GIÙ LE MANI DA LACAN

QUARTA TRASMISSIONE: “L’amome e la filosofia del tossicomane”

 

[F. F.] A volte il desiderio “fa il giro più lungo”. Questa frase la ritrovo nella mia carriera personale; io mi sono avvicinato alla psicologia per mezzo di Freud, ero proprio curioso di indagare nel territorio ignoto dell’inconscio; all’università però sono stato sedotto dalle nuove branche della psicologia “scientifica”, che si progettavano una possibile misurazione dell’inconscio. Ho fatto la magistrale in psicologia cognitiva applicata, una cosa che è alle antipodi rispetto alla psicoanalisi; qualche tempo dopo, in una supervisione, Massimo Recalcati che mi ha fatto deragliare dai binari sui quali viaggiavo: solo dopo questo zig zag ho deciso di iscrivermi alla scuola lacaniana.

 

Quello che mi ha affascinato della psicanalisi era che non mi sembrava di maneggiare soltanto una teoria “clinica” ma anche una teoria della società. La psicoanalisi può ambire a essere una teoria critica della società (e infatti possiamo vedere questo tentativo nel Seminario XVII). Freud già aveva detto che il sintomo è sensibile alla storia e che una psicologia dell’individuale è un’astrazione.

 

[P. F.] E Jung invece capì l’esatto opposto...

 

[F. F.] Purtroppo! Invece Lacan fa eco a Freud dicendo che l’inconscio è il discorso dell’Altro; ma al di là delle citazioni, possiamo vedere che negli ultimi 50 anni si è istaurato un nuovo discorso, un nuovo ordine sociale rispetto ai tempi vittoriani in cui la psicoanalisi nacque. C’è stato un grosso mutamento delle forme del sintomo e nelle manifestazioni di sofferenza soggettiva. Per riuscire a capire qualcosa del soggetto, bisogna guardare il sociale: il sintomo è sensibilie ai processi storici.

 

[P. F.] Quindi anche le forme di provare disagio cambiano col tempo?

 

[F. F.] Assolutamente. Nella società vittoriana, le dimensioni della legge e dell’ideale schiacciavano il desiderio; le prime isteriche seguite da Freud erano fondamentalmente donne che subivano sul proprio corpo la morale repressiva della società in cui vivevano. Era una clinica dove appunto era in primo piano il ritorno del rimosso. Se invece veniamo alla società contemporanea, vediamo che il protagonista della clinica è un godimento dissipativo, sganciato da qualsiasi dialettica simbolica. L’esempio più paradigmatico potrebbe essere quello della bulimica o del tossicomane: in primo piano abbiamo una pulsione sregolata dove il partner del soggetto non è più l’Altro ma un oggetto inanimato asessuato, il cibo e la sostanza. Se ci pensiamo l’attività della bulimica e del tossicomane è l’attività del consumatore per eccellenza...

 

[P. F.] Lo diceva già il musicista argentino Pity Álvarez: la filosofia del tossicomane è non morire di overdose oggi per continuare a farsi domani.

 

[F. F.] Esatto, riporre le proprie speranze nell’oggetto, in attesa che esso possa guarirlo dalle sue inquietudini, dalle sue fragilità. Vediamo dunque in questa nuova forma del sintomo contemporaneo che esso è sensibile al comandamento sociale moderno “godi e non rinunciare”. Ho provato a farti capire come il discorso influenza la manifestazione della sofferenza. Il super-Io sociale dice “godi”, quindi il sintomo avrà a che fare con questo godimento, così come ai tempi di Freud il sintomo era sensibile al comandamento super-egoico “rinuncia”.

 

[P. F.] Molto interessante, si torna sempre a Freud. Ma i tempi iniziano a stringere, e non vorrei che finisse l’intervista senza chiederti di parlarci un po’ di questa psicologia scientifica presente nella tua formazione: che cosa sta cercando di misurare quando affermi che vuole misurare l’inconscio?

 

[F. F.] In un certo senso, ti risponderei che si tratta di un tentativo di difesa dal reale, quello di voler trovare un “senso” per qualsiasi cosa. Il reale è senza senso; Lacan ne parla nel Seminario VII [L’etica della psicoanalisi, Einaudi, 1994], fa notare come la scienza cerchi di tappare questo buco del reale, cerca di trovare il senso per qualsiasi cosa, il che è un discorso delirante perchè non c’è un senso per “tutto”.

 

La valorizzazione dell’ultimo insegnamento di Lacan (che è l’idea centrale di Pensare il rovescio), quella che discute sul registro del Reale, porta a una trasformazione della tecnica analitica stessa; se il reale è qualcosa che la parola non riesce a catturare e se l’unico strumento che ha l’analista è la parola, come potrà mai la clinica arrivare a trasformare il reale? Come si fa? Con questa domanda in mente, Lacan teorizzerà la categoria di atto analitico, che significa una pratica simbolica, che prova a intaccare e agire sul reale. Mi verrebbe da dire che l'atto analitico è dell’ordine dell’atto artistico. Un buon analista deve avere pazienza, non deve forzare i passaggi, deve far “sorgere” il soggetto. Nella caricatura che si da dell’analisi invece, l’analista è un morto, si addormenta sul lettino.

