LA CASA DELLE PAROLE

Cécile Coulon

LA CASA DELLE PAROLE

Rovereto, Keller, 2015

pp.148, € 14,00

ISBN 9788889767818

 

di Francesco Brizzi

 

La fantascienza, e in particolare la sua fertile “regione” letteraria delle distopie, è l’unico genere che ci permette di sfruttare al massimo l’immaginazione di uno scrittore per creare mondi futuri, mondi-specchio con i quali confrontare il nostro presente, le nostre emozioni. Cécile Coùlon è una sorprendente viaggiatrice di questi mondi. Crea e plasma le sicurezze umane sulla società e il nostro vivere un mondo così costruito culturalmente. E in questo caso lo fa questionando il ruolo della letteratura nella nostra vita in rapporto con le emozioni, per così dire, fondamentali.

 

“1075” è l’Agente, l’uomo, l’umanità riassunta dentro un ammasso di muscoli e ferocia, che combatte la tirannia degli “Scrivani”, del “Grande” e in generale del “Servizio Nazionale” pur servendone la causa come loro pedina. La chiave di controllo è l’emotività già presente nelle persone, una potenziale droga che non necessita sostanze esterne. Qui si pone la difficile scelta che sta alla base dello statuto del “programma di cura sociale” Nox: è preferibile l’azione e la distruzione che le parole sapientemente comandate infliggono agli spettatori/ascoltatori o la lenta degenerazione fisica osservata nei tossici? Quale droga, la chimica o la “letteraria”?

 

Il punto fondamentale de La casa delle parole è che il modo con il quale produciamo conoscenza viene ridotto alla pura funzione di narcotizzante o eccitante delle passioni. Se ci riflettiamo bene ci accorgiamo che è una riduzione affatto ripetutasi nella storia umana e per niente utopica (o meglio distopica). Nel contesto del romanzo le emozioni, relegate in un pozzo profondo nella vita quotidiana, vengono liberate grazie alla lettura dei Libri durante le “manifestazioni ad alto rischio” (una scelta narrativa di notevole efficacia e ferocia da parte dell’autrice). Gli agenti, come 1075, sono incaricati di sorvegliare gli spettatori e impedire che facciano del male agli altri e a se stessi, quando ipnotizzati dall’estasi passionale.

 

Cosa si chiede agli Agenti per poter adempiere correttamente al proprio dovere? Di rimanere analfabeti. In ciò la Coulon pone l’estremizzazione tipica di un romanzo distopico, nel quale la condizione per noi massimamente indesiderabile (perché non ci permetterebbe appunto di usufruire della conoscenza) diventa quella più desiderabile. V’è certamente un punto debole nella società costruita dal Grande (che richiama molto il “Grande Fratello” orwelliano ma che resta sempre una figura sullo sfondo), e cioè che rimangono tracce di quella letteratura per così dire complessa. Quella che, prima dell’istituzione del programma Nox, permetteva al lettore di sfruttare le proprie emozioni e idee in maniera indipendente. Questa letteratura al servizio del lettore, pronta ad essere plasmata nella sua mente particolarissima, è dunque l’utopia che Cécile Coulon si promette nel mondo reale, utilizzando la sua distopia come cartina di tornasole.

 

In Fahrenheit 451, Ray Bradbury bruciava i libri e poneva come alternativa la televisione, o in generale lo schermo. Coulon procede oltre e rilegge il controllo sociale attraverso una scrittura manipolata. Tutto il sistema però deve fare i conti con la propria essenza: l’Agente, nella figura di 1075, a cui viene chiesto di rimanere ignorante e puro. È proprio lui che affronta un desiderio ancora più forte dell’emozione surrogata stessa contenuta nei Libri: il desiderio di conoscere e capire.