume e le discese secondo lo spessore di una falesia o l’altezza di un albero si dirigono tutte e due verso il passato» (p. 336).

 

Il racconto di uno storico della scienza non si svolge poiché nessun trascendentale si svolge nella storia**: in tutte le definizioni di certi saperi come “scientifici”, questi vengono così definiti in operazioni innanzitutto iscritte in determinati contesti storici, e da contesto a contesto i salti sono imprevedibili. Ma questa imprevedibilità non è da ricondurre a un anti-determinismo storico, alla banale constatazione che nessuno sa dire con certezza come si svolgeranno le cose in futuro, anche se si può esprimere con una sorta di “oggettività” che se finisce il tavolo sul quale spingo un calice, esso cadrà a terra (e comunque, non so se si infrangerà a terra o sul cane, visto che lo lascio circolare nel salotto). L’imprevedibilità in questione è quella del software che usiamo per accedere a tale futuro, dei prodotti dell’ambiente dal quale parassitiamo: il software che non può altro che segnalare l’esistenza di un problema di hardware, semplicemente perché nessun parassita è in grado di dire quando andremo dal medico (in termini di hardware) o quando prenderemo direttamente l’anti-parassitario (in termini di software).

 

«Mondo, vita, esistenza, storia e sapere fluttuano tra le quattro categorie della modalità: compatibili con leggi necessarie, tutte le cose e le vite corrono verso la contingenza, attraverso il filtro del possibile e dell’impossibilità» (p. 343). Le quattro categorie non sono dunque disposte come i vertici di un quadrilatero che si può disegnare sia su argilla sia su Logo. O meglio, il quadrilatero e le sue diagonali sono soltanto uno di molti modelli ammissibili disponibili per capire cosa possa, in un racconto (anche quello della storia della scienza), essere necessario, o possibile, o contingente, o impossibile. Non riusciamo mai a imprimere qualcosa della nostra cultura sulla natura, non attingiamo mai a quell’esattezza che poniamo come traguardo alle nostre implementazioni della matematica. «La matematica è prima di tutto una logica dell’immaginazione, e una relazione nella regione dell’immaginario è il semplice di un nesso reale, è il semplificato di una complessità naturale o intelligibile. Il riferimento al modello matematico è dunque la proiezione di un’analisi essenzialmente complicata nelle delineazioni semplici dell’immaginazione» (p. 55).

 

Questo non è relativismo intrecciato a cinico costruzionismo, questo non è l’Immaginario a priori insito nella “natura umana” feat. “destino dell’essere”. No, questo è semplicemente notare che, fra tutti i collettivi che ci sono al mondo, sono i moderni quelli che hanno messo in circolazione cartografi superman e ontologie varie per creare un rapporto esclusivamente conoscitivo con il mondo (e veramente tutto quello che v’è compreso). Proprio a questo serve l’artefatto sociale della specializzazione: a distinguere il sapere moderno dal sapere non-moderno che non riesce a tenere divise due culture (la scientifica e l’umanistica), le quali invece abitano da sempre nella stessa unica cultura, che è quella del parassitismo. Noi siamo gli unici a condannare il parassitismo e a dire di non temere l’anti-parassitario. E gli unici ad idolatrare, scusate, ad essere entusiasti nei confronti della pura e semplice utilità.

 

[*] I principali autori di riferimento per questo modello a tripla elica “politiche della ricerca – ricerca industriale – ricerca universitaria”, applicato con molto successo in Cuccagnistan.

 

[**] Rimandiamo ai par. 86 e 87 de La linea e il circolo di Melandri, per restare nel mood sessantottino.