SULLA GUERRA CIVILE

Norberto Bobbio e Claudio Pavone

SULLA GUERRA CIVILE. La Resistenza a due voci

Torino, Bollati Boringhieri, 2015

pp. 177, € 15,00

ISBN 9788833926117

 

di Paulo Fernando Lévano

 

Niente è meglio per un altro 25 aprile andato, di ricordare quelle cose che possono ancora tenere uniti gli italiani nelle celebrazioni di una “storia nazionale”. Stiamo parlando, giustamente, di Giambattista Vico [*]: in particolare del suo De constantia iurisprudentis (testo del quale esiste una ristampa anastatica curata da Fabrizio Lomonaco, uscita per i tipi di Liguori, 2013).

 

Ma è appena passato un giorno di festa, quindi state calmi: niente italiano del Settecento oggi, non andremo a citare il testo in questione; non faremo nemmeno riferimento a nessuna delle tre edizioni della Scienza Nuova. Vogliamo soltanto segnalarvi l’interesse del colosso napoletano per un personaggio della Roma repubblichina... Scusate, Repubblicana: il console Lucio Giunio Bruto, da Vico definito come fortissimus consul, pater infelicissimus. Delle sue funzioni come console, che ebbero luogo subito dopo che i romani cacciarono a calci dalla capitale Tarquinio il Superbo, l’ultimo dei loro re, ne vengono tessute le lodi; come genitore, qualche distratto lettore odierno (ce ne sono in ogni tempo) potrebbe pensare che si trattò di un gesto smisurato, quello di Bruto che fece giustiziare il proprio figlio per aver cospirato contro la stessa Repubblica che era stata sostituita all’ignominia dei monarchi.

 

Sulle considerazioni intorno alla figura di Bruto si può profilare un tentativo di capire l’opera intellettuale di Vico. Se ne è occupato proficuamente il prof. Riccardo Caporali, sia in Heroes gentium (Il Mulino, 1992) per quanto riguarda la temperatura dello stato misto (misto fra monarchia, oligarchia e democrazia diretta), sia ne La tenerezza e la barbarie (Liguori, 2006) per quanto riguarda l’evoluzione della riflessione vichiana da una metafisica del diritto, in cui la storia va avanti esclusivamente per il manifestarsi delle virtù umane, a un’antropologia filosofica, in cui i vizi e i conflitti umani fanno anche parte del motore che dà avvio all’espansione della natura umana, che si sviluppa nella storia non solo sui binari della gloria, ma anche sulle deviazioni e sui vicoli ciechi.

 

La tenerezza e la barbarie (o le rispettive assenze di esse) sono emozioni perfettamente ammissibili in una spiegazione storica, purché si parli della storia degli uomini e non della storia degli uomini e degli dèi. Certo, viene molto più semplice pensare che la tenerezza viene dalla parte del bene, mentre la barbarie è un effetto esclusivo del male, in modo tale da riscriversi una versione tascabile della storia in cui buoni e cattivi hanno combattuto la battaglia finale. Ogni volta. Ma questo volume curato da David Bidussa propone di rompere definitivamente con letture troppo manichee, che negli ultimi sette anni hanno indotto le generazioni post-Resistenza a pensare che, per capire tutto questo discorso della Resistenza, bisogna prima identificarsi in uno schieramento e soltanto dopo valutare le conseguenze delle decisioni prese.

 

«Categorie e atti come scelta, valori, violenza (esercitata e subita), giustizia, morte (vista e data), pur calati in una dimensione quotidiana che contribuiva a dare a ciascuno di essi un senso nel tempo dell’evento, non sono idee fisse, icone cui si possa ricorrere per dare un senso alla propria azione in un altro e diverso contesto e in un altro tempo storico» (p. XXII), scrive il curatore. Ignorare questa non-equivalenza porta in posti molto vicini all’universo concettuale di Alice Sabatini, che purtroppo ha allo stesso tempo molta visibilità mediatica e una discreta affinità con la generazione delle odierne matricole.

