HUMANITAS MUNDI

Hannah Arendt 

HUMANITAS MUNDI. Scritti su Karl Jaspers 

Milano, Mimesis, 2015 

pp. 102, € 12,00  

ISBN 978-88-5752-949-3

 

di Francesca De Simone 

 

Quando si parla di Hannah Arendt e del suo maestro, spesso la prima cosa che viene in mente è qualche gossip tra la ragazza ebrea di Königsberg e il vecchio nazionalsocialista della Foresta Nera, Martin Heidegger. Qui invece è di Karl Jaspers che parliamo; un maestro (forse nel senso più tradizionale del termine) con cui Arendt si è confrontata tutta la vita: prima da allieva negli studi, poi quasi da figlia nell’amicizia, poi da pari nel pensiero. Un confronto che qui si esprime in tre scritti molto diversi tra loro non solo per le occasioni per i quali sono stati prodotti, ma anche per la panoramica molto ampia che forniscono sulla figura di Jaspers, sia pensatore che uomo.

 

Il primo degli scritti, e sicuramente il più interessante dei tre, intitolato Jaspers cittadino del mondo? è del 1957 e propone una riflessione sulla possibilità e le implicazioni di uno stato mondiale, che già Jaspers aveva esposto nel suo Origine e senso della storia (1949). 

La riflessione arendtiana parte dalla considerazione di cosa abbia significato realmente l’impegno di Jaspers nella filosofia, di cosa egli abbia sempre testimoniato: «Il principio stesso è la comunicazione; la verità che mai può essere intesa come un aspetto dogmatico, appare come sostanza “esistenziale” chiarita e articolata dalla ragione, comunicandosi essa stessa e appellandosi all’esistenza razionale dell’altro, comprensiva e capace di comprendere qualunque altra cosa». (p.73) Questa è l’idea centrale del pensiero di Jaspers, l’idea che la verità e la comunicazione non siano né due cose diverse né due momenti distinti ma che la comunicazione, cioè la condivisione con altri, sia estrinsecazione della verità nel momento stesso in cui è messa in opera. Tutto ciò, come sottolinea Arendt, è un’idea che si è declinata da sempre in tutti i lavori jaspersiani, a partire dalla Psicologia delle visioni del mondo (1919), che proprio nell’ambito della psicologia si opponeva al dogmatismo proponendo l’incontro comprensivo anziché quello diagnostico. La produzione di Jaspers allora si muove contro quell’ideale che vede nella solitudine e nella difficoltà di comunicazione del pensatore un indice della grandezza e dell’importanza del suo pensiero; quell’ideale che nel corso del tempo ha allontanato i molti dalla filosofia per avvicinarli all’ideale scientifico, magari poco chiaro quanto quello filosofico, ma chiaramente più utile.

 

Una filosofia come quella di Jaspers che identifica verità e comunicazione può diventare allora una filosofia dell’umanità, che riesca a risolvere il dilemma della scelta tra una storia nazionale di ogni popolo e quella di una storia universale in cui vengano appiattite e quindi eliminate le singole peculiarità: «Questa filosofia non abolirà – nemmeno criticherà – i grandi sistemi filosofici del passato in India, in Cina, in Occidente; li svuoterà invece delle loro dogmatiche pretese metafisiche, li scioglierà, se possibile, in processi di pensiero che si incontrano e si incrociano, comunicano l’uno con l’altro e conservano alla fine soltanto ciò che è universalmente comunicativo» (p.79). Qui, il passaggio più interessante è quello per cui questa filosofia dell’umanità muove verso una storia dell’umanità che possa comprendere come la politica non sia ad un livello inferiore rispetto alla filosofia, e che porti alla formazione di una sorta di unità del genere umano. Come l’aveva definita Kant, una vera storia cosmopolitica. La differenza che però ci preme sottolineare rispetto al saggio kantiano del 1784, Idee per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico ed. it. in I.Kant, Scritti di storia, politica e diritto, Laterza, Bari, 2006, è che in alcun modo Jaspers mantiene quel fatalismo e quell’idea di provvidenza che dovrebbe realizzare la comunione tra gli uomini, anzi sprona all’azione, evidenziando così anche la sua influenza sull’elaborazione arendtiana della teoria espressa in Vita activa (1958); questa riflessione che si è trasformata nella speranza di realizzare un ordine mondiale che porti anche all’eliminazione delle guerre, dimostra perfettamente quello che Arendt in fondo ci vuole raccontare di Jaspers in tutti e tre gli scritti che compongono il volume.

