GIÙ LE MANI DA LACAN

TERZA TRASMISSIONE (featuring Jacques Lacan): “L’impero dell’Io”

 

[P. F.] Parliamo un po’ di ideologia. Spesso viene scartata subito, si considera “il tempo delle ideologie” come qualcosa di inservibile, di superato, specie fra i nostri coetanei. Se è sopravvissuta agli “eventi”, ogni ideologia guarda soltanto al passato. Il discorso mira a scartarla. “Ideologia” è il nuovo “religione e politica a tavola”.

 

[F. F.] Guarda: a me verrebbe da dire che già questa risposta “non ci sono più ideologie”  è già essa stessa imbevuta di ideologia. Dire che siamo nell’epoca post-ideologica, dai...

 

Foto con Alex Pagliardini

 

[P. F.] Come se l’epoca dell’ideologia sia qualcosa di inefficiente e superato...

 

[F. F.] Di vecchio e di datato, esatto. Secondo me, si tratta di una risposta profondamente ideologica.

 

[P. F.] E cosa si può replicare a una risposta del genere? Forse si potrebbe iniziare col suggerire che cosa possa farsi una persona della propria ideologia, ammesso che si voglia delineare una.

 

[F. F.] Dire che si vive in un tempo senza ideologie e che tutti si fanno da soli e nessuno ha maestri, dire questo è qualcosa di profondamente “perverso”. La psicoanalisi afferma che il soggetto è sottomesso al significante, l’essere umano non si costituisce da sé ma porta su di sé i tratti che l’Altro ha lasciato in lui; essere “figli di se stessi” è sintomatico, poiché non si vuole riconoscere il debito simbolico che ognuno di noi ha con il proprio Altro, con i propri genitori, maestri, sorelle, fratelli, amici, libri, film.

 

[P. F.] Per i libri e per i film, per fortuna che Deckard c’è. Ma tornando ai cosiddetti figli di se stessi, c’è da dire che si tratta un pensiero un po’ apocalittico, da storiella cyberpunk in cui ognuno si costruisce la propria motocicletta o la propria macchina volante per sopravvivere nel mondo dove non ci sono più vecchi, e se ci sono, comunque sono da screditare.

 

[F. F.] Comunque è una condotta sintomatica, io lì vedo un rinvio all’ideale di padronanza: insomma, sia la scienza che le neuro-scienze (comprese le nuove branche della psicologia cognitiva) vogliono trasmettere questa nozione di padronanza secondo la quale noi siamo “padroni di noi stessi” e i nostri atteggiamenti sono, come dire, programmabili; proprio contro questo, la psicoanalisi si scaglia. Freud è stato il primo a dire che l’Io non è padrone in casa propria; dentro di noi, qualcosa ci trascende: questo qualcosa, questa “altra scena” è l’inconscio.

 

[J. L.] «Alla base delle vere e proprie resistenze con cui si ha a che fare nei dedali di tutto ciò che di teorico fiorisce sull’Io nella psicanalisi, sta il semplice rifiuto di ammettere che l’io è di diritto ciò che mostra di essere nell’esperienza: una funzione di misconoscimento.

 

Questa resistenza poggia sul fatto che bisogna pure che conosciamo qualcosa della realtà per sussistere in essa, e che è un’evidenza pratica che l’esperienza accumulata nell’Io, specialmente nel Preconscio, ci fornisce i punti di riferimento che si mostrano più sicuri. Solo che si dimentica, e non c’è da stupirsi che a dimenticarlo siano degli psicoanalisti, che questo argomento crolla quando si tratta degli effetti dell’Inconscio. Ora questi effetti estendono il loro impero sull’io stesso: ed è proprio per affermarlo espresso che Freud ha introdotto la sua teoria dei rapporti dell’Io con l’Es: e dunque per estendere il campo della nostra ignoranza, non del nostro sapere. Che poi abbia rivalidato il potere dell’Io come ha fatto in seguito, risponde a tutt’altra questione». [Scritti II, Einaudi, 1974, 664]

