CORREZIONE DI BOZZE IN ALTA PROVENZA

Julio Cortázar

CORREZIONE DI BOZZE IN ALTA PROVENZA

Roma, Sur, 2015

pp. 60, € 7,00

ISBN 9788897505624

 

di Paulo Fernando Lévano

 

 

Cara Octavia,

 

innanzitutto ti ripropongo la stessa introduzione epistolare di sempre, gonfia di saluti per te e di entusiasmo per il servizio di posta elettronica che ci permette di tener su questa allegra conversazione a distanza. Ho sempre ritenuto che la distanza sia proprio quello che dà un certo ritmo alle nostre conversazioni, che invece mi sembra perdano tantissimo quando si svolgono tête a tête, quando permettiamo che il whisky apra quella botola attraverso la quale spuntano gli argomenti seri che ci obbligano a consegnare il telecomando e a ridurre il mondo a quello che il Tg ci offre nel dopocena, come sottofondo per l’amaro e la digestione delle ottime pizze fatte in casa che vegetarianamente farcisci per me.

 

Riprendiamo il filo del discorso? A volte non so se avere una buona memoria sia qualcosa di opportuno, oppure sia il polmone artificiale che tiene vive inutili discussioni che, se non le stuzzichi un po’ con l’esercizio della memoria, seguono il loro normale corso di apoptosi e voilà che non si ripresentano più ad arginare le conversazioni quotidiane. L’ultima volta mi avevi detto di essere rimasta soddisfatta di aver pagato quei sette euro di contributo “volontario” per andare a vedere Munich [1] al cineforum, quello dove leggono Vallejo e proiettano film d’essai mentre uno adempie ai propri compiti come persona pubblica e aperitivante davanti al prossimo (pubblico e aperitivante pure lui). Anzi: avresti pure pagato altri sette euro se avessero messo su un happening così bene organizzato e avessero proiettato, tipo, Munich 2: la vendetta, se non ricordo male, avresti addirittura diviso in due parti il film per aggiustare la storia al tuo progetto pubblicitario (le tue uscite sono geniali, veramente, sembra che vengano con la segnaletica stradale compresa).

 

Fatto non da poco: l’ultima volta che ci siamo incontrati, mi dicevi anche di essere

appena tornata dalle bancherelle di Piazza XX Settembre, emozionatissima poiché finalmente potevi vantarti di avere nella tua biblioteca quella sfuggente traduzione italiana di Bebuquin di Einstein [2] (e soltanto uno rozzo come me poteva pensare che si trattasse di una qualche opera minore del fisico, ahimé). Vedi, non capisco i tuoi investimenti: punti i soldi su film inesistenti e su libri vecchi, cerchi di far capire che il tuo gusto non è soltanto pronto a tutto, sempre, ma che lo tieni perfettamente sotto controllo (ed io questo non lo direi proprio, cara). Non capisci forse che ci sarà pure un motivo per cui i film non vengono girati e per cui alcuni libri non vengono ristampati; questo per quanto riguarda le cose che non capisci tu: io invece

non capisco proprio i motivi per comprare un’edizione più vecchia di un libro ristampato di recente.

 

Sono passati qualcosa come tre anni da quando ci siamo visti a Campagnola, alla

sagra del cicciolo d’oro [3], e allora già ti sconsigliavo il realismo a effetti speciali di

Hollywood, ma tu insistevi con quel punto che io trovavo (trovo ancora) odioso: questi

qui sono tipi con una certa visibilità, è solo un bene che si dedichino a temi seri

(altrimenti conosciuti, nel tuo tesauro allucinante, come “vicende storiche”) allorché,

di quando in quando, smettono di dedicarsi ai dinosauri, agli squali assassini e agli

alieni che vengono da altre galassie ma rispecchiano non si sa come i buoni sentimenti

di un bambino terricola e per giunta un po’ disadattato. Mi avevi quasi convinto con il

tuo entusiasmo, quello che Einstein ti faceva provare (nonostante non si trattasse

dell’Einstein che riuscì a scamparsela dai nazisti) quando parlava dei “critici

dell’Arsch” del suo tempo, che s’impigliavano in dibattiti tecnici sulla bellezza. Siamo

d’accordo tutti e tre (Einstein compreso, Albert escluso) che la bellezza non è altro che

una burocrazia delle emozioni, una sorta di falsariga sulla quale tutti cerchiamo di

collocare molto elegantemente i nostri giudizi di valore, una sorta di minimo-comunedenominatore-senza-opera-d’arte che tutti dobbiamo dimostrare di possedere per

potere avere successivamente a che fare con un’opera d’arte vera e propria. Se ti

proponevi come punta della lancia nell’offensiva contro questi critici, contro queste

assurdità, io sarei stato volentieri il Terence Hill della tua avventura intellettuale

budspenceriana.

 

Proprio come quella volta in cui ti ho chiesto se mi amavi e hai risposto di no, mi vieni

a deludere proprio sulle possibilità del futuro. Sarebbe molto meglio se il tuo progetto di serata dipendesse meno dai cineforum e meno dalle bancherelle di libri vecchi (a qualcosa serviranno le biblioteche, no?) e più dal fare acquisti intelligenti: prendi quei sette euro e vai a comprarti la Correzione di bozze in Alta Provenza che i ragazzi di Sur hanno messo in circolazione. Sette euro, hai capito? Non stiamo parlando dei prezzi che ti sparano gli eredi di Julius Springer, ma del resto non ci sarebbero nemmeno le illustrazioni interessanti, quindi mi sembra che il rapporto qualità-prezzo viene fuori intatto e pulito, come la tua carta dopo che ti hanno fatto un trucco con le carte. Se ti balena in testa di chiedermi come mai ficco così impunemente il naso in quelli che, a titolo pieno, sono affari tuoi, devo citare proprio te quando, a tua volta, mi dicevi con le parole del Marchese di Sade che i romanzi “servono a dipingervi così come siete, orgogliosi individui che volete sottrarvi al pennello perché ne temete i risultati”, poi hai preso un pugno di taralli e hai sorseggiato un po’ di primitivo (quello che aveva portato Edoardo, ringraziando il soffitto (ma pensando all’ultimo videoclip di Ernest Diotallevi) e subito dopo hai continuato: “il pennello del romanzo coglie l’uomo nella sua interiorità... lo sorprende quando abbandona la maschera del suo orgoglio e delle sue ambizioni, e lo schizzo che viene fuori, molto più interessante, è al contempo ben più vero” [4].

