Il silenzio del lottatore

Rossella Milone

IL SILENZIO DEL LOTTATORE

Roma, Minimum Fax, 2015

pp.226, € 14,00

ISBN 8875216746

 

di Edoardo Bassetti

 

«Non lo sapevo cosa aveva nella testa, ma nelle mani e nel corpo aveva qualcosa che io riconoscevo come mio, qualcosa di mio che ora era suo» (p.161).

 

È questa la miglior chiave di lettura che Rossella Milone ci fornisce all’interno della sua opera, un periodo che illumina tutto il testo circostante: solo quando il suo silenzio si fa realmente assoluto, il lottatore riesce a cogliere il linguaggio del proprio corpo, il più vero e spontaneo mezzo di comunicazione. Solo quando il corpo è lasciato libero di esprimersi, veramente senza alcuna riserva razionale, riesce a raggiungere un livello di espressività superiore. Veicolo di questa corporeità materiale è una scrittura percettiva, sensoriale, che indaga affondo gli impulsi, le reazioni, e le inconsce tensioni dell’essere umano.

 

Ne Il silenzio del lottatore non troviamo mai una fisicità fine a se stessa, bensì una corporeità che è punto d’accesso a qualcosa d’altro, a quell’entusiasmo sfrenato che è più alta e pura espressione della nostra personalità. Rossella Milone lascia che i suoi personaggi vivano fino in fondo l’ebbrezza della voluttà, fino all’ultimo ballo, fino all’ultima nota, fino all’ultimo ansimo; la sua prosa estremamente tenace e disincantata non si piega ad alcun moralismo e, racconto dopo racconto, non fa altro che dire “sì” alla vita ma con l’effetto complementare di mettere a nudo la durezza e la sofferenza dell’esistenza. Tutto questo senza ricorrere mai ad eufemismi stilistici che ne leniscano il dolore: la convivenza di opposte tensioni è intrinseca all’uomo; ben consapevole di ciò, l’autrice non ha paura di confrontarsi con le incomprensibile irrazionalità delle vicende umane, accettandole e narrandole senza remore di alcuna sorta.

 

«Erminia ballava il charleston» (p.7). Un incipit ex abrupto che ci proietta in un orizzonte d’attesa estremamente fisico, lucido, carnale. Uno dei principali leitmotiv de Il silenzio del lottatore è significativamente la danza, il più ancestrale ed irresistibile e sensuale linguaggio vitale: questo è uno dei pochi fili conduttori che riesce ad unire le maglie indipendenti dei vari racconti che compongono l’opera. Nonostante siano innumerevoli gli esempi in cui la letteratura viene a contatto con la musica ed il ballo, abbiamo deciso di proporvene uno in particolare: la canzone popolare irlandese che evoca nella mente di Gretta il ricordo del suo primo amore, un ragazzo morto a diciassette anni, nel racconto The Dead, ultimo della raccolta Dubliners di James Joyce (trad. it. Mattioli 1885, 2012). L’episodio è molto famoso (nel 1987 uscì la versione cinematografica, regia di John Huston, con Anjelica Huston e Donal Donnelly) e potrebbe essere, a ben vedere, ispirazione del quinto racconto di questa raccolta, Questioni di spazio: è proprio un ballo celtico che induce la protagonista a lasciare il suo compagno Pietro; la donna, danzando, si invaghisce del suo sconosciuto ballerino, realizzando improvvisamente, come in una vera e propria epifania, l’inconsistenza della relazione con Pietro.

 

Non è nostra intensione fornirvi ora una panoramica generale dei sei racconti, vorremmo piuttosto focalizzare l’attenzione su un racconto, e più precisamente su un personaggio, che l’autrice delinea in maniera differente rispetto a tutti gli altri: “Don Alfonso” del quarto racconto intitolato Luccicanza. Un pescatore dipinto con tinte calde, decisamente lontane da quelle asettiche e sterili degli altri personaggi. Un uomo che preserva ancora una nobiltà d’animo che lo rende portavoce dei valori di un mondo arcaico, diverso dall’epoca culturale in cui tutti gli altri personaggi dell’opera si riconoscono.