 

[P. F.] E si fa pagare alla fine!

 

[F. F.] Prende i soldi e via, appunto. Ma scherzi a parte, è fondamentale il silenzio dell’analista, soprattutto nelle prime fasi. Il silenzio deve sempre tradursi in ascolto disinteressato delle parole del paziente. È chiaro che quando l’analista coglie il paziente che inciampa su un significante importante, può disporre di varie armi. Una delle grandi innovazioni del setting psicoanalitico lacaniano è il taglio della seduta, cioè interrompere la seduta alla comparsa di un significante importante per il soggetto; quando il discorso del paziente tocca uno di questi punti, l’analista interrompe la seduta in modo tale che il paziente esca innazitutto un po’ stordito, si vuole produrre un effetto straniante. Il taglio mira a mettere al lavoro l’inconscio: l’inconscio infatti elabora nel tempo fuori dalla seduta, e se tutto va bene il paziente torna e porta nuovo materiale.

 

C’è l’arma più classica dell’analista invece, che è l’interpretazione; secondo Lacan, la sua efficacia non sta tanto nella veridicità dell’enunciato, poiché possono anche esserci interpretazioni sbagliate che producono lo stesso un effetto nel soggetto. L’interpretazione, come il taglio, funziona quando apre l’inconscio, quando per esempio produce un sogno, quando fa tornare un ricordo che fino a quel momento era sfuggito: a queste cose incerte puntano le interpretazioni.

 

[P. F.] E il paziente può avere l’impressione di essere stato sgamato?

 

[F. F.] Ma non si stratta di sgamare il paziente bugiardo che mente. Guarda: riprendendo Heidegger, Lacan parla di parola piena e di parola vuota; la parola vuota sarebbe la parola della chiacchiera, la parola al bar, così tanto per parlare. La parola piena invece è quella dalla quale non si può più tornare indietro; è una parola che dice qualcosa del soggetto, che porta con sè una verità particolare.

 

Ecco: l’analisi deve mirare alla parola piena. Se in sessione tu paziente dici a me analista che, per esempio, sei omosessuale, non si può più tornare indietro: ho avuto testimonianza di una verità che ti riguarda. Un buon analista deve avere pazienza e permettere al paziente di raccontarsi anche una bugia; ci sarà prima o poi una svolta in cui una parola piena comparirà, e da quella svolta in poi si dovrà o assumere o rifiutare la parola piena, magari si vorrà interrompere la propria analisi. Antonio Di Ciaccia racconta che Lacan era bravo a “metterti di fronte alla tua questione”, ma non in maniera autoritaria né aggressiva né pedagogica: era semplicemente bravo a metterti a “tu per tu” con la tua questione.

 

[P. F.] Una tecnica che dista anni luce dalla prescrizione di valium e tavor.

 

[F. F.] Non voglio gettare tutta la colpa di questo sulla psichiatria, ma credo che in questi tempi si pensi che esista la pillola per qualsiasi cosa. Una sorta di pigrizia che non permette di ingaggiarci in un autentico percorso di cambiamento. Sappiamo bene che un vero cambiamento si gioca su un tempo lungo; è per questo che la psicoanalisi viene derisa e rimandata al dimenticatoio dall’ideologia dominante. Il “tempo lungo” va contro il “tempo istantaneo” del consumo che regge le singole vite nella società capitalistica.

 

[P. F.] Be yourself, be the change, do it now. Un classico caso di superdeterminazione del super-io, ti alzi la mattina e dici allo specchio: “che cosa non ho fatto ancora per essere una persona meglio?”; agghiacciante.

 

[F. F.] Certamente una dinamica superegoica, come dicevi prima; il problema è che il super-io ci sottopone a richieste sempre piu pesanti e complicate per poi ridere dei nostri goffi tentativi di adempire ad esse.

 

[P. F.] Ma come si fa a dire di “no” al godimento senza che l’Altro ti prenda per un represso?

 

[F. F.] Questa è una domanda sottile. Direi che la migliore medicina a questo godimento compulsivo è il desiderio, ma temo che possa assomigliare un po’ troppo al motto cristiano “rinuncia a qualcosa oggi per avere qualcosa in più domani”. Invece, il desiderio permette comunque di accedere a un godimento maggiore, un plus-godere. Per esempio “il miracolo dell’amore” permette di congiungere desiderio e godimento, di avere un godimento amplificato. C’è quindi la centralità del saper rinunciare a un godimento pieno, ma solo per poter ritrovare la misura del proprio godimento. Lacan in Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio lo dice così: “La castrazione vuol dire che bisogna che il godimento sia rifiutato perché possa essere raggiunto sulla scala rovesciata della Legge del desiderio”.

 

[P. F.] Che stile! Non ci sarebbe un modo più oscuro per concludere, quindi ringraziamo dell’opportunità di conoscere un po’ di più il pensiero di Jacques Lacan. Spero che d’ora in poi le battute di Žižek saranno sempre più chiare, e ricordate le parole di Francesco: “l’inconscio non è un alibi, ragazzi”.