ANTROPOLOGIA DELLA CULTURA MATERIALE

Fabio Dei e Pietro Meloni

ANTROPOLOGIA DELLA CULTURA MATERIALE

Roma, Carocci, 2015

pp. 115, € 12,00

ISBN 9788843076734

 

di Paulo Fernando Lévano

 

L’unico problema di questo utilissimo manuale che recensiamo per voi? Ci sembra opportuno suggerire che andrebbe rivolta più attenzione alle discipline archeologiche, in modo da scansare con successo riduttivi dualismi, quali “relativismo – assolutismo” oppure “omologazione globale – autoctonismo”; in tutta la trattazione, però, si dedica un paragrafo solo (p. 37) al ruolo giocato dall’archeologia nel definire il concetto stesso di “cultura materiale”, nello spazio degli ultimi cinque decenni. Non si tratta ordunque di pignoleria: «compito di un’antropologia che non voglia appiattirsi sul senso comune è comprendere il rapporto fra questi due aspetti che si implicano a vicenda, non valorizzare l’uno a discapito dell’altro o tracciare linee di demarcazione tra la “vera” e la “falsa” cultura» (p. 103).

 

Un siffatto compito diventa innecessariamente più difficile (o necessariamente più lineare) se non si spendono almeno due parole per spiegare cosa siano l’archeologia processualista e l’archeologia post-processualista. Perché? Fondamentalmente, perché tutto quello che gli archeologi recuperano per noi è “cultura materiale”, che è stata smarrita da qualcuno molto tempo fa. Essendo state lasciate da un po’ di tempo da sole e richiamate dalla natura (sotto forma di strati di terra e secoli di stagioni che si susseguono), le cose che l’archeologo va a ripescare si presentano silenziose; i loro umani non parlano più per loro e, quindi, ha senso ricostruirne la cultura. Comunque, c’è un modo moderno per ricostruire culture in modo tale che siano lontane dai loro rispettivi umani vivi ancora: «sulla scia di una lunga frequentazione basata sull’acquisizione di beni materiali, gli occidentali hanno costruito un’immagine dell’altro a partire dagli oggetti reperiti nei remoti ed esotici luoghi che visitavano – per viaggi di conoscenza o per motivi coloniali» (p. 16).

 

Lasciamo stare per qualche paragrafo i “motivi coloniali”, crogiolandoci nella comodità dell’argomento secondo il quale “meglio un colonizzatore attento a conservare e collezionare oggetti, di un colonizzatore stragista, drastico e piromane”. I viaggi di conoscenza alla ricerca di altre culture, proprio come le spedizioni scientifiche, iniziarono con i primi viaggi oceanici e fluviali di esplorazione geografica e commerciale. Viaggi, si badi bene, sempre alla ricerca del nuovo (che cos’è l’altro, se non un “nuovo Io”?), alla ricerca di “nuove” antichità. Per quanto riguarda le antichità di questo continente, secoli di storia scritta (e qualche decennio di paleolinguistica nuova di zecca) davano ai primi scavatori una sorta di “copione” da seguire, come fu il caso del memorabile scavo di Frank Calvert e Heinrich Schliemann che finì nel ritrovamento delle dieci fasi dell’insediamento che le fonti antiche ci tramandano indistamente come “Troia”.

 

I viaggi di conoscenza finiscono in ritrovamenti, e il modo di valorizzare questi ritrovamenti consiste in raccogliere e classificare il materiale. I professori Dei e Meloni riconoscono che, nel periodo fra gli ultimi decenni del XIX secolo e i primi decenni del XX secolo, l’eccezionale spirito scientifico dei collezionisti di oggetti spesso funzionava da alibi per una sistematica opera di profanazione degli “universi religiosi e culturali” di uomini e donne appartenenti a culture non-moderne; d’altro canto però, invitano anche a “storicizzare il problema”, a prendere in considerazione che comunque si trattava dei primissimi tentativi di stabilire un contatto fra noi (voi) e gli altri: i primitivi, gli indigeni, i selvaggi. Dopo tutto, tanto meglio, non è vero? Chissà in quale ozimàndico oblio sarebbero andati a imbucarsi quegli illiterati, se non fosse stato per il progresso dell’etnografia? Se non ci fossimo noi a ricordarli, che ne sarebbe di loro?

 

Questo primato della raccolta e la classificazione conobbe il suo tramonto intorno agli anni Trenta del Novecento, man mano che il concetto stesso di “cultura” iniziò a smarcarsi dalla sua dipendenza dal reperto. Oggi sembra contro-intuitivo pensare che la nostra conoscenza di una cultura possa limitarsi alla conoscenza del progressivo raffinamento delle tecniche impiegate per la produzione di oggetti; invece, fu poco a poco che gli antropologi del Novecento iniziarono a procedere nella direzione dell’immateriale, la naturale seguente tappa dei loro studi; gli autori del volume recensito fanno bene a segnalare, fra i motivi di questa svolta, l’avvento in ambito anglofono dell’archeologia processualista legato al nome dello statunitense Lewis Binford (1931-2011).

 

Bisogna precisare però, per il futuro lettore di questo manuale, che l’asserzione “l’archeologia è antropologia o non è nulla” (che gli autori attribuiscono a Binford) sarebbe da far risalire al capitolo introduttivo di un libro che il nostro archeologo sicuramente conosceva bene e teneva nello scaffale più facile da raggiungere nella sua biblioteca: Method and theory in American Archaeology di Gordon Willey e Philip Phillips (Chicago UP, 1958). Ci permettiamo di riportare una generosa porzione di questa preziosa fonte per amor di precisione e, principalmente, perché non potremo mai fare meglio di Willey e Phillps.

