GIÙ LE MANI DA LACAN

Giù le mani da Lacan (#giùlemanidalacan)

 

Parafrasando Rick Deckard, gli interventi del filosofo Diego Fusaro sono come ogni altra macchina: possono essere un vantaggio o un rischio. Se sono un vantaggio, non sono un problema nostro.

 

Questa volta, è un problema nostro. «La nostra è la società dell'evaporazione del padre, come diceva Lacan: il padre è simbolo dell’unione di Legge e Desiderio, è colui che pone limiti al desiderare illimitato. In assenza del padre, si spezza l’equilibrio tra Legge e Desiderio e sopravvive unicamente il secondo, nella forma estrema e illimitata del godimento individualizzato e senza interdizioni» (Il Fatto Quotidiano, 19-03-2016).

 

Non sarebbe la prima volta che un filosofo contorce le conclusioni di un autore. Eppure, la presentazione del recente libro di Felice Cimatti (Il taglio, Quodlibet, 2015) a Bologna lo scorso 30 gennaio, la presentazione del recente libro di Chiara Gazzola (Fra diagnosi e peccato, Mimesis, 2015) il 9 febbraio e la pubblicazione del nuovo libro di Alex Pagliardini (Il sintomo di Lacan, Galaad, 2016), i bibliofili italiani hanno visto un cospicuo incremento delle pubblicazioni che trattano della psicoanalisi, della cura della mente e del rapporto che questi due aspetti intrattengono con il linguaggio. Tre temi che troviamo interessantissimi, qui sulla vostra piattaforma divulgativa preferita, dalla quale potete aspettarvi reazioni come questa che state leggendo, ogni volta che si vogliano contorcere le conclusioni e non i ragionamenti stessi degli autori (attività che troviamo molto più simpatica del semplice collage dei motti che piacciono di più).

 

Obiezioni non banali possono venire sollevate contro il pronostico fusariano di un’imminente abolizione della Festa del Papà: innanzitutto per Lacan il padre è assolutamente sganciato dal padre reale e dai diversi papi. Il padre è un significante. La funzione paterna può essere assolta da una madre, da un lavoro, da un oggetto e così via. Il godimento che il discorso del capitalista propone, non è il godimento assoluto di cui parla Fusaro, che tutt'al più potrebbe essere quello che Lacan chiama “godimento Uno”. Il godimento del discorso del capitalista è un godimento contabilizzato, godimento in rapporto alle merci che alimentano il circolo vizioso del consumo, una vera e propria difesa dal godimento Uno. Tra l'altro, la soluzione che Fusaro propone tra le righe sarebbe un ritorno alla "virtù mediana aristotelica", morale che Lacan osteggia profondamente considerandola al servizio del potere.

 

Questo e più abbiamo imparato, dopo aver parlato con Francesco Filippini di Pensare il rovescio, un gruppo di studio che ha organizzato quattro incontri in università per discutere di questa tematica con il pubblico, tenendo come punto di riferimento l’opera dello stesso Jacques Lacan (1901-1981). In attesa del prossimo incontro, vi offriamo la trascrizione di questa piacevole chiacchierata con uno degli organizzatori, buona lettura!

 

PRIMA TRASMISSIONE: “Contorcere i mezzi”

 

«Questo “io” specolare, frammentato e incompleto, non riesce a coincidere con il senso della soggettività piena. Resterà inevitabilmente condannato ad una illusione di autonomia, legato ad un fattore immaginario e derealizzante, che lo costringerà ad aggrapparsi sempre di più alla sua stessa debolezza, a fortificare la propria soggettività sprovvista di nucleo e ad oscillare perciò continuamente – senza mai potersi decidere – tra identità impossibile e alterità intaccata nella sua assolutezza. Il soggetto non perderà mai, di conseguenza, la propria natura incompleta di immediatezza mediata, di ingannevole lastra di confine tra lo spazio reale e corporeo e quello immaginario e mimetico. La “quasi-realtà” dell’immagine speculare si riverbera sull’io, trasformandolo, a sua volta, in una “quasi-realtà” che non è in grado né di soggettivarsi né di oggettivarsi a pieno» (Remo Bodei, Il desiderio e la lotta, 1991)

 

 

[P. F.] Francesco, forse il miglior modo di iniziare questa intervista è parlare un po’ del gruppo di studio Pensare il rovescio. Soprattutto, vorrei che dicessi qualcosa ai nostri lettori sulla scelta di Lacan come autore di riferimento di questa nuova iniziativa.

