DIECI (POSSIBILI) RAGIONI DI TRISTEZZA DEL PENSIERO

George Steiner

DIECI (POSSIBILI) RAGIONI DI TRISTEZZA DEL PENSIERO

Milano, Garzanti, 2015

pp. 89, € 10,00

ISBN 9788811671022

 

di Federica Rossi

 

Allegria! 

(Mike Bongiorno)

 

Dopo tanto pensare petaloso, promuoviamo un ritorno ad una sana depressione con questo incoraggiante libro di George Steiner: Dieci (possibili) ragioni della tristezza del pensiero. L’autore, in un percorso da Schelling alla cosmologia attuale, cerca di definire per analogie la ‘melanconia profonda, indistruttibile’ che costituisce quel ‘rumore di fondo’, quella radiazione primitiva, che appesantisce i nostri animi fin dal Big Bang della nascita: «siamo stati creati, per così dire, “rattristati”» (p. 12).

 

Pensare, nel corso di queste 86 pagine, diventa un’impresa sempre più pesante e frustrante: nel migliore dei casi confusa, dilettantesca, dispersiva e incontrollata; nel peggiore, il preludio ad un esaurimento nervoso. Pensare, ci vien spiegato, è inutilmente dispendioso. È un’attività sommamente ripetitiva oppure, per i più concentrati, faticosamente focalizzata. Al tempo stesso è un lavorio soffocato nei limiti che gli impone il linguaggio naturale, ribelle e bipolare, nonché lontanissimo dall’assertività delle scienze pure – si pensi a tutte le sfumature intermedie al vero e al falso di cui il linguaggio si fa portavoce… Quanta energia sprechiamo – e perché poi? – a chiederci in quali affermazioni riposino le verità del mondo?

 

Il pensiero, si sa, è un hobby solitario e però inevitabile, come respirare. Ognuno di noi coltiva un linguaggio privato tutto suo, coi suoi idioletti spesso intraducibili: le parole di un’altra persona non sono mai totalmente intelligibili, poiché non si può accedere al pensiero che regge e maneggia i modi di dire di un altro. Quante volte, nella comunicazione, ci fraintendiamo l’un l’altro? Pensiamo, parliamo di quel che abbiamo pensato, cerchiamo di spiegarci e poi, alla fine, se il nostro interlocutore ci ha mai davvero ascoltati, ci troviamo comunque a dubitare che ci abbia effettivamente capiti. Nemmeno in un rapporto intimo, nemmeno in amore, due persone possono vantare assoluta comprensione reciproca: «in ultima analisi, il pensiero ci rende estranei l’un l’altro. L’amore più intenso, forse più debole dell’odio, è una negoziazione, mai conclusiva, tra solitudini» (p. 67).

 

I dieci capitoli di questo libro, che illustrano i motivi per i quali il nostro è necessariamente un pensare triste, ci forniscono insomma altrettante ottime ragioni per cominciare, continuare, o non smettere affatto di disperare. Eppure un barlume di speranza si manifesta anche in parole tanto disincantate e crude: nella malinconia Steiner riconosce la radice della creatività umana, per poi scoprire che nel suo opposto, nell’esplosione di una risata, il pensiero può rendersi leggibile. Dunque per farsi venire buone idee bisogna essere tristi (se vi sentite tristi, confortatevi: potreste trovare a breve una soluzione geniale!). Per farsi capire invece, conviene scoppiare a ridere; per provare a comprendere un’altra persona, conviene farla ridere: «nel momento in cui cogliamo la battuta o l’occasione dello spettacolo comico, la nostra mente è messa a nudo. Per un momento, non ci sono riserve mentali» (p. 67). Per un momento, poi basta: poi possiamo tranquillamente tornare a pensare che nessuno ci capisca – o che nessuno capisca le nostre battute. (Questo sì che è sconfortante!)

 

Possiamo pensare la morte, Dio, la vita, possiamo anche imparare a pensare meglio – sebbene le idee geniali, si sa, vengono a pochi individui (tutti tristissimi!) – e questo libro è senz’altro una buona occasione per cimentarsi con le più ossessionanti domande umane o per riflettere maggiormente sul pensiero stesso. Steiner non manca di ammonirci che pensare il pensiero rimane tuttavia un tentativo un po’ vano, poiché una spiegazione completa di cosa sia il pensiero, che descriva la totalità del pensabile e del possibile, è impossibile. Qualunque teorizzazione del pensiero è destinata all’incompletezza. Un ulteriore motivo di tristezza: la finitezza della mente umana in contrasto con l’incommensurabilità del suo potenziale, mai del tutto esplicato.

 

In caso non fosse ancora chiaro, questo è un libro che vi rattristerà. È un libro profondo, ben scritto ed istruttivo, quindi leggetelo! Leggetelo perché ognuno ha il diritto di conoscere, o se non altro potersi domandare, perché si porta sempre appresso il suo bagaglio di malinconie e insoddisfazioni. Leggetelo perché questo libro suggerisce che una zavorra di tristezza è nella mente di ogni essere umano: siamo tutti tristi, chi più chi meno; ci sentiamo tutti quanti, prima o poi o anche perennemente, incompresi e soli. Leggete questo libro, rattristatevi, accettatelo, e provate anche ad accettare il fatto che non c’è nulla di male o di sbagliato nell’essere tristi. È normale, comunissimo, pacifico e spesso sintomo di acume creativo e attitudine all’introspezione. Dopodiché non pensateci più (almeno per un po’) e andate a procacciarvi nuovi motivi per ridere. Amen.