 

Il racconto si apre con l’avvenuta rottura fra la protagonista ed il suo compagno “Leo”, che convivevano ormai nella stessa casa. In un filone narrativo parallelo emerge intanto la figura di Don Alfonso che nel corso del tempo era diventato, vendendo il pesce proprio sotto la casa della donna, suo fidato confidente; non è poi così difficile scovare nella sua figura un neppur troppo celato rimando a Giovanni Verga. Don Alfonso è infatti, potremmo dire, un “Patron ‘Ntoni” declinato al napoletano: proprio come il personaggio verghiano, Alfonso si esprime laconicamente, con un’antica e forse ingenua sapienza popolare, in nome dei valori della tradizione e del focolare domestico. Sono le sue poche parole a fornirci la chiave di lettura dell’intero racconto: in una sorta di profezia, parlando alla protagonista, Don Alfonso definisce la “luccicanza” come una sorta di bagliore notturno che lo ossessiona, «quell’ammuina che si ammassa nelle ossa, dentro la testa, e pure nelle mura e nelle case. Tutta quella roba che non vediamo ma che non ci fa dormire la notte» (pp.106-107, corsivi nostri). Di tutto ciò l’interlocutrice è divenuta, improvvisamente, orfana; destabilizzata dalla recente separazione con il partner, essa realizzerà solo molto più tardi l’importanza di quelle parole, quando, per la precisione, arriverà a dire: «la casa ritornava a torturarmi senza pietà, con un’energia potentissima – con tutta quella luccicanza che era rimasta intrappolata nelle pareti» (p.133, corsivi nostri).

 

L’autrice presuppone ora che il suo lettore torni sui propri passi: quelle battute iniziali di Don Alfonso, piuttosto stravaganti in apparenza, divengono ora, alla luce delle ultime della protagonista, il fulcro di tutta la narrazione. È proprio nell’edificio domestico, nella casa (come la “Casa del Nespolo” per i Malavoglia), che vengono a cristallizzarsi quei valori che separano insolubilmente Don Alfonso dalla protagonista; se per il pescatore le mura domestiche sono un porto accogliente, sicuro, stabile, per la protagonista invece rappresentano l’acuirsi, il riaffiorare di quell’inquietudine interiore che la tormenta. Infatti, se da un lato la crisi fra Don Alfonso e sua moglie, dovuta alla malattia di quest’ultima, giungerà se non ad una soluzione perlomeno ad un equilibrio, dall’altro la protagonista non riuscirà a ricomporre l’irreparabile rottura: nonostante ritorni da Leo dopo numerose ed insoddisfacenti esperienze sessuali con altri uomini, raggiungendolo una sera nella sua nuova casa, essa non riuscirà più a provare quelle sensazioni che aveva vissuto in passato, quella luccicanza che era invece rimasta intrappolata nelle pareti che avevano condiviso nella vecchia casa.

 

Prima ancora di ogni possibile commento, di ogni interpretazione de Il silenzio del lottatore, occorre innanzi tutto tenere presente un fatto di estrema importanza: l’autrice non ha voluto scrivere un romanzo, e ostinarsi a scorgerne uno è il peggior errore che il lettore possa commettere. Invece, ha voluto scrivere dei racconti e come tali siamo chiamati a leggerli. Un monito alla tradizione letteraria italiana che troppo spesso fa del racconto un genere minore, nonostante i suoi numerosi e validi interpreti: infatti, oltre che dai modelli stranieri (Alice Munro, Anton Čechov, Katherine Mansfield), la scrittura di Milone muove soprattutto da un’autrice italiana ancora oggi troppo poco conosciuta: Anna Maria Ortese.

 

In aggiunta alla comune origine napoletana, Milone è legata a questa scrittrice, oltre che per la prosa disincantata di cui dicevamo all’inizio, per la continua ricerca di una durezza di fondo che si nasconde dietro la fragile stabilità del quotidiano. Una scrittura critica, non complice, non patetica, che mette a nudo le profonde incoerenze che caratterizzano le nostre esistenze. Condividiamo ora con voi un breve brano tratto da Il mare non bagna Napoli (1953), raccolta di racconti che le valse il Premio Viareggio; queste parole sembrano cogliere esattamente quella contrapposizione che abbiamo riscontrato in Luccicanza, tra la stabilità delle mura domestiche e l’inquietudine di chi le abita: «pareva proprio che la grande Casa tremasse continuamente, in modo impercettibile, come per una frana interna, un'angoscia e un dissolversi di tutta la materia umana che la componeva» (Il mare non bagna Napoli, Adelphi, 2008; p. 176).

 

Nell’esperienza personale di Rossella Milone, la difesa del racconto come genere letterario non si limita al solo impegno artistico letterario; essa è infatti anche fondatrice e collaboratrice di Cattedrale, un progetto che intende monitorare, promuovere e sostenere il racconto come forma letteraria, valorizzandone i nuovi e giovani interpreti. In questa prospettiva, potremmo scorgere ne Il silenzio del lottatore un invito, una sorta di call for papers a rivendicare l’identità e la legittimità del racconto in quanto tale.