 

[F. F.] Certo. Bisogna chiedersi: abbiamo, con Lacan, la possibilità di tematizzare una natura politica del soggetto? Bisogna chiedersi, cioè: che rapporto c’è fra l’analisi e le condizioni sociali, materiali, storiche del soggetto? Quali sono le implicazioni profonde del celebre detto per cui la responsabilità è sempre del soggetto? Lungo quest’asse, proveremo a studiare i rapporti tra la teoria lacaniana dei discorsi, il concetto di plus-godere e, dunque, quello di plus-valore marxiano. Invece, per quello che mi riguarda più intimamente, la psicoanalisi è rivoluzionaria? Sappiamo che Lacan ha criticato il concetto di rivoluzione; per quanto mi riguarda, credo che si possa dire però che il pensiero di Lacan è un pensiero sovversivo (sovversivo è una parola che lo stesso Lacan utilizza, perfino nel titolo di uno dei suoi scritti più importanti, Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio nell’inconscio freudiano [trad. it. Einaudi, 1974]): Lacan è stato dentro le istituzioni, ha saputo rompere quando era il momento e ne ha create di nuove. Al di là di tutto, allora, una cosa è chiara: Lacan aveva riserve nei confronti del potere in alcune delle sue declinazioni, qualunque ne fosse la giustificazione. Un accorgimento cruciale è questo: ’l’importante è che l’ingranaggio funzioni, per il desiderio passate più tardi”. Il desiderio non è mai all’ordine del giorno, va sempre messo a freno, va sempre rinviato fino al paradosso. In quello che viene chiamato “tardo” capitalismo, pur di non dare spazio al desiderio, si privilegia un godimento contabilizzato, una difesa da quello che nell’ultima parte del suo insegnamento Lacan chiama “godimento Uno”, a condizione che questo godimento contabilizzato sia legato al consumo produttivo.

 

Pensare il rovescio è un’associazione formata da 3 + 1. Io e due dei miei colleghi che si formano come me, all’Istituto di Ricerca di Psicoanalisi Applicata [IRPA], abbiamo scelto di approfondire alcune questioni dell’ultima parte dell’insegnamento di Lacan, e di farlo aprendoci alle dinamiche sociali. Per fare questo, abbiamo chiesto a un sociologo, docente all’Università di Bologna e raffinato lettore di Lacan, di accompagnarci in questo viaggio “infinito”.

 

[P. F.] Che sarebbe Federico Chicchi. [Soggettività smarrita, Mondadori, 2012].

 

[F. F.] Esatto. Per non focalizzarci esclusivamente sulla clinica, abbiamo incluso qualcuno che di mestiere non fa l’analista; ci interessa guardare la realtà e il discorso sociale contemporaneo con gli attrezzi che offre Lacan. All’ordine del giorno questa volta c’è la categoria del reale, che domina l’ultima fase dell’insegnamento lacaniano. In questo senso, l’“1 + 1” si interroga sull’immanenza, sul “che c’è” dell’esperienza umana. Pensare il rovescio vuole essere un cantiere dove la categoria del reale è al di là e al di quà dello schema “soggetto – oggetto”; filologicamente partiamo dal Seminario XVII [Il rovescio della psicoanalisi, 1969-1970, Einaudi, 2001], la cui lettura ci ha portato a girovagare per altri scritti lacaniani, tra cui il seminario IX [L’identification, ancora inedito]. Ecco, non vogliamo irrigidirci su un solo discorso, vogliamo tenere la porta aperta a più discorsi. L’unica bussola che abbiamo usato è stata quella di non avvitarci su noi stessi, tenere uno sguardo aperto sulla “città”, e gli incontri con gli autori che abbiamo in programma sono stati pensati in questa direzione; non tutti sono psicanalisti, e tra gli psicanalisti abbiamo scelto coloro che penetrano nel pensiero dell’“ultimo” Lacan, quello più oscuro ed enigmatico.

 

[P. F.] Non è la prima volta che sento attribuire questi aggettivi allo stile di Lacan. Se me lo dice poi una persona che conosce i testi, non sono più sicuro che si tratti soltanto di impressioni personali. Ma proprio perché conosci i testi, vorrei chiederti un consiglio per i lettori: davanti a questo autore, che col tempo diventa sempre più crittico, come iniziare? C’è qualche scritto in particolare, che funzioni a mo’ di breccia da penetrare?

 

[F. F.] Qualcuno magari non conosce i capisaldi delle teorie di Lacan e si lascia affascinare immediatamente dall’ultimo periodo del suo insegnamento, sicuramente eccitante ma anche molto contorto, e magari vi si vorrebbe buttare subito a capofitto: questa cosa qui, io la sconsiglio. Dopo averci sbattuto la testa per anni, se potessi dare un suggerimento direi di leggere le opere di Lacan in ordine cronologico, partire dai primi seminari, che sono anche più facili e accessibili. L’insegnamento di Lacan è un filo rosso che non si interrompe mai, dialoga costantemente e continua a dialogare con sé stesso e si può dire che l’ultima parte ha un effetto retroattivo sul suo insegnamento precedente. Bisogna capire bene il primo tempo per approdare poi ai momenti posteriori della sua produzione, sicuramente quelli più intriganti, rispetto al Lacan più conosciuto, quello dell’“inconscio strutturato come un linguaggio”.

