MEMORIE SCRITTE DA LUI MEDESIMO

Giacomo Casanova

MEMORIE SCRITTE DA LUI MEDESIMO

Milano, Garzanti, 2015

pp. 352, € 12,00

ISBN 9788811810858

 

Di Edoardo Bassetti

 

«Ho sempre pensato che non v'è merito alcuno nel serbarsi fedele a una creatura cui si vuol bene».

 

Difficile trovare una massima che racchiuda meglio ciò che è stato Giacomo Casanova. Perché si fa presto a dire seduttore infallibile, donnaiolo infaticabile, ma egli riesce sempre ad essere, in realtà, qualcosa di più: alla continua ricerca non tanto del rapporto occasionale, quanto dell’occasione del rapporto. Può capitare che, appena concluso un appuntamento galante, Casanova non sia davvero soddisfatto fin quando la sua donna non gli dica “ti amo”, perché è innanzi tutto lui a volerle bene, anche se ciò non implica affatto che egli debba rimanerle fedele. Amore e fedeltà, due aspetti che appaiono - o che perlomeno fingiamo di credere - così inscindibili ai nostri occhi, sono senza imbarazzo considerati indipendenti dall’autore veneziano. La religione gioca la sua parte, non c’è dubbio, ma è prima ancora un aspetto che va contro il perbenismo della società borghese, e a tutte quelle convenzioni che restavano strette, troppo strette, ad un uomo come Giacomo Casanova.

 

Come abbiamo detto, definire Casanova esclusivamente come “donnaiolo” impertinente è un costume che gli sta assai stretto; detto questo bisogna comunque fare attenzione a non fare dell’antistereotipo uno stereotipo a sua volta, e alzare, per quanto possibile, l’asticella: il sesso ha sì un ruolo fondamentale nella sua vita, ma è, a ben vedere, espressione di un atteggiamento universale, riservato ad ogni aspetto dell’esistenza: «questa curiosità onnivora ha per oggetto la vita in tutte le sue forme. Casanova si getta con lo stesso inesauribile entusiasmo, con uguale smaniosa voracità, si tratti di fottere donne o divorare pranzi, spennare gonzi o intrattenere una tavolata, disputare con filosofi o strofinarsi a regnanti, visitare nuove città o conoscere indoli e costumi di popoli diversi. Di questo eros così esteso, mobile, proteiforme, la sessualità è dunque una parte e insieme l’immagine sintetica, il simbolo felice», scrive Piergiorgio Bellocchio nell’introduzione all’opera.

 

«Non avendo mai avuto una meta fissa, il solo sistema al quale potei ricorrere, se sistema è, fu di lasciarmi andare dove mi spingeva il vento».

 

È già la modernità. Resta quasi inspiegabile realizzare come, nel giro di una o al massimo due generazioni, possa essere cambiato così profondamente lo spirito del tempo: l’io si scopre improvvisamente molteplice, e non più riconducibile ad un’unica dimensione dell’esistenza, un’unica “meta fissa” – come ad esempio la scrittura della Scienza Nova per Giambattista Vico o l’instancabile dedizione all’erudizione per Ludovico Muratori, stachanovista delle “sudate carte”. Questa modernità di cui le Memorie di Casanova sono ingenuo portavoce, non si esaurisce però nella sola scoperta dell’irriducibilità dell’io, ma va ben oltre: l’autore infrange la dicotomia virtù- felicità su cui si era fondato gran parte del pensiero occidentale, da Socrate in poi; e lo fa così, con la leggerezza di chi butta una cicca di sigaretta ancora accesa in un pagliaio:

 

«I miei successi ed i miei fallimenti, il bene ed il male che ho provato, ogni cosa mi ha dimostrato che in questo mondo, fisico e morale, il bene scaturisce sempre dal male come il male dal bene [...]. Ho visto spesso arrivare la felicità dopo un approccio imprudente che avrebbe dovuto portarmi al precipizio [...]. Ho anche visto, d’altra parte, l’infelicità opprimente scaturire da una condotta misurata e dettata dalla saggezza».

 

