I CONFINI DI BABELE

Andrea Moro

I CONFINI DI BABELE

Bologna, Il Mulino, 2015

pp. 354, € 28,00

ISBN 9788815258014

 

 

di Giancarlo Cinini

 

Se scrivo o se dico «non c’è una sedia» nego che una sedia ci sia. Posso dire «non c’è una sedia in questo articolo», che non ha molto senso. Il punto è che la negazione non è un fatto percettivo: io vedo un tavolo e basta, immagino dovesse esserci una sedia, e dico o penso «non c’è una sedia». Avete mai percepito, l’avete mai vista o sentita la negazione di una sedia? Nel mondo esistono solo fatti, i fatti negativi esistono nel linguaggio. Sì nel linguaggio, ma dove di preciso? Per capirlo meglio bisogna spingersi tra I confini di Babele (seconda edizione, prefazione di Noam Chomsky) del linguista Andrea Moro. Babele è vasta e questo articolo parla di due questioni contenute nel libro ma anche un po’ nella vostra testa: la sintassi e il suono del pensiero. 

 

Primo Tempo. La cincia giapponese è un uccellino in bianco e nero, con la nuca gialloverde e il dorso verdegrigio e assomiglia alla nostra cinciallegra, di cui è sorella. Andrea Moro vi farebbe notare che non stavate pensando a nessuna cincia prima di cominciare a leggere questo articolo. La cincia usa sequenze di note per comunicare con le altre cince. Per esempio: la cincia usa una sequenza di tre note abc, per avvisare i compagni di un pericoloso predatore: «attento!»; allora la cincia che ascolta si guarda attorno con attenzione. La cincia usa anche una sequenza ribattuta di note d per dire «avvicinati»; la cincia che ascolta torna al nido o da chi l’ha chiamata. Circa un mese fa alcuni ricercatori [*] hanno dimostrato di aver osservato un richiamo complesso, un richiamo che sembra dipendere dalla struttura. Producendo infatti la sequenza abc+d, in quest’ordine, le cince dicono «ocio, avvicinati!»: i compagni si guardano attorno e poi si avvicinano. La sequenza inversa d+abc non ottiene nessun comportamento in risposta. Per gli scienziati questa è la prima prova di sintassi composizionale in un animale.

 

illustrazione di Giancarlo Cinini
illustrazione di Giancarlo Cinini

 

È davvero difficile paragonare il linguaggio animale al linguaggio umano, è difficile studiare questa differenza, quindi è ancora più difficile trarre qualcosa sul nostro linguaggio a partire dalle ricerche sugli animali. Una differenza sostanziale è la dipendenza dalla struttura: noi produciamo suoni che si ordinano in un certo modo, e contrario al ordinano si non altro modo in e quello che conta sono le relazioni strutturali, non la sequenza lineare di suoni. Diciamo che gli elementi sintattici anche se lontani sono in relazione tra loro perché dipendono da un’architettura e non perché vengono uno dopo l’altro nella forma abc+d. Aprite la Settimana Enigmistica, “unisci i puntini”, partite dal punto 1 e tracciate una linea continua con la matita che viaggia dritta davanti a sé nel tempo e nello spazio, passando per gli snodi già stampati, e componete il disegno. Il segno è lineare, il disegno no. «È sempre la struttura gerarchica a essere rilevante per la sintassi, mai (solo) l’ordine lineare» (p. 248). Come considerare la sequenza delle cince? La domanda resta, mentre altre domande nascono sul nostro linguaggio.

 

Andrea Moro si occupa di questo: è linguista allo Istituto Universitario di Studi Superiori di Pavia, abile divulgatore, e attraverso I confini di Babele batte un percorso che ci introduce alle questioni della sintassi e tocca la domanda fondamentale: «come apprendiamo una lingua?». Anche voi avete infatti imparato una lingua (l’italiano, il quechua o il piemontese) o un dialetto di una lingua (l’italiano di Catania o l’italiano di Cremona) molto prima di andare a scuola. Ma le lingue non solo si sono moltiplicate sulla terra dopo la caduta della torre di Babele. Da bambini dicevamo infatti «sono nasciuto» e «io anderei», cioè mentre imparavamo la nostra lingua realizzavamo errori, regolarizzazioni, o meglio «forme possibili in altre lingue» (p.147). Ed è proprio attorno a errori possibili ed errori impossibili che si concentra l’attenzione di Andrea Moro. Esistono infatti dei limiti alle forme di lingue possibili ed esistono principi comuni a tutte le lingue. Noam Chomsky ha cercato di spiegare questi fatti ipotizzando per primo una grammatica universale e un dispositivo biologico per la sintassi. Quello che ha fatto Andrea Moro è stato cercare di scovare sulla nostra tabula tracce di inscrizione. In concreto, ha cercato di vedere attraverso alcune tecniche di neuro-imaging, di mappatura del cervello, se esiste una zona specifica dedicata alla sintassi.

