LA SITUAZIONE È GRAMMATICA

Andrea De Benedetti

LA SITUAZIONE È GRAMMATICA. Perché facciamo errori, perché è normale farli

Torino, Einaudi, 2015

pp. 134, € 12,00

ISBN 9788806215880

 

di Paulo Fernando Lévano

 

È arrivato nelle librerie di vostra preferenza questo simpatico libro di Andrea De Benedetti, dedicato agli errori grammaticali e ortografici più frequenti degli italiani vecchi e giovani, e scritto sotto forma di piccole digressioni in seconda persona; ci pare di capire che un tale espediente narrativo voglia stabilire fin dalle prime pagine un ambiente intimo con il lettore, immedesimarlo nel ruolo di uno studente di grammatica. Qualcosa di simile a quello che ha cercato di fare Michele Serra con i genitori di figli adolescenti nel suo romanzo Gli sdraiati (Feltrinelli, 2013), ma costruito sul tentativo di trasmettere un messaggio ben più rilevante: «non esiste un errore che sia tale per tutti e che lo sia una volta per tutte: esiste l’errore che è errore qui e oggi, ma che domani magari non lo sarà più; l’errore che è un errore se lo si scrive ma non se lo si dice; l’errore che è errore a Milano ma non a Palermo» (p. 128).

 

La scelta di un registro privato di “io-grammatico” e “tu-lettore” risulta veramente efficace poiché mira a toccare fili molto emotivi: si citano strafalcioni di personaggi famosi (come politici o figure della televisione, anche se largo spazio viene dato ai politici per motivi che vi spiegheremo dopo), si impiegano abbondanti esempi di frasi scritte male e si stuzzica l’immaginazione del lettore con il vero protagonista di tutto il libro, cioè, la lingua italiana, scritta e parlata. Inutile specificarlo, le parolacce sono sparse qua e là (anche fra gli esempi, ma bisogna dare retta all’autore quando a p. 16 parla di «scurrilità pedagogica») e i riferimenti alla cultura radio-televisiva degli ultimi quattro decenni abbondano fra gli espedienti narrativi di De Benedetti, compreso il categorico rigetto degli anni Ottanta – un giudizio confermato più volte dallo chef Bruno Barbieri, arbitro delle cose cool (cfr. p. 63).

Un simile procedere sia efficace poiché aiuta a cogliere una certa sfumatura di ciò che normalmente intendiamo con “regola grammaticale”; cioè a dire, non una regola grammaticale immobile e immutabile, ma una regola grammaticale che rispecchi la nostra reale condizione di esseri viventi e senzienti che si servono di una lingua parlata e scritta per comunicare. Prova di una tale concezione dell’errore-rispetto-alla-regola grammaticale è un capitolo che De Benedetti dedica all’ostinazione di alcuni italoparlanti di tramutare in sdrucciole voci che sono tronche o piane, voci (bisogna ammetterlo) spesso di provenienza straniera, come camembert oppure Cortázar. Questo non è un errore ortografico, non soltanto perché si tratta di lingua parlata e non di lingua scritta, ma perché è un errore che si trasmette fuori dalla giurisdizione di una buona o cattiva scrittura (o intonazione); qui infatti si tratta di vocaboli presi in prestito da altre lingue (e dunque, da altre grammatiche) che il parlante di turno conosce solo indicativamente: gli manca infatti un’esperienza dell’uso della parola (giustamente, se continua a pronunciare come sdrucciole “camembert” e “Cortázar” dopo aver sentito la pronuncia corretta, allora il parlante di turno è proprio un mariuolo isolato).

 

Questo, per non parlare di quei momenti in cui l’errore può avere spunti creativi: pensate al film Crimen ferpecto di Alex De la Iglesia (2004) oppure a Inglourious Basterds di Quentin Tarantino (2009). Un gruppo musicale come Elio e le Storie Tese, di cui sicuramente non si può dire che sia scevro di creatività, ha spinto le potenzialità dell’incoerenza sintattico-grammaticale nella serie di Corti che, negli anni Novanta, uscirono sullo spazio radiofonico Cordialmente. Come si può apprezzare in questi esempi, ci sono casi in cui un piccolo strafalcione può andare bene e arriva intenzionalmente (e fortunatamente) sul discorso parlato oppure sul testo scritto. Lo sappiamo bene qui alla Redazione, che giorno dopo giorno ci troviamo con tantissimi refusi in molti dei libri che le case editrici ci spediscono, e che non segnaliamo per non condividere con i nostri lettori la banalità della distrazione: può capitare davvero a tutti, eppure non abbiamo mai sentito parlare di restituzioni di “libri difettosi”.

