GIÙ LE MANI DA LACAN

SECONDA TRASMISSIONE: “Tori nevrotici e i loro desideri”

 

[P. F.] Proposizioni suggestive, verrebbe quasi da dire (ma molto personalmente) che si tratti di una lettura psicologistica del Tractatus di Wittgenstein, certo non inteso come un “primo” Wittgenstein ma come un tutt’uno. Ma non mi dilungo, torniamo su Sokal; a proposito di queste analogie matematiche fra topologia e psicoanalisi, egli riprende l’immagine del toro come rappresentazione della “struttura del nevrotico”. Regia, per piacere:

 

Immagine presa in prestito da Internet

 

Ecco, potresti fare chiarezza sulla differenza su nevrosi e psicosi, per fare un po’ di giustizia dopo il verdetto Sokal.

 

[F. F.] Certo, vediamo. Nell’insegnamento lacaniano, questa differenza passa per l’iscrizione di un particolare significante; nella struttura psicotica manca il significante che ordina tutti gli altri significanti: “il Nome del Padre”, che viene rimosso, forcluso:  questa assenza produce uno sciame di significanti, ovvero, neologismi, “disturbi” del linguaggio. Ma la forclusione non è un meccanismo di esclusiva pertinenza psicotica, anche alla nevrosi pertiene la mancata iscrizione di un significante.

 

[P. F.] E quale manca?

 

[F. F.] Manca il significante che risponde alla domanda “chi sono?”. Si parla di “inesistenza dell’Altro” e di un metalinguaggio perché si vuole indicare che l’Altro manca di un significante che possa dire la verità sull’essere del soggetto.

 

[P. F.] Più o meno come quando la gente si lascia e si dicono “non ti conosco, non so più chi sei”, lo dicono perché si trovano un nevrotico davanti.

 

[F. F.] Esatto.

 

[P. F.] Un’altra formulazione misteriosa di Lacan è quella sull’amore: dare qualcosa che non si ha a qualcuno che non l’ha chiesto; desiderare l’Altro non è il desiderio di un oggetto desiderato, ma è invece il vero e proprio desiderio di una presenza.

 

[F. F.] Dare qualcosa che si ha è facile; l’amore è donare la propria mancanza, almeno per come l’ho capito io. Amore è dire alla propria donna....

 

[P. F.] O uomo...

 

[F. F.] O uomo, giusto! Dire “mi sei mancata, mi sei mancato”, “l’incontro con te ha aperto in me una mancanza, mi manchi”.

 

[P. F.] Mancanza, desiderio di presenza: già Bauman aveva detto che l’epoca dei social network è l’epoca delle persone che si sentono sole e condividono tutto in rete per essere meno soli; nella “società dei consumi”, questa solitudine va combattuta con l’accumulazione di oggetti, di beni all’interno di una zona di confort. Molto liquida.

 

[F. F.] Quando Lacan parla del discorso del capitalista, parla anche del fallimento dell’oggetto. Quale sarebbe infatti l’astuzia del capitalista? Quella di proporti continuamente oggetti gadget di godimento, per otturare la mancanza che abita costitutivamente l’essere umano; proporti l’oggetto che avrebbe la funzione illusoria di colmare l’essere, anche se è saputo questo è un progetto destinato a fallire: in un certo senso, ogni oggetto porterà sempre la stessa insoddisfazione. Non esiste l’oggetto del desiderio perché, come dice Freud, è già perduto da sempre.

 

[P. F.] Scusa ma, se non è esiste l’oggetto del desiderio, non esiste il nuovo paio di scarpe che voglio comprarmi?

 

[F. F.] Allora, l’importante, quando si domanda qualcosa, non è l‘oggetto domandato vero e proprio. Al fondo di ogni domanda, ci sarebbe una domanda di riconoscimento. Non è importante l’oggetto che si chiede ma la risposta dell’Altro a cui lo si chiede.

 

[P. F.] E qui abbiamo a che fare con la nozione hegeliana di “riconoscimento”, colta da Bodei nell’incipit di queste trasmissioni.

 

[F. F.] La parte più nota dell’insegnamento di Lacan è quella del primato del simbolico, che si condensa nell’aforisma hegeliano “il desiderio è il desiderio dell’altro”. Ogni desiderio umano sarebbe animato da questo bisogno di riconoscimento: il desiderio umano avrebbe come mira il desiderio dell’altro, cioè avere un posto nel desiderio dell’altro, in altre parole il desiderio dell’Uomo è desiderio di essere desiderato dall’Altro.

