L’AUTOMOBILE, LA NOSTALGIA E L’INFINITO. Su Fernando Pessoa

Antonio Tabucchi

L’AUTOMOBILE, LA NOSTALGIA E L’INFINITO. Su Fernando Pessoa

Palermo, Sellerio, 2015

pp. 109, € 12,00

ISBN 9788838933219

 

di Paulo Fernando Lévano

 

Vorremmo iniziare una nuova recensione dedicata alla poesia con uno slancio adeguato dell’animo, che magari ci allontani dal nostro Federico Moccia segreto e ci avvicini di più alla qualità della piuma del grande Antonio Tabucchi. Per farlo, sosteniamo di dover parlare di automobili; iniziamo da un’automobile alquanto famosa: la Mercedes Benz di Janis Joplin.


Oh Lord, won't you buy me a Mercedes Benz? / My friends all drive Porsches, I must make amends. / Worked hard all my lifetime, no help from my friends. / So Lord, won't you buy me a Mercedes Benz? (1970)

 

Oltre a una Tv a colori e ad un’uscita notturna in città, il Signore viene sollecitato affinchè conceda alla sua serva una W114 oppure una 600 (anche se molto probabilmente, andava bene anche una Pagoda). Un’automobile doveva comparire prima o poi in quella che insistentemente ci viene spacciata come l’unica generazione di “giovani idealisti” che mai abbia lasciato impronta nei registri anagrafici di tutto l’Occidente. La velocità che cantavano futuristi e altri rappresentanti delle cosiddette avanguardie storiche, quella velocità sembrava, nel decennio delle autostrade nuove di zecca, semplice motivo di entusiasmo e serate più interessanti. Allorché comparve, la macchina era un oggetto tanto rivoluzionario quanto oggi lo sono gli smartphones: l’abbattimento delle distanze, l’essere a pari passo con la tecnologia, insomma l’essere moderni. C’era anche un che di “maledizione” nel possedere un’automobile, che si rispecchiava nella fine che fecero Svevo, Camus o Pollock. Ma ad un certo Álvaro de Campos, che invece apparteneva alla generazione di Svevo (quindi, una prima di Camus e Pollock), interessavano altri aspetti del possedere un’automobile, aspetti più psicologici che solo in un modo così sotterraneo potevano arrivare dagli alcolisti dei primi decenni a quelli degli ultimi decenni del meraviglioso secolo scorso.

 

Ordunque, l’automobile è del possessore? Il possessore è dell’automobile? Più urgente come questione: un’automobile può davvero coronare gli sforzi di una vita? Oppure (come sembra più ragionevole vederla) si tratta sempre di una cosa in prestito? Curiosamente, si parla sempre di macchine e di amici, si festeggiano i poteri d’aggregazione della Samba [1], ma “chiedere uno strappo” non sorge mai come un’alternativa per comporre un canto al Signore, sembra quasi naturale chiedere a Dio una macchina e non un mondo dove la gente dia strappi allegramente: dopo tutto, chiedere un prestito non sembra tanto poetico come “essere in prestito”. Non si prova la velocità come autostoppista, ma soltanto l’economicizzazione dei tempi di viaggio; tanto la Joplin come il de Campos (una delle molteplici persone alternative con cui poetava Fernando Pessoa) volevano, piuttosto che arrivare da qualche parte, sentire il piacere di pestare più forte l’accelleratore senza nessun motivo in particolare. L’autostop è ragionevole ed è qualcosa che si può fare, ma non si vede come, facendolo, si possa provare la mancanza dell’automobile che non si ha. Come si fa poesia senza provare la mancanza del possibile?

 

You got a fast car. / Is it fast enough so we can fly away? / We gotta make a decision. / Leave tonight or live and die this way. (1988)

 

Passiamo ora a un’altra automobile, questa volta di marchio non specificato: la macchina veloce di Tracy Chapman. Un’automobile è un ottimo mezzo per scappare, ma non si scappa (che si sia con un’automobile, a piedi oppure su un elicottero) finchè non si ha la sensazione di aver riguadagnato tempo non ancora perso. Un automobile è il mezzo ideale con cui scappa Snake dal complesso di Shadow Moses (Hideo Kojima, Metal Gear Solid, 1998) prima che la forza aerea americana porti sul posto le soluzioni più usate dai governi possessori di tecnologia militare sviluppata; se un’automobile può mettervi al sicuro da un’incursione aerea, sembra perfettamente comprensibile che, per il personaggio di questa canzone di Chapman, un’automobile possa salvare dal ripetere gli errori del passato. 

