IL MONDO SALVERÀ LA BELLEZZA?

Salvatore Settis

IL MONDO SALVERÀ LA BELLEZZA? Responsabilità, anima, cittadinanza

Milano, Ponte alle Grazie, 2015

pp. 55, € 8,00

ISBN 9788868332112

 

di Paulo Fernando Lévano

 

L’ultima volta che abbiamo incrociato Salvatore Settis, eravamo sulla Via Flaminia girando il nostro cinepanettone, poco più di un anno fa; ci ricordiamo ancora del suo discorso su Federico Zeri e lo sdegno che ogni cittadino deve provare nei confronti di chi depreda i beni culturali (che sono di tutti) per gonfiare le proprie tasche (discorso incluso nella raccolta di scritti intitolata Battaglie senza eroi. I beni culturali tra istituzioni e profitto, Electa, 2005). Questa volta ce lo ritroviamo a Zelata di Bereguardo (PV) a tenere un’altra lezione, questa volta dietro iniziativa del Fondo Ambiente Italiano.

 

La bellezza di cui parla il prof. Settis ha poco a che fare con le bellezze immediatamente 

percepibili che ci vengono proposte quotidianamente, specie nella pubblicità . A dire il vero, si tratta di una nozione di bellezza molto sui generis, che non implica la prossimità alla cosa bella ma guadagna nella prospettiva, nella distanza dalla cosa bella (e quindi amata, dato che ogni piacere vuole eternità. Dobbiamo confessare di non poter affatto perdere l’opportunità di approfondire questa nuova nozione che il prof. Settis propone: quella di fare uno sforzo per trovare la bellezza in situazioni dove uno non si aspetterebbe di trovarla, o comunque dove uno non andrebbe a cercarla.

 

Si parla quindi di una bellezza che non può essere immediata, oppure, per dirla con 

Simone Weil, che non è semplice lusinga dei sensi, che non potrebbe mai arrivare a 

stancarci (mentre invece, ai sensi lusingati a volte diciamo “basta, è sufficiente, 

lasciatemi stare”); e se vogliamo che i nostri accorgimenti sul bello siano in qualche 

misura più sofisticati, bisogna riconoscere, a proposito di cinepanettone, che da due 

decenni a oggi, la tendenza andava in senso ostinato e contrario: avevamo già parlato di 

Yo soy Betty La Fea altrove, ma includiamo in questa tendenza La bella e la bestia di Gary Trousdale e Kirk Wise (1991) e Amore a prima svista di Peter e Bobby Farrelly (2001). Giustamente, si tratta di una tendenza sotterranea rispetto  a tentativi più cospicui di raffigurare un’estetica del grottesco (anche di questo abbiamo già parlato altrove, ma rende comunque più agevole e comprensibile lo statuto odierno dell’atto di definire qualcosa (o qualcuno) “bello” in questo mondo: bello è qualcosa che siete tenuti a preferire al brutto, poiché il brutto abbonda ed è ipervisibile mentre il bello scarseggia e richiede particolari sforzi intellettivi ed estetici.

 

Questa bellezza di cui invece parla Settis, il mondo non può affrontarla nelle condizioni 

attuali. «Da Ippocrate a oggi è sempre la preoccupazione per la propria salute che ha 

indirizzato sull’ambiente lo sguardo e le cure degli uomini. Ma il nostro sguardo ha 

dovuto estendersi e radicalizzarsi via via che l’ambiente della nostra vita diventava più 

rischioso, più ostile. Nessun crimine ambientale è oggi abbastanza lontano da noi da 

poterlo ignorare: non l’abbattimento di enormi foreste in Brasile, non il “continente di 

plastica” (grande quattro volte l’Italia) che galleggia nel Pacifico, non la distruzione di 

migliaia di specie vegetali e animali nel Madagascar, non le perduranti conseguenze dei 

disastri nucleari in Ucraina e in Giappone» (p. 33) [1]. Ora, quanti dei vostri amici vi 

hanno proposto su rete sociali varie foto delle loro vacanze in un area deforestata della 

Foresta Amazzonica? Sul continente di plastica? A Chernobyl? Iniziate a capire la 

direzione del filo discorsivo del prof. Settis?

 

Non è da scapestrati, in questa prospettiva, affermare che il giro del mondo in ottanta 

selfies è tutto tranne che una qualche ricerca di bellezza, serenità o pace interiore. Vi 

diremo di più: accettiamo la possibilità di venire etichettati come i brontoloni di turno, 

pur di rendere chiaro e limpido come l’acqua di sorgente (di quelle ancora in salvo) il 

messaggio del prof. Settis. «Vediamo il fantasma di un futuro migliore, ma ne abbiamo 

paura, ci ritiriamo, fuggiamo, ritorniamo nella banalità del quotidiano poiché non 

abbiamo coraggio di avventurarci verso questo futuro. Non riusciamo a praticare questo 

fantasma inconoscibile, lo possiamo immaginare ma non riusciamo a inverarlo: eppure, 

è questa la sola dimensione dove può aver luogo la bellezza che vorremmo» (p. 24); 

preferiamo insomma porci la tacita sfida di visitare la maggior quantità di posti al 

mondo prima che una catastrofe li cancelli dalla faccia della Terra, come Atlantide o 

come Macondo: nei confronti della biosfera diamo priorità alla richiesta del “perdono” 

poiché ci viene difficile pensare alle condizioni per una richiesta di “permesso”. Bisogna correre a Ocean Drive per chiedere perdono alla mamma della vostra vida loca

prima che salga il livello del mare e metà della contrada di Miami – Dade scompaia 

sotto le acque!