 

Proprio tu, con queste parole illustri citate quasi a memoria, vuoi dirmi che non pensi

di spenderli questi sette euro? Devi abbandonare la supposizione che questo mio

suggerimento provenga da qualche sciovinismo geografico, da qualche mia convinzione

incontrovertibile secondo la quale un latinoamericano sia naturalmente migliore

scrittore di un europeo (del resto, uno non si sceglie il posto di nascita), poiché ti parlo

da lettore a lettrice come se tutti quelli a cui piace leggere provenissimo da un qualche

posto che non sta qui sulla terra. Sul serio, quale delle due pensi che possa avere la

meglio come proposta letteraria? Venire proiettata introspettivamente nella psicologia

dei Mossad che dovettero uccidere tutti gli arabi terroristi? Oppure, venire buttata in te

stessa come se tu fossi davvero vissuta nel momento in cui tutti ascoltarono sulla radio

gli avvenimenti delle Olimpiadi di Monaco in tempo reale? Ti spacciano la possibilità

di spacciarti come una spettatrice che può “comprendere” quello che accadde con i

personaggi veri ed esistiti, attraverso quello che il regista “sa”, e tu ci caschi? Manco

la panetta di legno alla Montagnola, su!

 

Non pensi che sia esattamente l’opposto di quello che suggeriva il Marchese? Levarci

la maschera, non permettere a versioni idealizzate di noi stessi di esprimersi facendo le

nostre veci; illustrare come, da quello che noi sappiamo, si può arrivare a una

comprensione, invece di presupporre quello che dovrebbe comprendersi per poi

prostituire la scrittura ai fini di quello che sappiamo: forse così, messa in questi

termini, capirai la mia recensione così cattiva su quel filmaccio, che mi voleva

trasmettere scandalo e sdegno ex auctoritate, quando allo stesso tempo cercava di

nascondermi i veri motivi di scandalo e sdegno. Per fortuna che, per la modica cifra di

sette euro, ho trovato lo stesso spirito rispecchiato nella piuma di uno scrittore così

squisito come Cortázar:

 

«Come non vomitare di fronte a coloro che piangevano sul microfono per un atteggiamento che interrompeva brutalmente la tregua, la pace delle Olimpiadi in quei giorni in cui i paesi dimenticano le differenze e i dissapori [o almeno così trasmettevano sulla radio]. Tregua, dimenticare i dissapori? Bisogna essere un miserabile per articolare una frase del genere, ci vuole cinismo per scaricare senza la minima remora la colpa del terrorismo e del sangue versato sui gruppi e i commando che lo portano a termine; ma la macchina funziona bene, rapidamente si battono i tasti della sensibilità epidermica, e allora il genocidio quotidiano, Vietnam o Biafra, gli impiccati in Turchia o i fucilati in Iran, i vent’anni di miseria e di vergogna dei rifugiati in Palestina, lo sterminio sistematico in Guatemala, tutto ciò passa su un piano

nebuloso perché oltretutto l’uomo è un animale che si stanca, che ha bisogno di cambiare canale di informazione: e gli psicologi del sistema hanno messo a punto [proprio come temeva Thomas Szasz] un divertente diversivo e possono far leva sul conformismo, i benestanti piccoloborghesi e operai e contadini [quelli Europei, ovviamente] che si accucciano spaventati al minimo tremore del pavimento, per non parlare della linea riformista che addirittura si approfitta di quest’insediarsi nell’aurea mediocritas per condannare ogni forma di violenza?» [5].

 

 Insomma, la cosa che non riesco a farti cogliere del mio fastidio è che la tua sincera

 costernazione per i fatti di Monaco non riesce a nascondere tutta la disonestà che

 rilascia il tuo esserne venuta a conoscenza attraverso un film (per giunta, un

 blockbuster). Ma, dopo averci scritto su una lettera, è inutile che faccia come se di

 questo fastidio non me ne fossi fatto nulla. Penso di poter dichiare bene investito l’euro

e mezzo che ho pagato per questa birra, leale compagna di scrittura epistolare: todo

tiene su final, nada dura para siempre, e così come finisce la birra (e un

 giorno finiranno i privilegi), finisce pure la mia disposizione per scrivere. Spero che

qualche giorno Hera faccia uno sbaglio nei conti e tu finisca per avere due mesi di

riscaldamento autonomo gratis, questo per farti capire la grandezza della gioia con cui riceverei la notizia di poterti rivedere in qualche istanza futura. Ma fino a prova 

contraria, ti saluta alla distanza un umile servitore.

 

Per sempre tuo.

 

 

 

[1] Munich, di Steven Spielberg (2005).

[2] Bebuquin o I dilettanti del miracolo, De Donato, 1972. Anche: Le Nubi, 2006.

[3] Il Cicciolo d’Oro esiste davvero.

[4] Sade, L’Idea e altri scritti sul romanzo, Pratiche, 1981; pp. 14-15.

[5] (volume recensito, pp. 54-55).