MasterChef e la filosofia. Una nota sul mondo reale, sperimentale.

 di Edoardo D'Elia

 

Chi guarda MasterChef non sa cucinare. O forse era: chi sa cucinare non guarda MasterChef. In ogni caso, cucinare e MasterChef non hanno nulla in comune. Vero mamma?

“Tu sei pazzo!”

 

Quest’anno c’è un filosofo tra i concorrenti, Giovanni, che è il perfetto stereotipo del dottorando in filosofia: pochi capelli, occhiali brutti, un principio di logorrea e l’espressione di uno da cui vi aspettate sempre che conosca i retroscena di ogni conflitto internazionale, ma mai che vi porti delle ragazze a una festa. 

Al primo giro ha tentato di riprodurre la filosofia di Camus in un piatto: l’assurdo, il non senso, la morale del limite e l’equilibrio tra apollineo e dionisiaco: tutto in un piatto. Canavacciuolo gli ha detto: “Se il piatto è buono, allora si può parlare di filosofia. Tu sei venuto qua davanti a quattro giudici, parli, parli e mi presenti un piattino del ca∞o davanti”. Povero Camus.

 

Poi, in ordine, è stato il turno di Plotino, con l’Uno al centro del piatto e il molteplice a decorare, e di Nietzsche, con il piatto intitolato “Come si diventa ciò che si è”, che avrebbe fatto esclamare a Barbieri “Ecce Mappazzone!”, se solo avesse colto il rimando.

 

Ieri sera invece ha voluto esagerare scomodando due pezzi grossi per un solo piatto. Con “Quando Lucio Fontana incontra Schopenhauer” ha detto che la crema di parmigiano e yogurt, che copriva un tuorlo d’uovo, era sia una tela del pittore italo-argentino, sia il velo di Maya del filosofo tedesco, da squarciare insieme con una sacra forchettata per svelare l’essenza della vita. In breve, Schopenhauer diceva di squarciare il velo, Lucio Fontana ha squarciato la tela, Giovanni sotto il velo ci ha messo il tuorlo d’uovo. Ai giudici è piaciuto tantissimo per l’impiattamento (che parola orribile!) e per il gusto; a noi piace per la metafora, forse involontaria, per cui l’essenza della vita, in fondo, puzzerà sicuramente un po’ d’uovo. È per questo che ci sono le apparenze, i veli di seta, le tende di broccato e i vestiti di marca: non è così sicuro che dietro sia meglio. 

 

Ad ogni modo, essenza o apparenza che sia, non si capisce che ruolo abbia nel mondo uno che sa fare una crema di parmigiano, yogurt e menta con tuorlo d’uovo, bieta saltata, cicerchie tostate e pistacchi. Se vuoi intraprendere una carriera da cuoco per servirlo in un ristorante, non cominci di certo da MasterChef; se lo servi a casa ai tuoi amici, li lasci pieni di perplessità e fame.

 

Insomma, chi sa cucinare non va a MasterChef. O forse era: non devi saper cucinare per andare a MasterChef. L’obiettivo è l’intrattenimento, non la cucina: se dici o fai qualcosa che tiene incollato lo spettatore, poi puoi anche sbagliare la pasta al burro. “È lo show business, bellezza!”, come sicuramente avrà pensato almeno una volta, ma senza dirlo, Bertolt Brecht (citato anch’egli, nel confessionale). Ma almeno Giovanni ci intrattiene con qualche narrazione, seppur azzardata, invece che con le lacrime. 

 

Rimane da capire se anche solo citare questi nomi in un programma così popolare possa essere proficuo. Come quelli che scoprono le canzoni originali solo dopo che hanno ascoltato un remix, magari qualcuno si andrà ad ascoltare Beethoven dopo aver visto i ravioli ripassati nel burro agli scampi, impiattati per riprodurre le prime note della Sinfonia n° 5. Chissà.

 

Di sicuro c’è che se tutto il tempo passato davanti a MasterChef (e affini) uno lo passasse a cucinare, mangeremmo tutti meglio; e quindi ameremmo, dormiremmo e lavoreremmo tutti meglio. Sì, è una diretta conseguenza — filosoficamente provata.

Perché se mi parli sempre di MasterChef e poi mi presenti un piattino del ca∞o davanti, allora sì che il mondo è assurdo e senza senso.

 

Chi guarda MasterChef, non ha tempo per cucinare; chi non cucina, mangia male; chi mangia male, vive male. Ergo: chi guarda MasterChef, vive male. 

Sofocle diceva che sarebbe stato meglio non esser nati; e ai suoi tempi non davano MasterChef. Ormai è tardi, comunque, siamo già vivi; ma voglio dirvi che io, come Harry*, non volevo uscire, ho lottato per rimanere dentro. Vero mamma?

 

“Tu sei pazzo!”.

 

 

*Harry a pezzi, di Woody Allen (1997)