RAYUELA

Julio Cortázar

RAYUELA. Il gioco del mondo

Torino, Einaudi, 2015

pp. 648, € 17,00

ISBN 9788806228934

 

 

di Paulo Fernando Lévano

 

 

Sono passati poco meno di cinquant’anni da quando uscì per i lettori italiani la traduzione di Rayuela di Flaviarossa Rossini (Einaudi, 1969); nonostante ciò, in teoria e in pratica è sempre possibile rendere ogni volta più interessante la lettura di un libro infinito, quale è Rayuela.

 Questa volta, l’onorevole staff della Einaudi ha deciso di includere questa edizione del capolavoro cortazariano nella collana Super ET, arricchendola con brani epistolari, presi in prestito dall’importante lavoro svolto nel precedente biennio dai ragazzi di SUR Edizioni, in particolare dall’apparentemente infaticabile Giulia Zavagna: la traduzione italiana, divisa in due volumi, dell’intera corrispondenza di Julio Cortázar con altri scrittori, con giornalisti, con critici, con editori o, più o meno semplicemente, con amici (Carta carbone, 2013; Chi scrive i nostri libri, 2014).

 

Un’altra importante caratteristica della presente edizione è l’inclusione di estratti dalla famosa intervista, ancora non tradotta in italiano, che Omar Prego fece allo scrittore argentino poco prima che gli scadesse il permesso di soggiorno in questo regno dei vivi. Questa intervista si è trasformata successivamente in una pubblicazione postuma, La fascinación de las palabras (Muchnik, 1985), un magnifico esemplare di quelle viuzze nascoste che permettono di accedere lateralmente alle opere di quegli autori particolari che non se la sentono di scrivere un’autobiografia poiché sentono di avere già scritto e pubblicato abbastanza. Anche se viene inclusa soltanto la parte dell’intervista relativa alla stesura di Rayuela, la scorrevolezza con cui Cortázar parla del proprio mestiere, come se scrivere fosse la cosa più naturale e meno impostata al mondo, basterà per farvi salire la voglia di imparare lo spagnolo e leggere la chiaccherata amichevole ma molto pedagogica di Prego con un Cortázar invecchiato sì dagli anni trascorsi, ma non da chissà quale pretesa autorevolezza.

 

Queste due perle, quindi, vengono offerte come interessanti appendici ai lettori di questa nuova edizione. Alcuni passaggi fungono da veri e propri “chiarimenti” per gli amanti di Cortázar (che, deduciamo, siete, dato che vi trovate qui a leggere la ben terza recensione che dedichiamo al maestro della letteratura d’esilio contemporanea); poiché su Rayuela esiste un’immane marea di bibliografia, noi vogliamo distogliervi dal feticismo di andare a trovarvi le edizioni più vecchie e giallastre e convincervi ad acquistare questa nuova e bellissima edizione.

 

È cosa ben nota che nel capitolo 62 (p. 373) vengono presentate le motivazioni, per così dire, “tecno-scientifiche” del progetto cortazariano di spersonalizzazione dei personaggi letterari, la matrice di quei suoi tentativi di far sorgere il fantastico non da cose pazzesche o mostruose ma da semplici (e anche piccole) ri-sistemazioni del resoconto del reale. Si fa riferimento, nell’unica nota a piè di pagina in tutto il romanzo (si dice “romanzo” giusto per dire), a uno scritto del neuroscienziato svedese Holger Hyden (1917-2000), che venne presentato in un convegno tenutosi nell’Università della California, a San Francisco, nel gennaio 1961. Un intervento sugli Aspetti bio-chimici dell’attività cerebrale, nell’ambito di questo convegno molto “anni Sessanta” (come gli alieni, la guerra nucleare e il pianeta delle scimmie), in cui si discuteva della possibilità teoriche e pratiche di implementare tecniche di controllo mentale. La possibilità di concepire il pensiero come un’attività chimica, influenzabile, manipolabile, ben prima di arrivare alle distopie di stampo orwelliano-bradburiano, passa per la più naturale istanza della letteratura, ovvero, l’istanza delle possibilità espressive del linguaggio. Se tutto è un flusso che risponde all’elettrochimica e non agli stati di coscienza e al libero arbitrio, allora siamo comunque liberi di raccontare frammenti di flusso come ci pare o gira.