 

Il gulco gianiceva le brale. Anche il crombaso si pringò (o brematurata la supercazzola), Andrea Moro e i suoi hanno fatto una lista di pseudofrasi possibili in italiano, quindi gli opradmtmi nafantavano e molte ciarinzbe lanno maipato la bausia e una lista di pseudofrasi foneticamente non possibili, quindi hanno disbata le artine e molti grappotti sono stata amionati e una lista di pseudofrasi in cui per esempio l’accordo tra soggetto e verbo non è corretto. Infine una lista di pseudofrasi sintatticamente non possibili, senza ordine alcuno: celuce delle furono taffivate e gulco il gianiceva le brale. Osservando l’attività del cervello di chi leggeva le frasi, solo in quest’ultimo caso si attivavano specifiche «zone sottocorticali dell’encefalo insieme alla componente profonda dell’area di Broca» (p. 202)[**]. Questo, il primo esperimento. Adesso costringete un giapponese e un tedesco, che non parlano italiano, a imparare regole possibili e regole impossibili (cioè che violano la dipendenza dalla struttura) dell’italiano, per esempio che la negazione si fa mettendo no al quarto posto di qualsiasi frase, tipo spero che questo no articolo vi dispiaccia oppure il gulco gianiceva no le brale. Cos’è successo? «Sebbene i soggetti non facessero particolare distinzione dal punto di vista comportamentale nell’apprendere le nuove regole, il cervello automaticamente smistava i tipi di regole, trattando le regole che seguono il principio universale della dipendenza dalla struttura e attivando in modo specifico l’area di Broca, mentre le regole che non seguivano tale principio non attivavano tale area» (p. 225).

 

Secondo tempo. Sempre in Giappone si ambienta questa storia linguisticamente divertente e interessante [***]. Precisamente a Tokyo, in un laboratorio di chimica di fama internazionale, dove lavorano i protagonisti, un cinese, Jung Tze (nome di fantasia), e un indiano, Rao. Il cinese chiede: « Lao ma pelché qui tutti i giapponesi ti chiamano Lao mentle tu ti chiami Lao?». Il problema è doppio: il cinese (ma anche il giapponese) fatica a percepire e a riprodurre quella differenza tra elle /l/ e erre /r/ che per noi è naturale. Lo sappiamo tutti ed è la prima cosa che facciamo quando vogliamo imitare un cinese. Ma forse anche noi abbiamo faticato a percepire qualcosa. La differenza tra il suono cinese    /ɻ/ e il suono giapponese /ɽ/ che è la differenza che notava il nostro amico cinese Jung Tze, ma che a noi suona sempre come una elle un po’ strana. Esiste infatti una finestra di tempo limitata, i primi 10 mesi di vita, entro la quale il nostro cervello si calibra sui suoni della lingua in cui comincia a fare i primi passi. Di fatto il cervello di un neonato distingue più sfumature di suono di noi: noi distinguiamo i suoni che ci sono utili. Da lì in poi ci si muove con più difficoltà: costringete un francese a dire ramarro.

 

Impariamo presto queste cose ma dov’è che conserviamo questa informazione? L’attività elettrica dei neuroni della corteccia uditiva è isomorfa, cioè corrisponde alla forma d’onda del suono che analizzano. Il punto straordinario, raccolto nel capitolo aggiunto a questa nuova edizione, è che questa forma d’onda si conserva non solo dove il cervello si occupa dei suoni. Anche i neuroni dell’area di Broca conservano la forma d’onda di un suono linguistico. Attraverso la misurazione in vivo (durante un’operazione a “cervello aperto” e col paziente sveglio[****]) del cervello si è osservato che «anche in assenza di alcun suono linguistico, come è ovvio durante la lettura mentale, si è registrata un’attività corticale elettrica del tutto sovrapponibile alla forma d’onda generata quando i soggetti ascoltavano le stesse frasi pronunciate» (p. 301). Non solo. Quando è stato chiesto ai pazienti di leggere, il massimo della correlazione tra l’attività dei “neuroni linguisti” e l’andamento dell’onda sonora cadeva 170 millisecondi prima di pronunciare il suono. Cioè: leggete questa frase ad alta voce e i neuroni linguisti del vostro cervello sanno già com’è fatto il suono 170 millisecondi prima che voi lo pronunciate.

 

E mentre pensate alle cince di prima, senza che voi sentiate o diciate niente, nell’area di Broca il vostro pensiero assume anche una forma sonora. Il pensiero linguistico assume la forma lineare del suono nel tempo, ma il linguaggio, si è detto, dipende dalla struttura: «il significante, essendo di natura auditiva, si svolge soltanto nel tempo e ha i caratteri che trae dal tempo», scriveva Saussure nel Cours de linguistique (Laterza, 1967). Questo solleva altri problemi dove la struttura e la linea si incrociano, il tempo e la memoria impongono i loro limiti. I limiti: «addirittura – scrive Moro – si può pensare di considerare la linguistica moderna come una teoria dei limiti dell’esperienza» (p. 65). Continuate a pensare. Questa volta al protagonista di un racconto, Funes, l’uomo che si ricordava tutto, «non solo ogni singola foglia di ogni albero di ogni bosco, ma ognuna delle volte che l’aveva percepita o immaginata» (Borges, Finzioni, p. 102). Immaginate la sua lingua, una lingua che non debba scendere a patti con i limiti della nostra memoria, una lingua che è solo un’immensa architettura (che assomigli a una torre, per esempio). Ma gli uomini stanno nel tempo e il loro linguaggio fa i conti con questa condizione dell’esperienza. Allora tornate tra I confini di Babele, c’è molto da esplorare.

 

 

 

[*] Trovare l’articolo su Nature, 8 marzo 2016.

[**] L’area di Broca è un’area del cervello cruciale nella computazione e produzione del linguaggio.

[***] Grazie a Giulio Ragazzon per avermi raccontato questa storia.

[****] Si tratta di una tecnica detta “neurochirurgia funzionale a paziente in stato di veglia”, impiegata in particolari e delicate operazioni per “vedere” quali tessuti possono essere asportati. Dopo l’asportazione di un pezzo di cranio, il paziente viene risvegliato e gli viene chiesto di eseguire compiti semplici mentre il cervello è stimolato con microscariche elettriche (tranquilli, il cervello non prova dolore). Se la scarica interferisce con la buona riuscita del compito, il chirurgo sa che toccare quel tessuto potrebbe causare danni.