 

[F. F.] Qui Lacan si confronta a distanza con quella che per lui è la degenerazione della psicoanalisi del suo tempo: una psicologia dell’io. L’io, per lo psicoanalista parigino. è una funzione di misconoscimento, l’io che si forma attraverso lo stadio dello specchio, per così dire, è una truffa. L’io è un altro direbbe Rimbaud. Su questo si gioca una grossa differenza interpretativa fra Lacan e gli psicologi dell’io, sull’interpretazione dell’aforisma freudiano wo es war soll ich werden [“dove c’era l’Es, che ci sia l’Io”]. Mentre per gli psicologi dell’Io questo aforisma vene tradotto in una tecnica ortopedica che mira a bonificare i territori paludosi dell’inconscio, Lacan è esattamente agli antipodi; secondo lui, un’analisi ben condotta dovrebbe produrre qualcosa dell’ordine dell’inconscio (che tra l'altro è quello che dice anche Deleuze). La psicanalisi non è una pedagogia, non è una tecnica riabilitativa, non è un’identificazione all’Io ideale dell’analista; se questa dovesse essere la psicanalisi, i problemi sarebbero gli stessi che Nietzsche e Deleuze vedono in Paolo di Tarso.

 

A me quello che fa arrabbiare del senso comune è quando si usa l’inconscio come alibi, come giustificazione per il proprio comportamento: “scusami, è stato un gesto inconscio”. Questo è in profonda contraddizione con l’insegnamento di Lacan; questa storia di qualcosa dentro di noi che ci trascende infatti non esclude per Lacan la categoria della responsabilità; anzi, se è possibile allora la radicalizza. Freud ne L’interpretazione dei sogni [Einaiudi, 2012] si chiede se il soggetto sia responsabile anche dei propri sogni: ebbene, la risposta che Lacan darebbe è “si”. Il soggetto è sempre responsabile della propria posizione, ma si tratta di una nozione di responsabilità slegata completamente dall’ideale di padronanza: insomma, è da intendere come responsabilità illimitata.

 

[P. F.] Torna utile ricordare ai lettori che Žižek, ad esempio, ha parlato anche della necessità di censurare i propri sogni.

 

[F. F.] Sartre ha pure detto che siamo soli e senza scuse.

 

[P. F.] E si tratta di pensatori che vogliono dire qualcosa di rilevante sulla società contemporanea. Parlando appunto di Žižek, mi vengono in mente gli esponenti della Scuola di Ljubliana (Rastko Močnik, Mladen Dolar, Alenka Zupančič): ecco, secondo me questa facilità con cui l’insegnamento di Lacan permette di ampliare lo sguardo dall’individuo al contesto della società è il risultato del ruolo importante della clinica nella formazione del pensiero lacaniano. Un pensiero che non sorge esclusivamente dalla rilettura originale di altri pensatori, ma dalle sue considerazioni sul metodo clinico...

 

[F. F.] Rimarrà sempre la bussola di tutto il suo insegnamento.

 

[P. F.] Ecco, concentriamoci un po’ su questo aspetto allora: che cosa rivela il linguaggio del paziente all’analista?

 

[F. F.] L’unica regola del setting psicanalitico è l’applicazione dell’associazione libera: l’analista invita in seduta il paziente a parlare senza badare alla logica o alla morale di quello che sta dicendo. Qual è il presupposto di questa regola? Che a un certo punto il paziente, parlando liberamente, dirà qualcosa, ma qualcosa che non vuole dire e che lo riguarda nella sua “oscura intimità”.

 

[P. F.] Dirà il non-detto?

 

[F. F.] Meglio: qualcosa che va al di là di quello che sa. Sussiste una differenza fra il soggetto dell’enunciazione e il soggetto dell’enunciato: applicando questa regola, il soggetto srotolerà la sua catena di significanti e cosi facendo, nel suo discorso, ritorneranno quei significanti che più di altri lo hanno costituito, i suoi significanti-padroni.

