CIANFRUSAGLIE DEL PASSATO

Anna Bikont e Joanna Szczȩsna

CIANFRUSAGLIE DEL PASSATO. La vita di Wisława Szymborska

Milano, Adelphi, 2015

pp. 455, € 28,00

ISBN: 9788845929557

 

Di Sara Quondamatteo

 

Che Cianfrusaglie del passato sia la biografia di Wisława Szymborska sembra essere ovvio: così lo definiscono in vari articoli, così lo considerano i lettori, così suona il sottotitolo del testo in polacco, “Biografia Wisławy Szymborskiej”. Eppure, proprio di fronte a tale comune certezza, quel “non so” tanto amato dalla nostra poetessa polacca pare agitarsi sin dalle prime pagine, insinuando sommessamente il dubbio che in realtà in questo libro si nasconda qualcosa di più prezioso e allo stesso tempo di più incompleto di un esauriente ritratto biografico. D’altronde, se si fosse trattato di una biografia convenzionale, le due giornaliste Anna Bikont e Joanna Szczȩsna si sarebbero macchiate di un errore imperdonabile agli occhi della Szymborska: esse avrebbero ricostruito, o meglio progettato la sua esistenza in una «nuova edizione, riveduta, / per gli idioti, ché ridano, / per i malinconici, ché piangano, / per i calvi, ché si pettinino, / per i sordi, ché gli parlino» (Progetto un mondo). E quale convinzione avrebbero lasciato al lettore? Quella di conoscere perfettamente questa incantevole poetessa e di poter parlare di lei con l’arroganza tipica di chi possiede quel «sapere da cui non scaturiscono nuove domande» (Wisława Szymborska, Vista con granello di sabbia, Adelphi, 2008).

 

Di sicuro Bikont e Szczȩsna per prime, durante le loro ricerche e la stesura di quest’opera, hanno realizzato quanto fosse sfuggente l’esistenza di Wisława Szymborska, quanto fosse difficile e forse sconveniente esprimersi su di essa con sicurezza. Perciò le due giornaliste sono state costrette a svestire i panni di biografe onniscienti e hanno dovuto svolgere un lavoro che le ha portate ad un risultato più onesto e più conforme al pensiero szymborskiano. Infatti il loro libro, tradotto nella versione italiana da Andrea Ceccherelli, polonista e docente presso l’università di Bologna, non ci pone di fronte ad una biografia chiusa e priva di lacune, bensì all’evolversi incessante della sua vita: una vita che, per sua natura, non può essere strappata dal mistero che l’avvolge, né trovare un inizio e una fine certi all’interno dell’opera.

 

Illustrazione di Alessandro Spedicato

 

Quale differenza intercorre tra il termine biografia e il termine vita? Come insegna il mondo della traduzione [*], persino due parole intercambiabili nascondono sfumature e difficilmente coincidono in modo perfetto. Se andiamo ad analizzare l’etimologia di “biografia” e “vita”, ci accorgeremo subito che una è contenuta all’interno dell’altra: la vita latina altro non è che un sinonimo del bìos greco, unito nel primo termine al suffisso -graphìa. Dunque, se da un lato abbiamo un vocabolo che in senso stretto va ad indicare il ciclo vitale di un essere vivente, dall’altro abbiamo un’espressione che aggiunge a questo concetto l’intervento di un soggetto esterno che descrive, un disegno, uno studio di quella stessa esistenza. In un simile ragionamento si cela la convinzione per cui quest’opera non è una biografia. Leggendo le pagine di Cianfrusaglie del passato si ha la piacevole sensazione di entrare, con discrezione naturalmente, nel mondo di Wisława Szymborska, di divenire i suoi compagni di viaggio nel corso di tutta la sua vita, dalla nascita (e anche qualche decennio prima) fino alla fine dei suoi giorni. L’intermediazione sempre presente delle co-autrici diviene quasi impalpabile: esse non danno una personale o ristretta visione della poetessa, non impongono la loro lente di ingrandimento né costringono il lettore a seguire un’unica interpretazione; al contrario presentano un quadro vastissimo, ricco di dettagli e assolutamente naturale, per lasciare spazio alla vita stessa di Szymborska: è proprio da quel suo pulsare, da quel suo evolversi che sembra originarsi questo libro [**].

 

La poetessa «ha sempre pensato che tutto quello che aveva da dire sul proprio conto fosse contenuto nelle sue poesie» (pag. 11). Tutto il libro, in effetti, sembra scaturire da una domanda ben precisa contenuta proprio nell’incipit della poesia Scrivere il Curriculum: per parlare della vita di Szymborska, «che cos’è necessario?». Il percorso seguito dalle co-autrici ha preso una strada del tutto opposta a quella suggerita dalla lirica: la concisione e la selezione dei fatti hanno lasciato il posto ad un’infinità di particolari ed eventi in apparenza minori; gli indirizzi e le date fisse semplicemente arricchiscono, e non sostituiscono, i paesaggi e i malcerti ricordi; i temi dell’amore e dell’infanzia non trovano espressione solo nei volti di mariti o figli; i viaggi descritti non sono solo quelli all’estero; il premio Nobel viene presentato come un’onorificenza meno apprezzata dalla poetessa rispetto a «cani, gatti e uccelli, / cianfrusaglie del passato, amici e sogni» (Scrivere il curriculum). Insomma, paradigmi insoliti per la biografia di un personaggio così importante.

