LINGUA E LEGAME SOCIALE

Ilaria Tani

LINGUA E LEGAME SOCIALE. La nozione di comunità linguistica e le sue trasformazioni

Macerata, Quodlibet, 2015

pp. 138, € 16,00

ISBN 9788874627417

 

di Paulo Fernando Lévano

 

La semiotica glossematica di Hjelmslev parte da una concezione nuova del linguaggio come articolazione di una nostra facoltà di significare e capire significati, quindi pone in stretta relazione linguistica e semiotica sotto l’ambito più ampio della conoscenza. I confini disciplinari della linguistica, come aveva già notato Saussure, non sono rigidi e definiti ma vanno a confondersi con ciò che giace al di fuori di quegli stessi confini: c’è poco da stupirsi poiché il linguaggio è una cosa che implementiamo in tutte le cose che facciamo, e la via del metalinguaggio è l’unica via agibile verso una migliore comprensione dei problemi che il linguaggio solleva. 

 

Ma se vogliamo assumere compromessi fino in fondo, possiamo discostarci momentaneamente dalla crucialità del metalinguaggio e considerare il linguaggio storico-naturale inserito nello spazio sociale, cercando altro tipo di collegamenti fra un parlante e la propria lingua. Anche qui troveremo che la migliore opzione è quella di prendere le distanze dall’essenzialismo (“questo è X e quello è Y”) e puntare verso la gradualità e la scalarità (“chiamo questo x e quello y poichè sono in grado di differenziarli”). «L’attività linguistica non consiste infatti solo nello scambio di enunciati dotati di significato, ma comprende anche una continua attività di lettura del modo in cui il nostro interlocutore usa la lingua, per cercare di ricavarne informazioni sulla sua identità. La sociolinguistica si occupa proprio di come i parlanti si interpretano l’un l’altro, identificandosi come un certo tipo di parlanti, prestando attenzione non solo a cosa viene detto nei diversi contesti ma anche a come viene detto» (p. 103).

 

Dunque, visto che ci siamo occupati furtivamente di semiotica, ora su Deckard vogliamo parlarvi di sociolinguistica, ovvero lo studio delle forme linguistiche dei legami sociali. La glossematica ha il grande merito di includere nella propria analisi, attraverso nozioni come arbitrarietà, adeguatezza e partecipazione, le componenti materiali del senso, rendendo manifesti i limiti di ogni tentativo di formalizzazione del linguaggio. E la materialità del linguaggio ha il suo luogo privilegiato nelle lingue storico-naturali piene di vitalità, nelle quali le parole nascono e successivamente muoiono o sopravvivono, a seconda che alcuni parlanti la salvino dal disuso. Poiché si tratta di parlanti individuali in relazione al proprio più ampio contesto (ed entrambi questi in relazione con la “lingua ufficiale”), la sociolinguistica si impegna in altro tipo di “intromissioni” del linguaggio nella miriade di aspetti che compongono la nostra vita quotidiana.

 

Diamo ancora una volta la parola a Ilaria Tani. «La sociolinguistica mette in guardia dall’idea di adottare la condivisione della lingua come criterio di appartenenza degli

individui ad una comunità definita e stabile. (...) La lingua non è una costante, cui ancorare la continuità di un gruppo nel divenire storico, cioè la sua identità, ma una variabile, non solo perché nel tempo può mutare il legame che i singoli parlanti e le comunità stabiliscono con un idioma, ma anche perché può variare il valore attribuito alla scelta di una forma, di una varietà o di un registro linguistico» (p. 99-100). Quindi, ha perfettamente senso considerare la lingua inserita nel suo spazio sociale di parlanti e istituzioni, sempre che la si consideri come qualcosa che cambia nella misura in cui lo spazio sociale cambia (ecco in fondo il motivo per cui alcuni poeti anglofoni dell’inizio del secolo scorso a un certo punto si stancarono di trovarsi davanti un Dante in confezione “antesignano medievale, intelletualmente valido sempre” e cominciarono a cercare an actually feasible Dante for today’s poetry [*]). Considerando fattori storici, culturali, sociali, solo così possiamo iniziare a capire osservazioni come quella che si legge in un libro di Vittorio Prada: «uno dei meriti principali attribuiti al celebre presentatore, identificato da parte di alcuni studiosi perfino come “padre della lingua italiano moderna”, è stato quello di aver fatto un uso semplificato, e dunque accessibile, della lingua italiana, utilizzando un tono rassicurante ed efficace, che ben si adattava a un pubblico estremamente variegato e con un basso livello culturale» (Videocrazia e teatralizzazione della politica nell’era berlusconiana, Berlino : Frank & Timme, 2014); il “celebre presentatore” di cui si parla è Mike Bongiorno. Allegria!

 

Vogliamo osare di più. L’eredità del suo cadavere assente è molto più di un uso, di una maniera. Mike Bongiorno ha fatto scuola persino dove sbagliava, se si pensa alle sue papere e al successo che hanno avuto nel creare il mondo televisivo in cui faceva proliferare quell’uso semplificato e accessibile della lingua italiana: un mondo di intrattenimento familiare mischiato con delle note di doppi sensi, tutto accettato in buona fede sotto il registro linguistico della gaffe. Fuori dai riflettori, i parlanti si interrogheranno fino alla fine quando Mike facesse apposta e quando davvero sbagliasse. Ambiguità, il modus operandi della lingua indirizzata alle masse; rimandiamo però, per un approfondimento, agli scritti di Yahis Martari Tra pregio e dispregio (2005) e Di madre in figlio (2008). Qui vogliamo solo dire che all’interno di una stessa lingua possono convivere sensi dell’umorismo anche opposti fra di loro: su un uso semplificato e accessibile della lingua italiana si affidano tanto i produttori di Voyager come quelli di Mistero. Possiamo capire la comunità linguistica come un fatto culturale soltanto se ci serviamo del riferimento alle istituzioni culturali di oggi, alla lingua che si parla in Tv e sui giornali, quella che sarà molto più simile alla lingua effettivamente parlata dai parlanti di tutti i tipi che abitano lo spazio sociale in cui un linguaggio storico-naturale viene usato.

 

La lezione principale dovrebbe essere questa: non c’è un’equivalenza che possa venire tracciata tra lingua, comunanza e cittadinanza. Ci sarà sempre un Felipillo (il traduttore dei conquistadores arrivati nell’Impero degli Incas) a tradire il concetto di comunanza per mezzo di una lingua: si può tradire parlando lo stesso idioma di quella del tradito, ma si può arrivare a intese anche fra due persone che a malapena capiscono le loro lingue diverse. Tutto dipende dal tipo di relazione che ha riunito entrambi i parlanti a trovarsi in quel dialogo: o davvero pensate che un traduttore-interprete possa mediare

fra le comunità linguistiche della Foresta Amazzonica e le comunità linguistiche di avvocati e ingegneri che rappresentano gli interessi di ditte comprese nel gruppo dei Forest 500? «I criteri della concezione territoriale, della lingua condivisa e della cultura sociale non consentono di comprendere le questioni in gioco nella rivendicazione della identità nazionale, e cioè quale tipo di autonomia politica venga rivendicato e quanto estesi siano i diritti garantiti a chi risiede in un dato territorio o appartiene a un determinato gruppo» (p. 107).

 

[*] "Un Dante che sia possibile ed attuabile nella poesia di oggi”.