 

[J. L.] «Prestare la mia voce per sostenere queste parole intollerabili: “Io, la Verità, parlo...” supera l’allegoria. Ciò vuol semplicemente dire tutto quel che c’è da dire della verità, la sola, e cioè che non c’è metalinguaggio (affermazione fatta per situare tutto il positivismo logico), che nessun linguaggio saprebbe dire il vero sul vero, perché la verità si fonda sul fatto che parla, e non ha altro modo per farlo.

 

Ecco pure perché l’inconscio, che lo dice il vero sul vero, è strutturato come un linguaggio, e perché io quando insegno in questo, dico il vero su Freud che ha saputo, sotto il nome di inconscio», lasciar parlare la verità.

 

Mancanza del vero sul vero, necessitante tutte le cadute costituite dal metalinguaggio in quel che ha di falso-sembiante, e di logico: ecco propriamente il posto della Urverdrängung, la rimozione originaria che attrae a sé tutte le altre, – senza contare altri effetti di retorica, per riconoscere i quali disponiamo solo del soggetto della scienza» [Scritti Vol. II, Einaudi, 1974, p.872]

La traduzione italiana degli "Scritti" di Lacan

 

[P. F.] La terapia non deve ancorarsi né a un’idea di normale né a un’idea di patologico, deve puntare non a piazzare il paziente in una metrica di bene e male, ma a cercare di far emergere i modi in cui egli ha disposto questa metrica nella propria vita.

 

[F. F.] Una psicoanalisi non è tale se il terapeuta è un padrone, sa qual’è il bene e qual’è il male per il  paziente. Per Lacan, se la psicoanalisi guarisce, allora guarisce solo in sovrappiù: l’analisi deve portare il paziente a saperci fare con il proprio sintomo. Infatti non parla di estinzione del sintomo, la psicoanalisi non è guerra al sintomo.

 

[P. F.] Poichè il sintomo è l’unico campo di battaglia che c’è.

 

[F. F.] Appunto. Il sintomo è il significante di un significato rimosso, rivela una verità del soggetto che l’analisi deve fare emergere. Quello che un’analisi deve produrre è l’assoggettamento al proprio desiderio, che lo si assuma singolarmente. Noi tutti siamo, secondo Lacan, appesi al desiderio: quest’immagine è forte ma un’analisi, per dirsi tale, deve produrre la soggettivazione di questo assoggettamento radicale.

 

[P. F.] Se sei malato, devi essere pienamente malato, non devi pensarti come un sano mancato.

 

[F. F.] Estremizzando, potremmo dire che tanto più ci allontaniamo dalla via bagnata dal nostro desiderio, più ci sono probabilità che ci ammaliamo; secondo Lacan, l’unica cosa di cui si possa essere colpevoli è cedere sul proprio desiderio. Penso che alla fine di una vita la domanda più urgente che uno si possa porre sia questa: hai agito conformemente al tuo desiderio? Io penso davvero che questa sia la domanda che uno si ponga a fine corsa, e rispondere “no” produce frustrazione e talvolta quell’aggressività, quel rancore che capita di vedere in alcune persone anziane.

 

[P. F.] Ma se il desiderio ad esempio non è il tuo?

 

[F. F.] Ma non è mai “il tuo”, nel senso che sei assoggettato al desiderio; ognuno di noi ha un desiderio particolare, unico. Non esiste una verità ultima che garantisca il soggetto; non esiste una verità universale ma questo non toglie che esista una verità singolare, la verità del nostro particolare desiderio. Nell’assumere questa verità intima, il soggetto è assolutamente solo e “senza scuse”.

 

[P. F.] E uno può sempre essere sicuro di essere appeso al desiderio giusto?

 

[F. F.] Eh, solo l’analisi può rispondere a questa domanda.

 

[P. F.] Allora ci vuole del tempo, tempi molto lunghi.