 

Il secondo saggio potremmo definirlo come l’applicazione di ciò che di Jaspers è stato messo in luce prima: è una premessa che Arendt scrive per il testo jaspersiano Il futuro della Germania (1967) in cui quell’ideale di spazio politico di condivisione e confronto si applica alla discussione del caso specifico della politica nella Germania di Adenauer per la quale Jaspers aveva nutrito delle aspettative che nel corso degli anni ’60 erano state totalmente disilluse: Adenauer era una calamità per la Germania proprio perché stava impedendo la realizzazione di un’autentica libertà politica e lentamente scivolava verso la dittatura. Arendt riprende le posizioni jaspersiane e definisce il testo del ’67 «il politicamente più importante libro apparso in Germania dopo la Seconda Guerra Mondiale» (p.85).

 

Il terzo e ultimo saggio, scritto in occasione dell’ottantacinquesimo compleanno di Jaspers nel 1968, descrive la vita di questi come un esempio di coerenza e di dialogo col mondo. Ciò che Arendt pensa del suo maestro, ciò che le ha lasciato e ciò che ha significato in toto la sua vita, viene però da lei esplicitato molto più chiaramente in un’altra occasione, che ci permettiamo di citare perché in continuità con quest’ultimo scritto. Nella Laudatio a Karl Jaspers del 1958 (pronunciata in occasione del conferimento a Jaspers del Premio per la pace dei librai tedeschi) Arendt dice: «Il pensiero di Jaspers è spaziale, poiché in sé resta sempre riferito al mondo e agli uomini; non perché sia legato ad uno spazio esistente, ma al contrario perché la sua più profonda intenzione è di “creare uno spazio” nel quale l’humanitas dell’uomo può apparire pura e chiara. Essendo sempre “legato al costante pensiero di ciò che pensa l’altro”, questo pensare è allora politico anche quando tratta di questioni che non hanno nulla a che fare con la politica» (K.Jaspers-H. Arendt, Verità e umanità, Mimesis, Milano 2014, p. 70). Questo è uno dei tratti più forti che accomuna Arendt e Jaspers, l’importanza tributata allo spazio pubblico, alla politica intesa non solo come impegno politico ma come creazione di spazi di condivisione, di confronto. Una concezione che Arendt legava all’immagine dell’agorà greca, che anche per lei sarà un tema da approfondire tutta la vita, non solo nel pensiero ma in pratica, e di cui troviamo una ricostruzione dettagliatissima nell’introduzione del nostro volume.

 

Nel lungo saggio di Rosalia Peluso viene dedicato ampio spazio alla presentazione della figura di Hannah Arendt, dello sviluppo delle sue posizioni più famose, come quella sulla banalità del male o la rilettura in chiave politica della Critica del giudizio di Kant, della sua disciplina come pensatrice e della sua collocazione all’interno di un certo milieu di intellettuali del ‘900; non solo, vengono messi in luce anche gli aspetti più interessanti del rapporto tra maestro e allieva, cioè quei momenti di tensione intellettuale, di piccole incomprensioni che sono sempre le prove più attendibili di una stima sincera: la tesi di laurea di Arendt sul concetto di amore in Agostino, che Jaspers non aveva apprezzato, La questione della colpa (1946) di Jaspers, che Arendt e il marito Blücher criticheranno aspramente definendo il testo «un sermone che si presta a qualunque posizione, a quella dei vinti e a quella dei vincitori, tutti convinti della necessità di una pacificazione interiore e interna» (p. 22-23), ma che in realtà sarà uno dei capisaldi con cui Arendt si confronterà per le sue riflessioni su colpa e responsabilità, la formulazione del concetto di male radicale che Arendt aveva espresso nella sua prima grande opera Le Origini del totalitarismo e che Jaspers aveva considerato pericolosa, mettendo in guardia Arendt dalla possibilità di cadere in una demonizzazione dei colpevoli che avrebbe assolto tutti e impedito di comprendere ciò che si era consumato nel fenomeno nazista. (Per approfondire questi momenti del rapporto Arendt-Jaspers e comprendere profondamente la relazione personale tra i due, rimandiamo al Carteggio 1926-1969, ed. it. Feltrinelli, 1989, in cui ritroviamo quei botta e risposta che hanno costellato il loro rapporto).

 

Il confronto tra Arendt e Jaspers, insomma, ha permesso alla filosofia dell’una e dell’altro di procedere in un confronto che continua ancora oggi e che anzi, con il passare del tempo, diventa più fruttuoso per entrambi ma anche per noi, che li leggiamo da una situazione in cui risulta chiaro quanto quell’ideale di humanitas mundi abbia fallito e quanto, per questo, sia ancora più necessario che venga ripreso.