MANUALE DELLA FINE DEL MONDO

Glauco Maria Cantarella

MANUALE DELLA FINE DEL MONDO. Il travaglio dell’Europa medievale 

Torino, Einaudi, 2015

pp. 350, € 32

ISBN 9788806218270

 

di Matteo Ogliari

 

 

«Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi» (Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Feltrinelli, Milano 1960, p. 42)

 

 

Il libro di Canterella – fate attenzione! – non è un manuale. Affermazione senz’altro azzardata, soprattutto se riferita ad un libro nel cui titolo la parola “manuale” svetta prima fra tutte, facendo sorgere nel lettore le migliori aspettative su quella “fine del mondo” che in questo libro rappresenta non soltanto il tema principale ma un vero e proprio fil rouge che lega insieme eventi, personaggi e relazioni, così come la calce tiene insieme le tessere di un mosaico. Ed il libro di Cantarella è proprio questo, un mosaico finemente intarsiato, nel quale eleganza letteraria e abilità divulgativa ricamano ed incardinano tra loro i variopinti tasselli. L’insieme che ne deriva è un quadro dinamico e complesso dei cambiamenti epocali a cui la società dell’Europa medievale assistette e di cui fu, dolorosamente, protagonista. Cambiamenti forse non repentini, ma senza dubbio assai profondi.

 

«Che ne è stato dell’anno Mille? È passato, tutto qui», ci annuncia l’autore, tanto per incominciare. «Gli uomini che aspettavano la fine dei tempi sono rimasti delusi» (p.3). E tutto sommato poco importa a questo giudizio che l’invenzione dell’anno Mille si sia realizzata alcuni secoli più tardi, così come del resto l’esercizio stesso di dividere il tempo sulla base dei secoli. Il libro si presenta come “un repertorio sommario della fine del mondo”. Il mondo tuttavia non è finito, sebbene nell’arco di tempo che dalla fine dell’impero Carolingio – con la sua rinnovata unità politica, culturale e religiosa, erede brillante dell’impero Romano – conduce alle soglie di quella che amiamo definire età moderna, di cose ne sono successe. In questo periodo ben più di un mondo ha visto la sua fine. Sempre sostituiti, sempre sulla base di complesse dinamiche di continuità e cambiamento. L’Impero, il Papato, le città, le monarchie, niente è stato più come prima.

 

La particolarità e il gusto di questo libro sono chiari già a partire dall’indice, il quale presenta la scansione dell’opera sulla base di quattro cerniere, a loro volta suddivise in capitoli. Cerniera: termine quanto mai azzeccato. L’intento infatti è quello di mostrare la complessità del cambiamento e, in questo, la parallela e continua invenzione di una continuità che giustificasse e garantisse l’ordine stesso del mondo. Dalla rivalità tra Papato e Impero all'invenzione del modello di perfezione per eccellenza, la vita monastica, dalla creazione di nuove fondamentali entità territoriali, il regno normanno di Inghilterra, la Spagna ai prodromi della reconquista, il regno – ugualmente normanno – di Sicilia, che sarà l’entità territoriale di più lunga durata nella storia dell’Europa moderna. Con il XII secolo vi è ancora una grande invenzione, la città, questa nuova entità con la quale tutti, dai vescovi agli imperatori, dovettero in seguito fare i conti. L’esperienza delle città comunali tanto in Italia («La communio, nome nuovo e pessimo» [1]) quanto in contesti che penseremmo del tutto estranei, come la Castiglia della regina Urraca e di suo marito, Alfonso I il battagliero. Il diritto romano, lo strumento principe volto alla salvaguardia del diritto dei regni, divenne lo strumento più idoneo per costituire la fisionomia delle città politiche, mentre la filosofia venne inventata nuovamente e l’arte della retorica fu posta alla base dell’educazione di una nuova generazione di tecnici. Individui di umili origini, per i quali cultura, abilità e intelligenza costituivano gli unici averi; i loro servizi divennero richiestissimi da ogni stato europeo per la gestione delle proprie amministrazioni. Proprio la burocrazia fu un’altra grande invenzione del secolo XII, e la raffinatissima corte palermitana di Ruggero I di Sicilia ne fu l’esempio più luminoso.

 

Numerosissime sono le invenzioni che questo libro passa in rassegna: in Galizia due racconti quasi contemporanei, risalenti entrambi al XII secolo ma riferiti al IX, narrano di come, negli ultimi anni di vita e di impero di Carlo Magno, un cammino fatto di stelle – in alternativa: luci nei boschi in un luogo dove gli angeli solevano riunirsi – condusse al corpo nascosto di San Giacomo, condotto alla luce per ispirazione divina. Nacque così Campus Stellae, Campostella; meglio, Santiago de Compostela. «L’apostolo aveva voluto farsi trovare, e con ciò aveva voluto certificare che la storia dell’intera regione era già cambiata» (p. 66). Ma Campostella non è il celebre percorso, quello verrà inventato soltanto successivamente, per merito tanto di fattori politici, di rivalità e di alleanze, quanto di una nuova forza transnazionale che pose le sue sedi a presidio della via, cerniera la cui ricchezza e il cui modello di vita nessuno in Europa poteva a quel tempo ignorare. Mi riferisco a Cluny, la Cluny di Odilone e di Ugo di Semur, ove la perfezione della vita monastica veniva praticata nella sua forma più elevata, inarrivabile, e dove il dominus, l’abate, in virtù del centralismo del sistema cluniacense, disponeva dei beni e dell’influenza di un numero enorme di monasteri, dall’Italia alla Gallia, alla Spagna, alla Germania. E i cluniacensi erano monaci guerrieri, «cavalli da guerra del Cavaliere Celeste». La loro interpretazione ascetica ed estetica della vita contemplativa rappresentava un’enorme forza di attrazione e i rapporti che intrattenevano con famiglie regnanti, alta aristocrazia, vescovi e potenti di tutta Europa li ponevano nella condizione di essere tramite e collegamento, fatto che la Santa Sede non poté ignorare. Ai cluniacensi in seguito si opposero altri modelli, Montecassino, e poi i cistercensi. San Bernardo attaccò frontalmente Cluny, senza esclusione di colpi, e la storia cambiò nuovamente.