 

A sinistra, Federico Zappino, a destra, Francesco Filippini, l'intervistato. Foto di Paulo Fernando Lèvano.

 

[P. F.] Forse è diventato più oscuro perchè stava diventando un vecchio brontolone.

 

[F. F.] Eh... Se ne raccontano di tutti i colori su quel periodo, addirittura che maltrattasse i pazienti e che fosse diventata un abitudine che rispondesse alle domande che gli venivano poste a lezione con formulazioni matematiche.

 

[P. F.] Forse sentiva di essere diventato vecchio e il mondo attorno a lui cambiava troppo in fretta, prendeva la piega per diventare il mondo di oggi.

 

[F. F.] Guarda, che maltrattasse i pazienti sono dicerie, ma era sicuramente diventato difficile averci a che fare. Io sono allergico ai tentativi di fare una scolastica di Lacan, di fare di lui un monolite: penso che il più grosso tributo che si possa fare a un autore è proprio forzarlo, contorcere i mezzi di cui si è servito.

 

[P. F.] Di farlo parlare con libera associazione, insomma.

 

[F. F.] Esatto.

 

[P. F.] Ecco, e visto che parliamo di libera associazione... Si accomodi e mi parli di Lei.

 

[F. F.] Il mio percorso di formazione, visto dalla posizione in cui mi trovo oggi, è certamente “singolare”. Come si dice tra lacaniani, “il desiderio ha fatto il giro più lungo”. Dopo aver conseguito una laurea triennale all'Università di Bologna in Scienze del Comportamento e delle Relazioni Sociali (Psicologia), cedendo alla tentazione scientista e sedotto dalla potenza del numero, decido d'iscrivermi alla laurea magistrale in Psicologia Cognitiva Applicata dell'Alma Mater; per due anni mi viene servito il piatto di teorie cognitive-comportamentali. Solo durante l'esperienza di tirocinio, dove mi sono occupato di "patologie" del comportamento alimentare, dal cosiddetto BED [binge eating disorder, disturbo da alimentazione incontrollata] alle anoressie nervose, accade qualcosa che mi fa sbandare, deragliare dai binari sui quali viaggiavo.

 

Nell'esperienza diretta della pratica clinica vedo affiorare tutti i limiti di quell’universo concettuale alla cui tavola mi ero seduto per parecchio tempo. Contemporaneamente incontro “la parola” di Lacan, durante una supervisione condotta dal prof. Massimo Recalcati al Policlinico Sant'Orsola di Bologna. E' così che comincio a volerne sapere di più, inizio un percorso di analisi e prende forma in me il desiderio di iscrivermi ad una scuola di specializzazione ad orientamento lacaniano.

 

[P. F.] Più che un percorso di studio, sembra che hai vissuto a fondo il tuo desiderio [ba-dum-tssss?]. Sembri dunque la persona giusta a cui rivolgere certe domande. Inizierei dalla difficoltà, guarda. Se non per altro, perché di Lacan si dice che abbia uno stile intricato e difficile da seguire, tanto da essere stato annoverato, insieme ad altri autori, da Alan Sokal nei bersagli dei pamphlets scritti insieme a Jean Bricmont [Imposture intellettuali, trad. it. Garzanti, 1999], per via dell’uso improprio del formalismo matematico.

 

[F. F.] Allora, due cose vengono in mente: rispetto al registro linguistico di Lacan, si deve certo dire che sia talvolta illeggibile: un muro, uno deve spaccarvisi la testa per capire qualcosa. Egli sosteneva che il suo stile era così tortuoso ed enigmatico perché voleva essere fedele all’oggetto della sua ricerca, che è l’inconscio. Sulle formalizzazioni matematiche, riconducibili al suo periodo finale, io credo che Lacan si avvalga di queste formule per riuscire a dire qualcosa di quello che, in quella fase del suo insegnamento, gli interessa di più, cioè il registro del reale. Per come lo intende Lacan in quel periodo, il reale è impermeabile al potere sia del significante che dell’immagine: sfugge, insomma. Non si può dire con le parole, e penso che perciò Lacan si serve della matematica, per poter dire qualcosa di questo “reale”. La realtà è diversa dal reale: come dice Recalcati, il reale è ciò che risveglia dal sonno della realtà.