 

Vediamo: una madre abbandona la figlia adolescente e il marito alcolista, la figlia lascia la scuola per cercarsi un lavoro e portare sostegno economico alla casa, compare poi lui, il ragazzo bello con la macchina appariscente e la figlia abbandona il padre alcolista, dunque la figlia si trova un lavoro nuovo per portare sostegno economico alla casa, che ora è in un posto diverso ma ci sono sempre una figlia e un marito alcolista, che continua ad avere la macchina appariscente che ora potrebbe benissimo usare per scappare e abbandonare l’inferno in cui arriva a trovarsi ogni alcolista dopo che gli effetti della sbornia si sono dileguati. Chissà com’era la macchina, forse (ma è solo un’ipotesi) si trattava di una Chevrolet nera con le cromature scintillanti, comoda e spaziosa, come la Chevrolet di Silva, il frivolo amico di Pereira in Sostiene Pereira (per orientarvi meglio, era il personaggio di Filipe Ferrer nella versione cinematografica del romanzo, regia di Roberto Faenza, 1995).

 

Vedete: scappare è bello, se uno potesse per assurdo scappare sempre, lo farebbe. Si è avanzata l’ipotesi che questo sia un tratto caratteristico, che sia lecito naturalizzare la repulsione verso l’assumersi responsabilità, oppure che il godimento-in-sé ci aspetta alla fine di ogna rotta di evacuazione. Ma si può anche supporre che sia l’estro in azione a destare così tanto gusto, che sia l’arte dell’evasione che ci rende felici attraverso l’evidenza della nostra stessa infelicità e i modi che escogitiamo per ignorarla, il fatto di scoprirci capaci di scappare e simultaneamente infischiarcene di ciò che in prima istanza ci spinge a scappare. La felicità è sempre altrove, questa sembra essere la verità di colui che scappa, di colui che sogna sempre di vivere nei panni di un altro (come Pessoa e i suoi doppelgänger), del poeta che non inventa poesie ma altri poeti che sono comunque meglio adatti a comporre certe cose. Ora capite perché nella pubblicità  la felicità assomiglia sempre a una macchina nuova e appariscente? [2]

 

L’etnografia degli oggetti che ci rendono felici è un elenco di cose così dissimili fra di loro, al punto di non sembrarci omogenea e farci slittare nella facilità di giudizi come “va bene, chiunque può scrivere poesie su rasoi, cipolle e la prima volta che siamo andati in gita a Ravenna”; eppure, per dirla con l’archeologo inglese Ian Hodder, noi organizziamo culturalmente lo spazio in cui abitiamo e le cose in esso contenute, il che dovrebbe bastare a vietarci di scartare questa etnografia delle cose felici come “superficiale”. Per capire la poesia dietro alla vostra nuova macchina, non dovete interpellare la sua performance, dovete interpellare voi stessi coinvolti e travolti nell’esplicarsi di questa performance. Era proprio questo il gioco di Pessoa nell’inventare De Campos oppure Bernardo Soares: presentarci non la poesia intrinseca in un’automobile, ma un uomo alle prese con la carica poetica di un’automobile, il poeta come essere umano e non il “poetico” come caratteristica specifica di un essere umano in qualche misura speciale che è il poeta. Non si può slegare la poesia dalle cose così (semplicemente) come non si può slegare l’uomo dalle cose.

 

Per averla come proprietà, bisogna chiederla al divino; per averla come via di fuga, bisogna desiderare la fuga dall’ordine imposto dal divino: sembra che l’unico modo rimastoci di poetare con l’automobile sia quello di inventarsi ogni volta un motivo per usarla, che non debba rispondere ai capricci che fanno scaturire in noi i voleri dello spazio e del tempo: per esempio, dare alla macchina il nome di un drago e far che ci porti in quotidianità nuove per svolgere i nostri compiti correnti.

 

[1] La redazione ha deciso di non menzionare il nome della casa che produsse il leggendario Samba, a mo’ di punizione per aver detto le bugie.

 

[2] In fondo, questo è il messaggio di Giorgio Gaber in Torpedo blu, oppure (anche se non si parla più di macchine nello specifico) di John Lennon in Happiness is a warm gun (entrambe del 1968).