 

Molte altre realtà furono inventate in questi pochi secoli, e il mondo finì più di una volta. Cambiare tutto, perché nulla cambi. La cosiddetta lotta per le investiture per anni aveva fatto da sfondo ai rapporti tra Impero e Papato. Non si trattava di una questione da poco: decidere dell’investitura dei vescovi, dell’ordine dei regalia, del conferimento dell’anello e del pastorale, voleva dire assicurare la stabilità del regno. «La monarchia non è altro che un sistema convenzionale di segni. I monarchi non governano in solitudine, checché asserisca il loro appellativo. Enrico II è la sua Chiesa. Sono i suoi ecclesiastici» (p.43). Così come la struttura stessa della Chiesa era legata indissolubilmente al potere temporale. Alla fine la questione si chiuse con un concordato: nella pratica vinsero tutti, nessuno vinse, le cose rimasero esattamente com’erano, pur accontentando tutti. La frattura fu ricomposta, ma richiese il lavoro delle migliori menti d’Europa. E le invenzioni si susseguirono, alla fine del XI secolo fu il turno di inventare la Terra Santa, l’appello alla crociata lanciato da Urbano II colse un po’ tutti di sorpresa, ma consentì l’apertura di una nuova valvola di sfogo per i giovani cavalieri, e per la nobiltà modi inediti di rendere al papa il servizio feudale e di stringere tra loro rapporti e relazioni. E il papa stesso si trovò reinventato. Non più “alto sacerdote”, sempre “vescovo della prima sede”, ma – inedito, e addirittura inaudito! – unico interprete dello stato di eccezione. Unico nel mondo intero ad avere l’autorità, sulla base della norma, di poter dichiarare l’eccezione. E suoi editti non potranno più essere ignorati da individuo alcuno, neppure dal papa stesso.

 

Le storie sono ancora tante, come non citare l’arrivo dei Normanni, richiamati dai loro ducati del nord nel cuore stesso del Mediterraneo. «Sono la punizione di Dio per i peccati degli uomini; sono il flagello con cui Dio spazza la terra, sono la spada con cui Dio taglia. Sono la “crudelissima gente”. Sono maledetti. Sono i normanni» (pp. 53-54). Invitati dai signori franco-longobardi di Puglia e di Campania, preceduti dalla loro nomea di «cani da guerra», nel 1017 hanno già una propria contea, ad Ariano. Sono arrivati per restare, e infatti non se ne andranno. «Anzi, i loro signori, o quelli che pensano di esserlo, ne chiameranno ancora altri, e poi altri, e altri ancora, fino a rendersi conto troppo tardi che hanno riscaldato in seno l’uovo del serpente. L’uovo si schiuderà negli anni Trenta e Quaranta del secolo […] e il serpente sarà un’idra, sarà un’intera famiglia, quella degli Hauteville: Altavilla, in italiano. E la testa principale, più vorace, più aggressiva, ma anche più astuta, sarà Roberto: il Guiscardo. L’“astuto”, appunto» (p. 55). E dopo il Guiscardo sarà Matilde, Matilde di Canossa. Tutti, dall’Imperatore al pontefice, dovettero fare i conti con questa donna straordinaria e alla sua morte la questione dell’eredità dei beni matildini sancì che le cose in Italia erano di nuovo cambiate. Per sempre.

 

Questa è la storia, anzi, le storie. Il pregio principale di questo libro è la sua straordinaria limpidezza e l’abilità con la quale consente al lettore di immergersi non soltanto negli avvenimenti specifici di cui tratta ma nel contesto, mostrando chiaramente la cornice, il quadro più ampio, all’interno del quale le azioni e le parole dei protagonisti assumono un senso talmente preciso da non lasciare scampo alcuno. Per l’abbondanza di protagonisti e riferimenti, per l’accuratissimo lavoro bibliografico e i continui rimandi alle fonti, Manuale della fine del mondo si qualifica come un grande saggio di storia medievale. Non per questo la sua lettura risulta preclusa – tantomeno sconsigliata! – ai non addetti ai lavori. Anzi l’esperimento tentato dall’autore, e del resto pienamente riuscito, intende trasmettere il senso, quasi il gusto, di tornare con la mente al momento in cui furono creati alcuni dei caratteri di lunghissima durata che, nell’arco di secoli, hanno determinato la nostra costituzione mentale di moderni. «E ancora non si è visto niente!» (p.90).

[1] Tratto da Guibert De Nogent, Autobiographie, a cura di E.R. Labande, Les Belles Lettres, Paris 1981, III.VII p. 320. Citato da Cantarella a p. 248.