UN CERTO LUCAS

Julio Cortázar

UN CERTO LUCAS

Roma, SUR, 2014

pp. 202, € 15,00

ISBN 9788897505372

 

di Paulo Fernando Lévano

 

«A volte mi sono divertito ad immaginare come andrebbe a finire un individuo con la fortuna (o meglio, la sfortuna) di avere un intelletto di gran lunga superiore a quello della propria razza. Certo, egli sarebbe consapevole della propria superiorità; nemmeno potrebbe (alla fine, è un uomo) risparmiarsi manifestare la propria superiorità. Così, egli si arrecherebbe inimicizie ovunque. Dato che le sue opinioni e speculazioni saranno molto differenti da quelle del resto degli esseri umani, è evidente che egli finirebbe per venire considerato come un matto. O condizione orribilmente dolorosa! Neanche all’inferno si potrebbe inventare una tortura più grave di quella di venire accusato di una debolezza enorme dietro l’evidenza di essere enormemente forte». (Edgar Allan Poe, 1849) [*]

 

Julio Cortázar (1914-1984) riportava questo brano, tratto da Marginalia LXXXIII, nella prefazione a un’edizione francese dei Racconti straordinari (Gallimard, 1973); la prefazione venne tradotta in francese da Laure Guille Bataillon (in suo onore, ogni anno le città di Nantes e Saint Nazaire premiano con diecimila euro la migliore traduzione al francese di un’opera letteraria scritta in un’altra lingua, anche il latino va bene); a questo punto della sua vita, Cortázar aveva a suo favore una brillante carriera letteraria oltre, sperimentando nei suoi racconti brevi con l’eredità, squisitamente europea, del romanzo; si è soliti riconoscere l’apice di questo sforzo in Rayuela (1963; trad. it. di Flaviarosa Rossini, 1969), un’opera che condensa l’intero universo creativo dello scrittore argentino nato in Belgio ed auto-esiliatosi in Francia.

 

La maturità quasi sempre è il momento giusto per capire veramente la concezione che un autore letterario ha del proprio mestiere; dopo una lunga carriera, accanto agli scritti di uno scrittore, prendono un posto degno di attenzione le sue letture. Verso gli ultimi anni, Cortázar inizia ad accettare gli inviti a tenere conferenze e lezioni di letteratura, in cui inizia ad aprire delle fenditure attraverso le quali guardare nel suo immaginario (in italiano sono state pubblicate recentemente le Lezioni di letteratura, Einaudi, 2014); qualche anno prima di morire, regala ad Ana María Barrenechea i manoscritti che dopo sarebbero stati pubblicati come il Cuaderno de bitácora de Rayuela (1983), i pre-testi del suo capolavoro. Negli ultimi anni, il nostro autore aveva iniziato a scoprire le carte, ma soltanto per confondere coloro che potevano prendere quel segno come una fine del gioco, come un esaurirsi delle proposte innovative. Ed ecco che nel 1979 comparve Lucas.

 

Gli anni Settanta sono, nella biografia di Cortázar, gli anni in cui sentì l’obbligo di scendere a patti con la difficile realtà che lo circondava. Se nel decennio precedente la cosa che aveva entusiasmato di più lo scrittore era la grande fortuna che i suoi libri

riscontravano fra i giovani latinoamericani, gli ultimi dieci anni di vita lo videro testimone della feroce repressione dei governi militari in Sudamerica. Banzer, Bordaberry, Garrastazu, Morales Bermúdez, Pinochet, Stroessner, Videla: insomma, non precisamente Medici senza frontiere. Bisogna tenere conto, comunque, dell’elevato numero di giovani che vennero coinvolti in queste dinamiche di carnefici e vittime, una vera e propria questione generazionale (come si può evincere nei film di Marco Bechis incentrati sul periodo della dittatura militare argentina). Tutto questo doveva necessariamente colpire uno scrittore che solitamente non scriveva romanzi, e quei pochi che scriveva eccedevano di gran lunga la magra etichetta di genere letterario che si suole chiamare “romanzo”.

 

Certo, se si pensa che maturare sia una questione lineare ed unidirezionale, la cosa logica sarebbe aspettarsi che un poeta col tempo scriva migliori poesie, che un romanziere scriva migliori romanzi, che un giornalista produca migliori servizi giornalistici e così via. Oppure, che facciano tutti peggio, ma la tendenza deve essere comunque riscontrabile. Ma per un autore come Cortázar, che non si orienta in mezzo a generi letterari, torna più utile parlare (per usare le sue parole) di una progressiva convergenza del politico e del letterario. Questa convergenza traspare nel sempre più raffinato stile cortazariano.