 

Lo stupore provato di fronte a quello che potremmo definire il miracolo della sua quotidianità trova conferma nella parole del suo traduttore russo Asar Eppel’: «Quando la conobbi rimasi letteralmente incantato. Da noi per tradizione una poetessa dev’essere maledetta, infelice per eccesso di spiritualità e di amanti e non all’altezza del suo talento. E qui chi ti trovo? Una poetessa così grande e una persona così normale» (pag. 258). Bikont e Szczȩsna sono state in grado di riproporre ed offrire esattamente questo tipo di ritratto: Szymborska è senza ombra di dubbio una donna affascinante non per le sue stravaganze o per delle imprese senza precedenti, non per il suo profilo pubblico ineccepibile o per un’esistenza tormentata ed incomprensibile, ma per la sua disarmante semplicità, valore troppo spesso dimenticato o, peggio ancora, sottovalutato. È forse questo il motivo del successo delle sue poesie, in grado di appassionare non più solo gli esperti di letteratura. Secondo Karl Dedecius, infatti, in esse «non troviamo gorghi tumultuosi in perenne mormorio, ammiccanti profondità sospette, pericolosi ondeggiamenti… La Szymborska ci presenta uno specchio limpido, e non è uno dei tanti specchi deformanti oggi di moda» (p. 255). Basta guardare le foto che sono presenti in questo libro per comprendere meglio la spontaneità e la lucentezza che sembrano avvolgere come un’aura la scrittrice: il suo volto si distende in un’espressione rilassata, coronata da un sorriso delicato e da due occhi curiosi, intenti a cogliere lo spettacolo del mondo.

 

Naturalmente, l’esistenza di Wisława Szymborska non si esaurisce del tutto in quello che sembra essere stato il volo di una farfalla felice. Come lei stessa afferma, «alla gente mostro una determinata faccia […] È colpa mia se gli altri mi vedono così. Ho lavorato molto a questa immagine. Quando sono depressa, quando ho gravi preoccupazioni, me ne sto chiusa in casa per non dover mostrare un volto cupo» (pag. 16). Sono proprio quelle quattro mura, quell’appartamento soprannominato «cassetto» in cui si nasconde l’universo interiore della poetessa, il limite più grande imposto da Szymborska a chiunque tenti di avvicinarsi troppo al suo mondo. Allo stesso modo, la meticolosa ed ammirevole ricerca di Bikont e Szczȩsna si è dovuta misurare con quell’ostacolo insormontabile costituito dalla riservatezza della scrittrice, dalla sua coraggiosa scelta di raccontare tutta la sua «vita» senza mai parlare di sé. È come se, sfoglia dopo sfoglia, avessero tentato di addentrarsi all’interno di una cipolla, «completamente cipolla / fino alla cipollità» (La cipolla), per poi scoprire che in realtà si trattava di una pietra. E cosa può aver detto loro questa pietra? « “Vattene […] / Sono ermeticamente chiusa. Anche fatte a pezzi / saremo chiuse ermeticamente. / Anche ridotte in polvere / non faremo entrare nessuno” » (Conversazione con una pietra).

 

Per tutti questi motivi Cianfrusaglie del passato non può essere considerato una biografia: non appartiene a questo libro la pretesa tipica del genere di spiegare o di fornire al lettore un ritratto esaustivo della poetessa. Sarebbe un’illusione parlare, nel caso della Szymborska, di una realtà perfettamente definita, di un mondo interamente conoscibile in cui la vita appare comprensibile a chiunque e la morte ancora più semplice, nel suo ruolo di “ultima comparsa”. A questo punto interviene l’opera di Anna Bikont e Joanna Szczȩsna: ogni sua pagina sembra costituire un ponte fra la poesia di Szymborska e il non detto, fra le parole che sembrano nutrirsi dell’assenza di altre e il silenzio che emerge con maggiore intensità dal suono dei versi. E cosa si può scoprire in questo intervallo spazio-temporale che separa i due estremi? Che la bellezza del dubbio può arricchire più della sterile certezza.

 

[*] Cfr. Susan Bassnett, La traduzione. Teoria e pratica, Bompiani, 1993.

[**] Non è un caso se Joanna Szczȩsna, in un’intervista rilasciata al programma radiofonico Fahrenheit – I libri e le idee, si è espressa a proposito della natura della loro opera dicendo: «ho la speranza che la forma del nostro libro, la forma in cui si presenta il nostro libro, sia stata imposta proprio dalla Szymborska stessa, dalla sua poesia. E il titolo stesso Cianfrusaglie del passato è indicativo del fatto che era nostra intenzione cercare di conservare ciò che lei riteneva più importante nella sua vita» (21/05/2015).