LE SCIMMIE

José Revueltas

LE SCIMMIE

Roma, Sur, 2015

pp. 61, € 7,00

ISBN 9788897505525

 

di Paulo Fernando Lévano

 

Dopo un anno dall’uscita di Sottomissione di Michel Houellebecq, ce la sentiamo di aver fatto maturare a sufficienza una contro-proposta da offrirvi: un’opera di José Revueltas, scrittore messicano comunista che in questa sede chiameremo “Pepe Revueltas” per liberarvi dal martirio di dover pronunciare “José” ogni volta. Questa traduzione di Alessandra Riccio offre un’eccellente opportunità per prendere un respiro dall’ondata di rinnovato interesse per il cinema di Pier Paolo Pasolini che il MamBo ha stimolato con l’eccellente mostra Officina Pasolini, un evento frequentatissimo che non permetterà più a nessuno di dubitare che, proprio per il suo contesto storico, una grossa parte del fascino esercitato da Pasolini va avanti su tutte le generazioni dopo di lui venute e dopo di noi venture.

 

A proposito di Salò o le centoventi giornate di Sodoma (1975), Andrea Germani aveva scritto nella sua recensione a Breve vita di Pasolini: «la violenza si esplica dunque in varie forme, può essere coercizione fisica ma anche subdola imposizione di comportamenti e scelte di consumo, può mostrarsi attraverso un processo di reificazione, come tramite una persecuzione da parte di giudici e politicanti; tutti questi elementi vanno a formare l’aspetto più violento della vita di Pasolini, di una vita violenta» (e comunque, Andrea è uno che di violenza se ne intende). L’Italia di Pasolini, attraverso i suoi film, conferma dunque quella che ormai sembra una nozione assodata: gli anni Settanta sono stati gli anni della comparsa della società dei consumi nel vocabolario dell’intellighenzia domiciliata a sinistra della cortina di ferro.

 

Certo, questo per quanto riguarda l’area nord-atlantica, Mediterraneo compreso: per quanto riguarda il resto del “mondo occidentale” non compreso nel cosiddetto “Primo Mondo”, il discorso sulla società dei consumi non era molto diverso e tuttavia non era esattamente il risultato degli stessi processi politici. Emanuele Severino può parlare di “duumvirato Stati Uniti – Unione Sovietica” quanto vuole e parimenti può parlare di “anti-americanismi” Jean-François Revel: queste sono tutte e due analisi molto lucide, ma la scogliera contro cui le loro barche concettuali prima o poi si scontrano, per quanto piccola, è invalicabile. Seguendo quanto argomentato dal ricordato storico statunitense Chalmers Johnson [*], il rigore vorrebbe che si parlasse di tre guerre fredde, non una – meno che mai quella degli Scorpions fischiettata dai filosofi che abbiamo chiamato in causa.

 

Va bene capire l’essenza e l’identità dell’Europa: dopo tutto questa è una trasmissione squisitamente europea. Accettiamo anche che uno come Pasolini, regista e scrittore tutto di un colpo solo, va per forza contestualizzato nelle letture europee che delineavano il panorama intellettuale del “Vecchio Continente” in quegli anni: soltanto in Europa cinema e letteratura potevano venire praticate sullo sfondo di un più ampio impegno culturale; del resto, altrove nel mondo gli incontri di politica e cultura non potevano che finire compresi nel discorso post-coloniale. Tuttavia, ci sono ben cinque continenti e due calotte polari, e se siamo alla ricerca di sensazioni che possano dirsi (almeno remotamente) pasoliniane, allora possiamo arrangiarci con quel che troviamo nelgli interessantissimi eventi storici, oggi conosciuti come “Sessantotto Messicano”.

 

Fa bene l’intellettuale di turno a ricordarsi che 1968 era anche l’anno in corso nelle tre guerre fredde di Johnson, ovvero l’Asia, l’Africa e, in questo caso, l’America Latina. Se uno con l’intenzione di decentrare geograficamente la nozione di “guerra fredda” batte il ferro quando è ancora caldo, ecco che trova il film El apando di Luis Felipe Cazals (1975), che è la versione cinematografica del racconto di Pepe Revueltas che ora recensiamo per voi. Magari non siete patiti di cinema messicano, magari non avete maturato un certo interesse per la letteratura latinoamericana della seconda metà del Novecento. Va bene. Quello che però dovete assolutamente smettere di fare è pensare che il Sessantotto fu un evento per natura appartenente alla sola storia dell’Europa. Del resto, non ha senso pensarla così, se in ultima istanza vogliamo parlare proprio di “società dei consumi”. Certo, a meno che non si provi una certo piacere sadico a individuare fattori di “degrado culturale” negli episodi storici.