 

In buona sostanza, Il mondo salverà la bellezza? avanza timidamente il sospetto che ci sia qualcosa di superiore rispetto al bello del “bello delle vacanze”, cioè a quel momento artificiale in cui ci prendiamo cura di noi stessi, dichiarando di spegnere tutte le cose artificiali e fare soltanto ciò che ci viene naturale, come una sessione di massaggi coreani fatti con i piedi (non è per dire, si mettono proprio in piedi sulle schiene dei loro clienti) o un’escursione per prendere il whisky al bar – ristorante dell’hotel (il più costoso, per cortesia: se non li spendiamo ora questi soldi, quando?) con vista sula battigia di Piriápolis. Ben superiore, la bellezza da salvare oggi è bella se e soltanto se sarà bella anche nel futuro, poiché non esiste niente di più bello dei sacrifici di una generazione per coloro che non avranno nemmeno la possibilità di ringraziare, e questo vale per Gesù Cristo (non quello di Mel Gibson), per Brendan Fraser in Indiavolato di Harold Ramis (2000) e per i genitori di Harry Potter.

 

In questo senso, non vorremo restare vaghi nei nostri suggerimenti e vogliamo proporvi 

un esempio concreto della miopia del piacere che sappiamo provare oggi, estratto dalle 

nostre ricerche sull’aviazione; un caso eclattante di egoismo generazionale, che pretende tutte le risorse per noi e nessuna per i nostri discendenti (“se non stiamo bene noi, come facciamo a far star bene i marmocchi?” potrebbe argomentarsi), si riscontra nelle vicende che hanno portato alla chiusura dell’Escuela de Aviación Civil peruviana (EDACI) e alla svendita del suo stabile (pista di atterraggio compresa) nel 2010. Il secondo governo di Alan García Pérez portava avanti in quegli anni un programma di “alleggerimento” del patrimonio immobile dello Stato (nel nostro cinepattone chiamavamo questo modo di procedere “la Festa di Giulio”), in mezzo al quale agonizzava la vecchia EDACI, gestita male dalla Forza Aerea Peruviana e dimenticata dallo stato peruviano sin dagli anni Novanta. Niente meglio, direste, di un’ottimizzazione delle risorse: se servono case, ben venga che lo Stato venda le sue terre a costruttori di case? Certo! Ora però, vi chiediamo di fare uno sforzo e cercare di mettervi nei panni di un normale presidente corrotto di una nazione sudamericana, di un  Fujimori, di un Menem oppure di un Sánchez de Lozada [2]: quale altra opportunità potrebbe essere più propizia di intascarsi soldini da spendere in età pensionabile, specie se molto probabilmente la si passerà in mezzo ad avvocati, respingendo accuse di arricchimento illecito come Murdoc Niccals dei Gorillaz in questo videoclip?

 

Infatti, lo stabile venne svenduto a una ditta immobiliare per costruirvi palazzi residenziali. Lo stesso stabile che venne donato allo Stato nel 1944 per la fondazione di una Scuola di Piloti, affinché il Perù potesse istruire piloti peruviani per la conquista dello spazio aereo nazionale, lo stesso stabile che fu comprato con i soldi di una colletta istituita da cittadini particolarmente compromessi con lo sviluppo dell’aviazione. Questi ultimi, in un certo senso, cercarono di salvare la bellezza del momento in cui gli aerei iniziarono ad abbattere le grandi distanze geografiche, ignari del fatto che i loro figli e i loro nipoti avrebbero poi votato democraticamente un governo compromesso con un’idea brutta (ma redditizia per alcuni) di progresso tecnologico, dove gli aerei sono una cosa scontata e addirittura pericolosa per via delle scie chimiche che minacciano di avvelenare tutti. La nostra fantasia si mette più volentieri al servizio della fine del gioco che non alla creazione di alternative con le regole stesse del gioco, come si augura invece il prof. Settis chiamando in causa le riflessioni di Hans Jonas e di Peter Häberle: viene soltanto da chiedersi se la responsabilità e la normatività potranno mai fare il lavoro che noi non facciamo per i posteri, ovvero dare l’esempio.

 

Forse quei cittadini peruviani del ’44 capirono qualcosa, vedendo una nuova varietà di uccelli metallici riempire i loro cieli; forse videro che con gli aerei si vincevano le guerre e dissero: «noi abbiamo titolo, come cittadini, ad agire in giudizio contro le devastazioni ambientali. Pubblico interesse, tutela della biosfera, diritti delle generazioni future, amore dei lontani: nell’orizzonte instabile nel quale oggi viviamo, queste istanze dovrebbero essere una sola cosa» (p. 40); e fecero in modo tale che fossero peruviani i piloti del domani, cittadini di tempi nuovi, e chissà se un giorno gli stessi uccelli metallici sarebbero stati d’intera fabbricazione nazionale. Eppure, se in meno di cent’anni i peruviani non sono riusciti a salvare la bellezza dei nostri uccelli meccanici [3], perché mai il mondo globalizzato di oggi dovrebbe salvare la bellezza dei prossimi cento?

 

 

[1] Guardate quiquiqui e pure qui.

 

[2] No. Pablo Escobar non è stato presidente della Colombia.

 

[3] Attenzione, amici italiani! Le cose non stanno molto diversamente; oltre alle nostre provocazioni natalizie servendoci del libro di Carlo Tosco, vi rammentiamo che un nuovo angioletto nei cieli ci raccontava di cose molto simili in La scomparsa dell’Italia industriale (2003) quando era ancora qui con noi.