 

Ne Il gioco del mondo, l’impossibilità dei personaggi di poter proferire delle semplici verità come “io sono qui” (cap. 3) oppure “questa voce è la mia” (cap. 47) oppure “oggi non è ieri” (cap. 75) è la strategia fondamentale di Cortázar per tenere sotto controllo il loro linguaggio. Sarebbe infatti veramente ingenuo pensare a Rayuela come a un romanzo, come se l’autore si fosse seduto un numero finito di volte a lavorarci su, piano piano svolgendone la trama. No, continuiamo invece a parlare di chimica; Omar Prego parla, anziché di «romanzo», di «precipitato», Cortázar stesso parla di «cristallizzazione», a proposito della scrittura del volume recensito, i cui capitoli possono leggersi in due ordini di numerazione proposti dall’autore all’inizio del libro; inoltre, una grande quantità di capitoli vengono indicati come “prescindibili” alla lettura. Proporre una doppia lettura non è stato il gesto presuntuoso di chi si disponeva a compiere una squisita operazione intellettuale, un algoritmo sotto il controllo dell’autore che propone due paradigmi di fruizione. No, Cortázar sa molto bene che proporre due possibili letture (una presente e una futura) non è altro che la possibilità di trovare aleph con zero possibili letture, esprimibili in termini di disposizione di uno o vari segnalibri.

 

«Questo uscire dal futuro per tornare al passato e avvicinarsi al presente, tutto ciò dava al racconto una plasticità che mi sembrava illogico far scomparire appiattendo il libro e sviluppandolo come un qualsiasi romanzo dall’andamento lineare. Ovvero, cominciare da un punto e finire all’estremo opposto. No. Questa poteva essere una possibilità, e infatti è il primo modo di lettura. Ma mi è sembrato che ci dovesse essere una seconda opzione nella quale il lettore poteva saltare capitoli da capitoli successivi a capitoli precedenti» (pp. 592-593).

 

Lo scopo della strategia cortazariana davanti al futuro lettore è quella di liberare il racconto dalla sua accezione di oggetto-libro. Lì, seduto con le sue lunghissime gambe accavallate, fumando tantissime sigarette, Cortázar non pensava semplicemente a un modo eccentrico di raccontare una storia: molto meno elegantemente ma molto più concretamente, Cortázar pensava a modi eccentrici e stravaganti di usare un libro, senza dover scorrere dall’inizio alla fine, senza poter andare avanti o indietro nella narrazione con un semplice scorrere la compagine di pagine marchio Einaudi. All’ordine del giorno non era contorcere il racconto, ma contorcere l’atto stesso di leggere: leggere un libro senza leggerne tutte le pagine, leggere un libro senza che le pagine lette si accumulino in un senso solo.

 

Non ci sono degli “io” a condurre questa baracca: si va verso l’assurdo ma non si passa per forza attraverso la psicologia di un personaggio per arrivare ai temi che il nostro tabagista argentino preferito pone dietro alle vicende di Rayuela. Piuttosto, «gli assi tematici trovano una esatta e sottile rispondenza negli aspetti costruttivi, nell’esplorazione verbale che fa si che ogni azione avvenga non soltanto nella parola, ma a causa della parola: gli sdoppiamenti dell’io hanno la loro ragione segreta nell’incertezza che si crea nell’attribuzione dei pronomi personali... Un termine polisemico riversa la sua polisemia sulla realtà, che comincia a proliferare incontenibilmente» (Rosalba Campra, America Latina. L’identità e la maschera, 2013).

 

Non è dunque obbligatorio e destinato a un riduzionismo di tipo fisicalista e socio-biologico [*]: per i personaggi-scrittori di Cortázar, il determinismo non sarà mai un vicolo cieco, poiché esso comunque disporrà delle modalità espressive della letteratura. Come direbbe Oliveira nel capitolo 99, discutendo di letteratura con gli amici del “Club de la Serpiente”, «acido, ergo sum» (p. 463).

 

[*] Edward O. Wilson, Sociobiology. The new synthesis, Harvard UP, 1974.