 

De Benedetti rileva tre effetti degni di nota scaturiti dalla “massificazione” della scrittura scatenata dal diffondersi della condivisione online di contenuti testuali (anche se non dice niente di nuovo, se in mente vi viene A. Lovari e Y. Martari, Scrivere per i social network, 2013). «Il primo è che grazie ad esse sono stati recuperati alla causa della scrittura individui che prima dell’avvento di telefonini e del social Web non avrebbero preso una penna in mano neanche per compilare la lista della spesa. Il secondo è che i vari Facebook, Twitter e compagnia, offrendo ampia ribalta anche agli “scriventi di ritorno”, finiscono col proporre e legittimare un modello di democrazia linguistica in cui le scelte grammaticali di un parlante poco colto pesano quanto quelle di un accademico, e in cui il buono e il cattivo italiano finiscono per avere uguale diritto di cittadinanza e rappresentanza. L’ultimo fatto è che la televisione, con tutti i suoi difetti, non era mai riuscita a intaccare il nucleo solido dell’italiano, limitandosi a limarne e appiattirne il perimetro espressivo, mentre il Web, attraverso il braccio armato di milioni di utenti, sta ridisegnando addirittura i confini della grammatica, attivando processi di trasformazione nella sintassi e addirittura nell’ortografia che in altri tempi avrebbero richiesto secoli» (p. 31).

 

Una causa persa? Può darsi. Di sicuro, rimane una nobile attività scovare ed evidenziare errori ortografici, sintattici e grammaticali che fanno involontariamente gli utenti della lingua italiana, ma può tradursi anche in un’accumulazione poco sana di bile nel fegato.

Certo, può andare altrimenti: per quanto riguarda Deckard, anche se teniamo alla stabilità della grammatica italiana, non siamo poi tanto preoccupati di collocarci nel jet set dei censori della qualità della grammatica italiana; per ora, siamo concentrati a fornirvi buone letture, convinti che la metà di un testo redatto correttamente poggia stabilmente sui testi correttamente redatti letti in precedenza dall’autore. Scrivere correttamente vi fa bravi scrittori, non vi fa cittadini eccezionali. Per essere cittadini eccezionali, si devono seguire delle regole che non assomigliano per nulla alle regole che vigono sulla scrittura o sulla lingua parlata (anche se, in quest’ultimo caso, le conseguenze diventano infinitamente più pericolose, poiché si pensa a voce alta quando si pensa meno). La lingua e la scrittura sono quegli spazi di libertà che permettono di capire e re-inventare le idee, le voci, i fantasmi che si aggirano nei vostri dintorni: invece di adottare una severità retroattiva che porterà inevitabilmente ad associare gli strafalcioni di una persona alle capacità di una persona, ringraziate ogni giorno della fortuna che vi tocca, illustri lettori: essere sensibili all’errore è una tragedia soltanto se non vi rendete conto che si tratta pur sempre di sensibilità, in questi tempi matti in cui la sensibilità scarseggia.

 

In questa sede, ci preoccupa che alle selezioni della corrente stagione di Masterchef Italia, una delle prove sia stata preparare una zuppa di verdure e due ragazzi si siano messi a cucinare delle vellutate di verdure: curiosamente, si trattava di due concorrenti giovani. Ha ragione quindi De Benedetti? Si parla a profusione di cucina, ma con una lingua impoverita che non permette agli utenti di riconoscere la differenza fra una zuppa e una vellutata? Temiamo di non essere in grado di rispondere, forse un giorno sì. Dopo tante recensioni curate con il massimo impegno, vi diremo soltanto che due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto piú spesso e piú a lungo la riflessione si occupa di esse: la regola grammaticale accanto a me (sempre alla mano, e comunque comando io) e il ce lo stellato, il c’è lo stellato, il ce l’ho stellato... com’era? Ah! Il cielo stellato sopra di me.