 

Nessuno nasce sapendo già distinguere tra il bene e il male. Del resto, la storia si insegna per offrire orientamento a chi non la conosce, ma per gli stessi motivi non la si pratica, non vi si fanno ricerche storiche. La storia non vi dirà mai se va bene oppure è sbagliato essere (meglio, dichiararsi) fascisti o comunisti: ciò sarà sempre una scelta vostra, secondo i vostri valori. E se vi trovate in simili problemi di auto-definizione, assicuratevi innanzitutto di capire che il miglior modo di parlare degli antagonismi della Resistenza è quello di parlare di una vera e propria guerra civile. Non del tipo “Capitan America versus Iron Man”, in cui c’è soltanto una giusta causa in giro e due schieramenti in concorrenza, ma una guerra dove si combatteva contro un’occupazione straniera, contro un regime politico e contro un ordine sociale che aveva permesso l’installazione di tale regime politico, favorevole a codesta occupazione straniera.

 

«La Resistenza è stata una riscossa, non una rivoluzione; un risveglio da un cattivo sonno popolato da incubi, non una completa metamorfosi. Ha creato una macchina in gran parte nuova; ma il funzionamento di una macchina dipende dall’abilità e dalla audacia dei manovratori» (p. 12), scriveva nel 1965 l’indimenticabile Norberto Bobbio, convinto che l’eredità della Resistenza fosse lo spirito di libertà, distintivo di chi può dirsi parte di una società più civile e non più oscurantista, di chi può godere dei suoi diritti senza temere che un tiranno in un futuro possa disporne altrimenti.

 

Purtroppo, ogni eredità implica una situazione di scambio generazionale, e in tali situazioni può naturalmente accadere che i padri e i figli non condividano opinioni sugli stessi argomenti, a volte anche arrivando ai livelli della casa dei Giuni. «I giovani hanno intuito che la Resistenza è venuta assumendo una fisionomia conservatrice, conservatrice non ovviamente dell’Italia fascista, ma dell’Italia postfascista nella figurazione attuale» (pp. 16-17), scriveva nel 1968 Claudio Pavone, mitico storico e partigiano vero. E non si tratta di un accorgimento poco significativo: sapete di temere, sapete di essere repellenti alla violenza di stato del ventennio mussoliniano, sapete contestualizzarla e individuarne i fatti di maggiore rilevanza, ma è un peccato che questo sapere non possa tradursi in istruzioni che possano aiutare ad identificare un fascismo possibile oggi.

 

Aspettarsi che il fascismo vecchio, quello dei treni che arrivano sempre in orario, torni è una presa di posizione molto vicina al messianismo, ma il Duce non tornerà. E se il Duce non torna, attorno a lui non si configurerà quello stato personalista e autoritario, contro il quale si schiererà una possibile Resistenza del futuro: i partigiani non torneranno. Per i nostalgici di entrambi gli schieramenti che siano domiciliati a Bologna, c’è sempre l’Istituto Parri, per un sano e paziente pomeriggio di ricostruzione storica della storia italiana del Novecento; ma per chi sia interessato ad un monito valido anche oggi, basta prendere il consiglio di Bobbio del 1969: quello di guardare con sospetto l’atteggiamento di coloro che persistono «nel gusto di far tabula rasa del passato, nel rifiuto dei diversamente pensanti, persino nell’uso di certe parole; nella violenza verbale, persino nell’esaltazione e nella teorizzazione dell’“azione esemplare”; in un certo ostentato disprezzo per la cultura disinteressata, non immediatamente fruibile per l’azione politica... e beninteso nell’intolleranza» (p. 20).

 

Ma non bisogna vedere dietro tutti questi sospetti la presenza di un estremista, perché sarebbe esagerato pensare che ogni estremista rispetti esattamente questo elenco bobbiano di caratteristiche. O meglio, prima di vedere un estremista, bisogna ricordare che lì davanti a voi, nello schieramento opposto, c’è un altro italiano. «È forse possibile cogliere un tratto comune alle posizioni che, variamente motivando, respingono la nozione di guerra civile. Esso mi sembra consista nella difficoltà a riconoscere che anche la Repubblica Sociale Italiana sta nella storia del nostro [vostro] paese e che gli italiani fascisti, contro i quali combatterono gli italiani antifascisti, non erano dei fantasmi partoriti dall’inferno» (p. 28), suggerisce Pavone.

 

Le azioni esemplari che coinvolgono soltanto connazionali non sono per nulla esemplari, non permettono l’imporsi di una virtù nel bel mezzo delle vicende. Semmai, esse disinnescano l’unica catena che potrebbe tenere uniti connazionali di generazioni differenti e non ulteriormente conciliabili tra di loro: una catena delle rappresaglie.

 

[*] Se avevate in mente Valentino Rossi, forse leggete troppi giornali.