 

Questo però è il Lacan strutturalista. Nella fase posteriore, che è quella che interessa a Pensare il rovescio, il desiderio non si esaurisce più in questa dialettica del riconoscimento. A un certo punto, Lacan si sbarazza di Hegel, che pure lo aveva influenzato per tanti anni. Il desiderio è desiderio dell’Altro, ma è anche desiderio di avere un proprio desiderio; mi verrebbe voglia di farti uno schema:

Allora, qui c’è il desiderio “d”, qui c’è l’Altro “A”, e qui c’è quello che sta alle spalle del desiderio, quello che nella psicanalisi lacaniana viene chiamato oggetto-causa del desiderio o oggetto piccolo (a).

 

[P. F.] Ecco, magari bisogna precisare che si parla di ciò che si desidera e non di ciò che si vuole: c’è una differenza?

 

[F. F.] Assolutamente, ci tengo a precisare che nel desiderio è radicalmente escluso il “volere”, nel senso che l’Io non ne sa niente del desiderio, l’Io sa soltanto che vuole mangiare e andare in bagno qualche ora dopo. Il desiderio è sempre desiderio inconscio. Ma torniamo allo schema di prima per rendere l’idea.

Si può dire, forse esagerando un po’, che oggi si prende quasi troppo alla lettera il versante del desiderio come “desiderio dell’Altro.” In un certo senso, concentrandoci su questa versione del desiderio, forniamo una rappresentazione nevrotica del desiderio dove tutto quel che facciamo, lo facciamo per essere ben voluti dall’Altro, per non perdere il suo amore; e se ci spingiamo troppo su questo terreno perdiamo il versante del desiderio come causa. Sai? Un progetto personale, un sogno di una vita, una vocazione o qualcosa che ti appassiona, anche facendo a meno dell’Altro. Questa parte del desiderio

secondo me è l’aspirazione fondamentale di ognuno di noi. Non credo di sbagliare, anzi, mi pare a volte di percepire troppa facilità nella retorica del “segui il tuo desiderio” (tra l’altro è lecito dire che la retorica neo-liberista ha sussunto integralmente questo “slogan”) . Per seguire il proprio desiderio però, in un certo senso, bisogna tradire l’Altro, tradire le sue aspettative: bisogna pur sempre fare qualcosa di quello che l’altro ha fatto di noi, come direbbe Sartre (se non sbaglio, L’esistenzialismo è un umanismo).

 

[P. F.] E che cosa accade quando un consumatore sceglie la rappresentazione nevrotica?

 

[F. F.] Smarrisce la propria vocazione fondamentale, la via per la propria realizzazione soggettiva, oppure, per dirla un po’ così, il nostro “volere” conscio si separa radicalmente dal “desiderio” inconscio, come dicevo prima.

 

[P. F.] Cavoli! Infatti, hai notato che le vacanze di tutte le persone che conosciamo sono uguali?

 

[F. F.] Vero; e dopo, come ha notato Žižek, uno deve pure tornare dalle vacanze e dire di essersi divertito, altrimenti viene preso per scemo. Lacan aveva visto bene negli anni Settanta: l’imperativo che governa il nostro tempo è “godi, godi a tutto spiano, si vive una volta sola”, quindi non ha più senso rinunciare. Ecco, possiamo notare qui il grosso cambiamento rispetto al tempo in cui la psicanalisi era nata, i tempi di Freud. In quei tempi appunto si imponeva la rinuncia, si imponeva di rinunciare al proprio desiderio, in nome di un’Ideale (la Chiesa, il Comunismo, l’Impero e così via).

 

[P. F.] Ridendo e scherzando, hai fornito un’ottimo spunto per i futuri lettori di Il disagio della civiltà. [Einaudi, 2010]

 

[F. F.] Esatto. Ora invece, come dice Jacques-Alain Miller, l’oggetto è salito allo zenit. È il tempo dell’oggetto: siamo costretti a consumare il più possibile. Siamo sul registro del godimento consumistico, che è un attività solitaria, compulsiva, dove non c’è confronto con l’Altro, mentre il desiderio fa che ci sia una dialettica con l’Altro.

 

[P. F.] Giusto per usare il termine: una vera e propria ideologia del godimento, no?