 

Un certo Lucas ha una composizione strana, infatti: non assomiglia a un romanzo, non assomiglia nemmeno a una raccolta di racconti, ed è costellato di ritmo e di poesia; i testi che compongono Lucas sono sostanzialmente brevi esercizi di prosa che difficilmente potrebbero essere tenuti insieme sotto il concetto di “libro”: alcuni sono episodi quotidiani, alcuni sono ricordi (più o meno precisi), altri sono monologhi, altri sono frammenti di scritti del “protagonista” (chiunque sia costui), alcuni addirittura sono pezzi che sono stati lasciati fuori dalla stesura finale e che oggi i ragazzi di SUR ci consegnano in questa traduzione di Ilide Carmignani. In fondo, Lucas non è nemmeno quello che uno potrebbe chiamare un “personaggio letterario”, anzi, si tratta di un soggetto alquanto particolare. C’è un motivo per il quale siamo partiti da Poe: quel Préface del 1973 è un buon inizio per tracciare gli itinerari della convergenza di cui parlavamo prima. Confrontandosi con Poe, nello specifico, con il suo modo di creare personaggi, Cortázar vuole in realtà confrontarsi con le questioni della mitopoiesi e del fantastico: la creazione di un personaggio letterario non può prescindere dalla creazione di un universo in cui inserire il personaggio in questione, e questa inserzione è lo spazio in cui il fantastico può prendere forma. Cortázar propone, verso la fine della sua carriera, uno spunto delizioso per pensare alla fatica di creare dei fantastici personaggi letterari.

 

Nella maturità, premeva come sempre l’inserzione di un personaggio letterario, ma non più in un universo creato dall’autore: era giunto il momento di parlare della realtà. In questa nuova fase, «i racconti di Cortázar presentano gli avvenimenti come visti da prospettive altamente soggettive e questionabili che costringono il lettore ad esercitare una propia attività critica, allo scrutinio di una verità che non è mai completamente data. Gli stessi avvenimenti sfuggono alla storia dei grandi nomi, dalla quale si nutre il registro ufficiale; viene presentata invece la storia interiore degli esseri correnti, delle vittime e dei carnefici in un momento limite» (Santiago Juan Navarro, Postmodernismo y metaficción historiográfica. Una perspectiva interamericana, 2002; p. 165). Lucas è la soggettività dello scrittore ultrasessantenne e testimone di quegli anni. Non ha una vera e propria storia personale (diremmo, “da personaggio”), ma ci viene presentato piuttosto come un montaggio dei suoi episodi biografici e della sua produzione scritta: un’immagine montata dell’intreccio fra biografia e scrittura come vita.

 

Non è una convergenza casuale se parliamo di “montaggio”. Il nostro suggerimento infatti è quello di tenere in considerazione le parole del regista russo Sergej Ejzenstein, quando scriveva nel 1938 «che ciascun pezzo di montaggio non esiste più come qualcosa di irrelato, ma costituisce una rappresentazione parziale del complessivo tema unitario che attraversa coerentemente tutti i pezzi» (Il montaggio, Marsilio, 1992). Non assomiglia a una biografia di uno scrittore, non assomiglia nemmeno ad uno scritto sulla letteratura a titolo personale, a suo modo Un certo Lucas è qualcosa in più.

 

«Per dire, io penso di aver scritto qualcosa come cinquanta o sessanta racconti e non ce n’è uno solo che io possa considerare un racconto felice o un racconto allegro; tutti sono tragici, alcuni sono terrificanti; in ogni caso, tutti sono drammatici; il fantastico scatena sempre, come è il caso di Edgar Allan Poe, la fatalità, la morte, la moltiplicazione di codesti fatti che si concludono sempre con il negativo, con il nulla, con la disgrazia»: così diceva lo scrittore a Sara Castro Klaren in un’intervista dal titolo significativo, Julio Cortázar, lector (1980), per offrire un termine di paragone chiaro con cui distinguere la propria concezione della mitopoiesi. Gli individui di Poe vengono schiacciati dal mondo che li circonda, mondo fantastico accuratamente costruito dall’intelletto di gran lunga superiore del maestro bostoniano; Lucas invece attira verso di sé il fantastico, trasforma in un pre-testo per far comparire le istanze fantastiche lo sfasamento che c’è fra lui e i suoi contemporanei insensibili: per lui, non deve trattarsi necessariamente di una horribly painful condition, ma di un’opportunità che si presenta allo scrittore per passare oltre (cfr. volume recensito, p. 59) i soliti compromessi che la realtà costringe a osservare: nessuno deve venire schiacciato, si tratta di accettare che la letteratura riguarda non la realtà ma ciò che di scritto, letto e raccontato mettiamo sulla realtà. 

 

[*] «I have sometimes amused myself by endeavoring to fancy what would be the fate of any individual gifted, or rather accursed, with an intellect very far superior to that of his race. Of course, he would be conscious of his superiority; nor could he (if otherwise constituted as man is) help manifesting his consciousness. Thus he would make himself enemies at all points. And since his opinions and speculations would widely differ from those of all mankind – that he would be considered a madman, is evident. How horribly painful such a condition! Hell could invent no greater torture than that of being charged with abnormal weakness on account of being abnormally strong».