 

La storia raccontata ne Le scimmie si ispira agli anni di carcere di Pepe Revueltas, a scene che, dal 1968 al 1970, costituirono la quotidianità dello scrittore. Cos’era successo? Niente di molto diverso da quello che accadde in Brasile nei mesi precedenti ai Mondiali di calcio del 2014, soltanto che quella volta non si trattava di sgomberi ma di una vera e propria repressione armata dei movimenti degli studenti e dei lavoratori, una sorta di resistenza civile all’iniziativa del governo di ospitare le Olimpiadi del 1968 [**]. Pepe Revueltas scontò soltanto due dei sedici anni di reclusione al carcere di Lecumberri, ancora oggi conosciuto come il Palacio Negro, essendo stato giudicato colpevole di aver organizzato il raduno di gruppi studenteschi, dispersi successivamente dall’esercito messicano nell’episodio che oggi viene tristemente ricordato come “massacro di Tlatelolco”.

 

Tlatelolco, Aguas Blancas (1995), Acteal (1997), Ayotzinapa (2014). Lo stato messicano (non differentemente dallo stato italiano) ha la sua storia di stragismo e guerre di bassa intensità: perciò, è giusto andare oltre i modelli pasoliniani di “critica al degrado” e di “fobia delle masse” nel tentativo di ricostruire lo squallore e il disagio di quegli anni. Al lettore malizioso che insista sulla necessità di distinguere, per esempio, l’Europa dall’America Latina per giustificare un’attenzione privilegiata a Pasolini invece che a Revueltas-Cazals, rispondiamo che il nostro invito resta lo stesso: guardare un ottimo film (nel caso fallisca il nostro invito a leggere il volume recensito) e a conoscere meglio il cinema messicano (nel caso abbiate colto con successo un anteriore invito a diventare fluenti in spagnolo).

 

Certo, la visione del film guadagnerà tantissimo dalla lettura del breve romanzo che oggi proponiamo, così come la visione dei film di Pasolini guadagna tantissimo dal buttarsi a capofitto nell’intera produzione letteraria dello scrittore e parimenti nelle sue letture (si dimenticano spesso, quelle). I prigionieri di Salò sono vittime-pedine, ovvero, dei semplici e pronti corpi vivi pronti a subire il proprio destino di vittime, iscritto nell’orribile meccanismo del potere, completamente sommerse nel pus che fuoriesce dalle ferite infette e nascoste che la “piccola borghesia” conserva nella propria memoria come se fossero cicatrici di guerra.

 

I prigionieri di Revueltas invece sono vittime-in-rivolta, tossicomani in crisi di astinenza che escogitano un piano per farsi portare dei “cartoncini” di LSD nella cella d’isolamento all’interno del Palacio Negro. Scimmie: ecco cosa sono i carnefici per le proprie vittime-in-rivolta. Non nobili, né autorità ecclesiastiche, né giudici, né ricchi e potenti, ma scimmie! Non vedendo l’imporsi di un turbo-carnefice, i prigionieri di Revueltas non sono testimonianze di un degrado irreversibile: piuttosto, sono in grado di strappare allo spettatore-lettore il diritto a de-umanizzare il carnefice, negandogli di tutto punto l’opportunità di intravedere una qualche operazione critica da sfoderare al prossimo aperitivo.

 

Una storia di tossicomani? Sarebbe riduttivo come giudizio, dopo tutto il merito della letteratura (a differenza della scienza) è quello di fare entrare la realtà (la società, la legge, il mondo) dalla finestra (talvolta quella del bagno) e non dalla porta principale. E il bagno è Lecumberri, è la villa dei Quattro Signori. Ma Pepe Revueltas, essendovi stato così vicino, non può concepire un isolamento dove la resistenza non sia possibile: e quale posto migliore del carcere per rendere tutti gli uomini ugualmente resistenti? Avendo visto di persona, nelle sue prigioni, «quando qualche signora della classe alta arrivava in questi luoghi, le prime volte, la [cui] unica preccupazione, ossessiva, evidente – che alla fine risultava priva di qualsiasi logica o anche di un semplice nesso –era quella di stabilire un limite sociale preciso fra il suo recluso – le cause per cui era stato arrestato, il carattere temporaneo e assolutamente incidentale del suo passaggio per la prigione – e i reclusi del resto delle persone. (...) Ma a mano a mano che la sua presenza si faceva più costante nella fila delle visite, la gran dama modificava il suo atteggiamento e cominciava a fare concessioni alla realtà» (pp. 40-41).

 

E la realtà non è che le pretese delle signore rappresentino il degrado culturale, ma che le loro categorie non servono più perché le scimmie di Franklin Schaffner (1968) sono proprio su questo pianeta, nelle nostre carceri.

 

[*] The three Cold Wars, in Cold War triumphalism, a cura di Ellen Schrecker (2006).

 

[**] Per rinfrescarvi la memoria, si tratta dei giochi olimpici dove vinsero questi simpaticoni.