D’altra parte non poteva che essere questa la morale, o meglio la non morale, di un autobiografo, che a differenza dei suoi recenti “colleghi”, non scrive più seduto nel suo studio ma per strada, seppur spesso soggiorni in nobili dimore lungo la via. L’avventura e la precarietà sono, paradossalmente, la nuova costante e l’unica certezza con la quale poter fare i conti. Ancor prima della sua irresistibile capacità di sedurre, il vero talento di Giacomo Casanova è quello di «rendersi amica la fortuna» al gioco d’azzardo, che è divenuta la nuova metafora del gioco della vita, con tutte le conseguenze, nefaste, che ne conseguono: «le tappe della sua esistenza – scrive ancora Piergiorgio Bellocchio - sembrano ubbidire, con significativa ripetitività, a uno schema, a un copione obbligato. Casanova azzecca un buon colpo, oppure entra nelle grazie di un potente, vive con stile, ma improvvisamente succede qualcosa – sfortuna o imprevidenza o la sua tendenza a strafare, passare la misura, non stare ai patti – che lo precipita, perde soldi amicizie protezioni, e deve ripartire da zero» (p.XVI). Lorenzo Da Ponte intende esattamente questo quando, nel 1784, intitola un suo libretto Il ricco d’un giorno, a testimonianza di come questa precarietà dell’esistenza sia divenuta ormai cifra costante di una sensibilità comune in tutta Europa: quello di Casanova, infatti, «non è uno stile da letterato sedentario e misantropo, è uno stile da esaltatore della vita, che con la sua irrequietezza sembra prevedere l'europeo futuro. Nella letteratura italiana mancava allora non solo un buon romanzo in prosa, ma ancora l'idea di uno stile così veloce e denso di avvenimenti. L'azione si fonde al dialogo, il quale diventa azione interiore», scrive Piero Chiara ne Il vero Casanova.

 

L’irrequietezza interiore sfocia allora in quell’ “indépendance de méthode” di cui l’autore veneziano è celebre esponente, declinata in uno stile incalzante ed avvincente. Condurre la propria esistenza in modo teleologico rende la vita, d’altra parte, assai più facile da interpretare; ma dal secondo Settecento in poi ciò non è più possibile, e l’io scrivente fa sempre più fatica a riportare sul foglio l’io vivente – e la diluzione della scrittura ne è un chiaro sintomo. A complicare ancor più la faccenda entra in gioco la dissoluzione dell’ancient régime che, fra tutti i suoi difetti, aveva il vantaggio di conferire, sin dalla nascita, un ruolo all’uomo della “civiltà delle buone maniere” (cfr. Elias Norbert, La civiltà delle buone maniere. La trasformazione dei costumi nel mondo aristocratico occidentale). In una open society come quella d’oggi, che proprio nel secondo Settecento affonda le sue radici, diventa l’uomo a doversi ritagliare una propria dimensione all’interno della società, e non più il contrario.

 

La mancanza di responsabilità, se da un lato permette a Casanova di vivere allegramente alla giornata, dall’altro crea non pochi problemi nel dare un senso ai suoi giorni: non a caso, “diventare qualcuno” sarà sempre la sua più grande ossessione, e proprio questa smania d’affermarsi lo porterà a calarsi nei ruoli più diversi, senza riuscire a capire quale faccia realmente al suo caso: «nonostante la vastità dei suoi interessi, le sue grandi ambizioni e qualità, niente viene da Casanova perfezionato, portato in fondo. Fallisce completamente o resta meno d’un dilettante in tutto ciò che intraprende: avvocato, ecclesiastico, ufficiale, storiografo, filologo, romanziere, giornalista, filosofo, agente segreto, finanziere, industriale, teatrante, spia. Persino come furfante, sia che bari al gioco sia che si spacci per mago, non è granché» scrive Piergiorgio Bellocchio, che però aggiunge: «è pur vero che, mentre la sua vita è un cimitero di progetti abortiti o falliti, il sesso è l’unico campo in cui Casanova ha quasi sempre raggiunto il suo scopo».

 

Queste Memorie giovanili che Garzanti ha proposto, parte dei ben più organici Memoires, hanno l’esclusiva caratteristica di offrirci le prime tenere prove di un uomo di mondo, ancora ben lontano dal seduttore che andrà poi a colpo sicuro; una fenomenologia della precarietà e della contingenza che già prefigura, però, il savoir faire che lo contraddistinguerà in tutta Europa. Inutile sarebbe cercare fra queste pagine una vita che è “tale e non altra”, come magari poteva essere quella di un Vico – un uomo che aveva scoperto e perseguito il proprio talento, portando a termine la missione a lui riservata in terra; ma del resto, farlo, assomiglierebbe molto ad una deriva moralistica, figlia di un passato che tarda a passare, specie nel nostro Paese. Più intelligente sarebbe fare capolino oltre tutte quelle dicotomie come apparenza-sostanza, finzione-realtà, aspetto morale-valore professionale: distinzioni che, ancora oggi, fanno del nostro sguardo critico un sistema binario, incapace di scorgere una loro possibile sintesi, assai più interessante e proficua dei singoli aspetti presi singolarmente. 

 

Bibliografia

 

I brani di critica, relativi al saggio di Piergiorgio Bellocchio, sono presi da Il personaggio e l’opera, in G. Casanova, Memorie scritte da lui medesimo, Milano, Garzanti, 2015, pp. XI-XIX.

 

La citazione di Piero Chiara è tratta da Piero Chiara, Il vero Casanova, Milano, Mursia, 1977.

 

Per i mutamenti fra autobiografia del primo e secondo Settecento, abbiamo fatto riferimento ad A. Battistini, Lo specchio di Dedalo. Autobiografia e biografia, Bologna, Il Mulino, 2007, in particolare al capitolo Dalla Gorgone a Proteo