 

«Ci sembra che l’archeologia delle Americhe mantiene con l’antropologia un rapporto di particolare prossimità e di dipendenza per ciò che riguarda il livello teorico. I favori che possa fare alla storia in senso stretto, vista come registro degli eventi passati giudicati di interesse, sono veramente pochi, poiché non esiste una tale storia per le Americhe pre-colombiane. L’impiego di tradizioni ottenute da informanti aborigini ed altre fonti documentarie, per cercare di spingerci indietro nel passato non registrato, non è l’archeologia al servizio della storia, ma l’esatto opposto. Come metodo di ricerca, l’archeologia delle Americhe e in generale l’archeologia tutta fornisce dati utili per la geologia, per la paleontologia, per la climatologia e così via; inoltre, recupera materiale di valore per i musei di arte e per gli studi di estetica, ma non è coinvolta in nessuno di questi ambiti a livello teoretico. Parafrasando il motto di [Frederic] Maitland: l’archeologia delle Americhe è antropologia o non è nulla. L’archeologo delle Americhe, a meno che non ritenga di poter fare a meno della teoria in senso lato, è dunque tenuto a prendere una posizione chiara nei confronti della teoria antropologica in generale» (tutti i corsivi sono nostri)[*].

 

Non pensiamo affatto di perseguire scopi puramente ostensivi: se vi parliamo di archeologia, lo facciamo semplicemente perché non conosciamo un modo migliore di smarcare il concetto di “cultura” (compresa quella materia) dall’habitus di presentarlo come qualcosa da ricostruire oppure da recuperare. A meno che non pensiate, ad esempio, che preme, ora e come prima e come sempre, il bisogno di una nuova stagione di scoperta di stili etnici extra-europei. «Il surrealismo e le avanguardie procedono su due binari paralleli. Da una parte troviamo il riconoscimento all’arte africana di un valore pari a quella occidentale, al quale si affianca spesso una critica serrata al colonialismo; dall’altra parte, tuttavia, l’arte africana si configura come un’“invenzione”, un concetto che è servito all’Occidente per definire se stesso, magari esaltando l’altro ma senza realmente riconoscerlo sul piano di uguale dignità culturale» (p. 29).

 

E verso dove corrono i due binari paralleli? Naturalmente verso il museo, la grande trovata dell’uomo bianco, colto e post-coloniale per valorizzare tutto quello che è venuto raccogliendo e collezionando (nel caso delle Americhe, dal 1492). Altrove, sarebbe impossibile radunare i cittadini per impiegarli in una sorta di riflessione sulla possibilità di ripensare il materiale e l’immateriale, come progetta il quarto capitolo di questo manuale. Nei musei, del resto, potremo finire pure noi stessi (in senso figurato e per quindici minuti, come si augurava Warhol), quando alle etnografie del quotidiano di Mary Douglas, Pierre Bourdieu e Daniel Miller (cfr. cap. 3) verranno a confluire nuovi schemi corporali del quotidiano teorizzati dal gruppo di foucaultianiMatière à penser”, capeggiati dall’etnologo Jean Pierre Warnier, e tutto ciò sarà finalmente ispirazione e si tradurrà in nuove perfomances di Sophie Calle e di Stelarc, che a loro volta metteranno in mostra nuove rappresentazioni del rapporto soggetto-mondo, disponendo la nostra cultura materiale in modo ingegnoso per “rinegoziare” l’identità dell’artista contemporaneo (cfr. p. 99). Tutto questo, prossimamente, probabilmente, nel museo più vicino a voi, biglietto euro tredici.

 

Eppure, c’è vita oltre il museo, ma proprio tanta. Anzi, c’è cultura oltre il museo. Ci sono perfetti motivi per pensare che sono più convicenti gli archeologi che parlano di culture materiali finite, almeno rispetto agli “etnologi del quotidiano” che “ritirano” strati che veramente non si sono ancora “sedimentati” al di sopra di una cultura materiale che invece è viva e attuale, che è hic et nunc, come direbbe Spartacus: noi siamo sulla superficie, noi produciamo letteratura, noi siamo già da sempre libri aperti e i lettori sono ovunque, anche se alcuni di essi sono purtroppo suscettibili di venire catturati dai “contesti culturali” immateriali che si configurano in un centro commerciale, nella sala di attesa di un aeroporto oppure alle feste popolari.

 

Vi lasciamo con tre libri che non si scoprono visitando un museo: Le geste rwanda di Edouard Gasarabwe (Union Générale d’Éditions, 1978); La escritura en el cuerpo de las mujeres asesinadas en Ciudad Juárez di Rita Segato (Tinta Limón, 2013); infine, No hay paìs más diverso (IEP, 2012), a cura di Carlos Iván Degregori (1945-2011), collettanea quest’ultima in cui la cultura materiale e la cultura immateriale dei peruviani vengono ricostruite: l’economia, la sociologia e la storia vengono messe

 

all’opera per aiutare l’antropologia nella costruzione di una nozione di nazione [**] che non poggi su una qualche fantomatica identità dell’“essere peruviani”, ma punti a un’accezione diversa, né vera né falsa, del pronome personale noi.

 

[*] Per quanto riguarda lo storico del diritto Frederic Maitland (1850-1906), la versione originale del suo motto diceva più o meno “l’antropologia potrà scegliere se essere storia o non essere nulla”, e si può leggere in un discorso intitolato The body politic, uscito nel terzo volume dei suoi Collected papers (1911).

 

[**] L’unico motivo per affiancare nozione e nazione è l’effetto retorico del gioco di parole.